Parole di carta

fratelli e sorelle

Se c’è una cosa che abbiamo tutti imparato da quest’anno di COVID è stata il senso dell’essere comunità. Se la vita “prima del COVID” era fortemente improntata ad un narcisistico individualismo, questi dodici mesi di pandemia, benché passati in isolamento, hanno avuto il benefico risultato di farci riconoscere come “gente interconnessa”, come persone naturalmente destinate alla socialità e all’interdipendenza. Questa scoperta è avvenuta a veri livelli: sicuramente a livello familiare (personalmente non ho mai passato così tante giornate insieme a mia moglie e ai miei figli) ma anche a livello sociale, giacché abbiamo sperimentato sulla nostra pelle non solo quanto le nostre vite siano connesse (la malattia di uno rischia di trasformarsi immediatamente nella malattia dell’altro) ma anche come la solidarietà sia un’enorme risorsa sociale e comunitaria.

Ma che cosa ci rende comunità? Dove sta il fondamento di questo nostro stare insieme? Da dove nasce la percezione di questo comune destino che ci lega?

Ho trovato suggestive e stimolanti alcune parole di Jean-Luc Nancy, veterano della filosofia contemporanea, erede della straordinaria tradizione filosofica francese del Novecento. Parlando del tema della fraternità (intesa in un senso estensivo) in un recente convegno, lo studioso francese ha sottolineato come “Figli e figlie non sono tanto quelli uniti dal sangue – pater incertus diceva il diritto romano –, quanto quelli uniti dalla comunità dell’allattamento – mater certissima: che sia effettivo o simbolico, l’allattamento non consiste nella trasmissione interna, continua e immediata di un principio vitale, ma nel dono esterno, discontinuo e mediato di una sostanza nutritiva.” Detto in parole semplici (e forse un po’ semplificatorie) Nancy sostiene che non è il sangue quello che ci rende fratelli (ossia il dato biologico, carnale, legato culturalmente alla figura del padre), quanto il fatto di esserci nutriti dallo stesso seno, di aver assorbito lo stesso latte e di aver condiviso il medesimo allattamento. Quanti tra noi fanno l’esperienza di legami familiari intensi e profondi anche se non legati necessariamente ad un legame di sangue o di parentela? Sono convinto che non occorra essere genitori adottivi per capire che si è papà e mamma, fratello e sorella non solo perché si condivide lo stesso DNA ma soprattutto perché si mangia alla stessa tavola, si condivide la stessa vita, si affrontano i problemi insieme, si partecipano le medesime gioie e dolori, fatiche e speranze.

Allargando un attimo lo sguardo, penso che qualcosa di simile si possa dire anche per la nostra comunità civile, locale e nazionale:  forse quello che ci rende fratelli (e quindi parte di una rete solida di legami) non è tanto un tratto genetico, etnico, raziale, dovuto a comuni origini o discendenze, quanto piuttosto all’essere stati “allattati” con lo stesso latte. Ciascuno di noi si è nutrito della stessa lingua, della stessa cultura, degli stessi valori umani e spirituali; ciascuno è cresciuto all’ombra della medesima storia, delle stessi radici etiche, filosofiche e religiose, del medesimo orizzonte di senso complessivo del vivere. È questa dimensione squisitamente “materna” che fa di noi una comunità (familiare o civile che sia) forte e resistente. Scrive ancora Nancy: “ È da lì che dobbiamo ripartire per riconsiderare la famiglia e la fraternità. I fratelli (…) sono prima di tutto soggetti autonomi la cui coesistenza non si fonda in nient’altro che in una compagnia di cibo (compagnia significa: chi condivide il pane) e in un’assenza di ragione nella loro comunità di esistenza.”

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Febbraio di LodiVecchioMese