Parole di carta

smetto quando voglio…

Studentessa di economia e commercio, vent’anni ed una bellezza affascinante. È questo il profilo di Anna (nome di fantasia) intervistata qualche giorno fa dal Corriere. Insieme ad alcuni compagni di università, di ambo i sessi, Anna pratica una professione nuova, anche se a bene vedere, affonda le radici assai lontano nella storia. Anna si definisce “sex worker”, ossia un’operatrice del sesso. In tempi passati avremmo definito la sua professione con termini più crudi e grossolani. Per mantenersi negli studi (ma il guadagno, a sua detta, va assai oltre il mero sostentamento) Anna “accompagna” uomini di mezza età contattati online su siti di incontro, offrendo, oltra alla sua bella presenza e gentilezza, anche una “merce” più preziosa: «La prestazione sessuale è il cuore di un accordo che però non si esaurisce lì, comprende anche altro. Una sorta di relazione, ma finta, perché dell’altro in realtà non me ne importa niente».

Insomma Anna fa il “lavoro più vecchio del mondo” come si diceva una volta, ma con uno spirito ed uno stile assai diversi: «Ci assumiamo un rischio quasi imprenditoriale, liberi di smettere in qualunque momento. Io ho cominciato questo lavoro due anni fa, lo farò ancora per quattro o cinque, non di più».

Lungi da ma alcun atteggiamento moralistico o di condanna verso Anna. Tuttavia leggendo la sua storia ed ascoltando le sue parole, come padre ed educatore, non posso non riconoscere la fatica che l’uomo di oggi, ed in particolare le generazioni più giovani, vivono nell’abitare il proprio corpo, onorando il debito di senso in esso custodito.

Che lo vogliamo o no, siamo tutti, ahimè, figli di Cartesio: il nostro corpo appartiene a quella dimensione che i filosofo francese, padre della modernità, definiva “res extensa”, ossia, più prosaicamente, “le cose”, il mondo, la realtà concreta e sensibile. Il nostro corpo, in questa visione, è cosa tra le cose, mera materia, pura “cosicità”. Il valore della persona sta altrove: nella “res cogitans”, stando sempre alle parole di Cartesio. Oggi potremmo tradurre che il nostro valore sta nel nostro pensiero, nei nostri sentimenti, nella nostra sensibilità e volontà, insomma in quella dimensione che è lontana dalla crudità della materia, delle cose che si sentono e si toccano. È sposando implicitamente questa visione che Anna può scegliere di “usare” il proprio corpo: esso è uno strumento “neutro”. Quando vende il suo corpo, Anna in fondo vende una sorta di appendice, una “protesi” che poco ha a che vedere con la propria identità personale. Anna è altro, il suo valore e la sua dignità stanno altrove. Il suo corpo è solo materia e come tale “mercizzabile”, vendibile, utilizzabile a proprio piacimento.

È evidente come questo pensiero veicoli una visione dell’uomo divisiva e irriducibilmente composta: noi siamo una somma di cose a cui manca una unità di fondo. Eppure mi chiedo (anche se, a dire il vero la domanda, non viene da me): se è vero che noi “abbiamo un corpo” (giacché ciascuno di noi fa esperienza che la sua persona va oltre le proprie membra) non è pur vero che, allo stesso tempo, noi “siamo il nostro corpo”? Se restiamo noi stessi anche se ci amputano una gamba (la persona è più della somma delle sue membra) non è pur vero che nessuno di noi può essere se stesso fuori dal proprio corpo? Senza il corpo di Anna, Anna semplicemente non ci sarebbe e non potrebbe esistere, poiché l’unico modo che lei è concesso di vivere è il vivere incarnato. Essere il proprio corpo comporta la responsabilità di ciò che con il nostro corpo facciamo giacché esso afferisce all’identità profonda del soggetto.

A livello educativo abbiamo di fronte una grande sfida: quella di educare all’unità della persona, a quella complessità unitaria in cui corpo e cuore, mente e membra, ragione e carne non sono altro che dimensioni della medesima persona, manifestazioni dello stesso essere. È solo così che ci riapproprieremo della nostra umanità, come un’esperienza unitaria e sensata, pur nella pluralità delle sue manifestazioni.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Marzo di LodiVecchioMese