Parola e parole

la primavera ed il seme

C’è una piccola ma preziosissima perla nel Vangelo di oggi, manco a farlo apposta primo giorno di primavera…vedi le coincidenze della vita..

È una piccola parabola, minuscola minuscola, 18 parole in tutto, 85 lettere totali. Eppure, nella sua brevità, custodisce una parola grande, enorme, smisurata. “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” scrive Giovanni al capitolo 12 del suo vangelo.

Il maestro di Nazareth si trova di fronte alla concreta possibilità della propria morte, non solo preannunciata dalle scritture, ma resa plausibile da come si stanno mettendo gli eventi: l’ostilità crescente dei capi del popolo. l’astio di sinedrio, la crescente insofferenza del clero dell’epoca. Ecco allora che morire, più che un evento naturale ed inevitabile della vita, diviene una opzione tragica imminente.

In quel percorso così umano circa il pensiero e l’elaborazione della propria morte, il Maestro testimonia una consapevolezza che illumina la sua esistenza: il suo morire sarà come quello del seme che, messo solo nella terra, marcirà e, proprio grazie a questo, produrrà nuova vita. Non c’è altra alternativa alla solitudine sterile: solo una morte generativa può salvare il senso dell’esistenza.

Eppure in quel piccolo racconto, forse, non c’è solo la chiave interpretativa che il Figlio scopre per il proprio destino, ma il principio ermeneutico di ogni esistenza umana.

Mi domando se la logica del seme che muore non sia, in fondo, l’unico principio sensato di fronte alla logica del vivere e del morire. Quel chicco di grano ci insegna che la generatività della vita passa inevitabilmente e misteriosamente attraverso il marcire solitario nella terra. Non c’è nascita di nuova vita, non c’è parto di nuova esistenza, se il seme della nostra vita non ha il coraggio di lasciarsi seppellire nelle profondità della terra e di lasciarsi macerare dall’umidità del terreno, per far sì che, da questo dolore solitario, nasca un futuro vitale.

Chi è genitore, chi è padre e madre non necessariamente biologici, conosce bene questa logica, questa regola non scritta della vita: nella logica del seme, la sofferenza, il fallimento, persino la morte, non sono la fine di tutto ma il grembo da cui nuova vita si può generare. L’alternativa al maceramento nascosto della terra è la solitaria sterilità della vita, un rischio quanto mai attuale oggi.

Il grembo della terra sa custodire la morte del chicco per far crescere, grazie ad esso, una spiga capace di sfamare la fame di molti. Non c’è pane di vita senza il sacrificio muto del piccolo seme…

Buon inizio di primavera, amici miei!