Pensieri e Silenzi

di passaggio

Era un famoso rabbino polacco dell’Ottocento di nome Hofez Chaim. Un uomo venne da lontano a consultarlo e rimase stupito perché la casa del rabbino conteneva solo libri, un tavolo e una seggiola. «Dove sono i tuoi mobili?», gli chiese. E il rabbino gli replicò: «E i tuoi dove sono?». «Ma io sono qui solo di passaggio». «Anch’io», concluse il rabbino.

Diventare uomini significa anche saper onorare la dimensione di finitudine che ci connota, quel senso del limite che rende possibile le nostre vite. La consapevolezza, accolta non come una condanna, di essere di passaggio, di avere un numero finito di giorni da vivere, di possedere una gamma finita di possibilità, dona la capacità di “contare i propri giorni” e di vivere con intensità e profondità le ore che ci è concesso attraversare.

Solo chi riconosce di avere un numero limitato di pani nella propria cesta sarà capace di gustarli uno ad uno, come fosse l’ultimo; solo chi confessa la finitudine del proprio tempo sarà in grado di assaporare ogni singolo istante con una intensità sempre nuova.

Eppure “essere di passaggio” dice qualcosa in più della semplice constatazione della propria finitezza. È di passaggio chi sa di dover cambiare frequentemente casa nella ricerca di una abitazione definitiva. È di passaggio chi sa bene che la provvisorietà delle cose è un appello alla definitività della vita e che l’esserci “per ora” è solo un modo per sperimentare la nostalgia del “per sempre”.