Affetti e Legami

brotherhood

Vivere da fratelli e sorelle può rappresentare un potente anticorpo rispetto ad una paternità che rischia di essere autoritaria e prepotente. Meritano molta attenzione le parole dell’intervista rilasciata da Jean-Paul Vesco, neovescovo di Algeri, alla testata francese La Vie. Esse interpellano certamente la vita delle comunità cristiane ma, in maniera neanche troppo indiretta, tutti coloro che esercitano una qualche forma di autorità in ambito sociale, civile e politico. Accade, secondo la riflessione di Vesco, che un certo modo di intendere la paternità e l’autorità scivoli verso un atteggiamento di presunta autosufficienza, giacché ci si ritiene all’origine del rapporto che si instaura con l’altro. Vi è una paternità che, esasperando la dimensione asimmetrica che struttura il rapporto, rischia di arrivare a disconoscere la presenza dell’altro, la sua radicale alterità, il suo essere unico e irripetibile.  Vi sono padri, in un senso estensivo, che si sentono talmente al centro e all’origine della relazione (spirituale, educativa, politica, sociale, comunitaria, etc.) che giungono ad essere incapaci di onorare la presenza dell’altro nella sua irriducibile differenza.

Solo il patriarca conserva piena autorità anche sul letto di morte, non il padre. C’è sempre il rischio che la paternità (spirituale), bella di per sé, si trasformi in una paternità patriarcale molto più confinante.”. Ricorda Vesco come la paternità, nel corso della vita di un legame padre-figlio, subisce sostanziali cambiamenti: “nei primi mesi i genitori sono destabilizzati dall’intrusione del neonato (…); poi arriva il periodo educativo in cui i genitori diventano un modello con cui il bambino si confronta (…); poi arriva il momento in cui si crea un’alterità, perché i figli sono diventati adulti; finalmente arriva il momento in cui sono i bambini a prendersi cura dei genitori.” Vi è una radicale reciprocità anche nella relazione paterna che una certa visione patriarcale rischia di dimenticare, cristallizzando un rapporto nella sua fase infantile.  “La relazione è quindi minacciata di infantilizzazione permanente”. Non facciamo fatica a pensare, nella vita delle nostre comunità, delle nostre famiglie o dei nostri paesi, a figure di padri che hanno smarrito il senso della reciprocità del legame, ergendosi a patriarchi dispotici, arroganti e persino talvolta violenti.

L’esperienza della fraternità invece lascia il posto ad una salutare e reale reciprocità, ad una mutua procreazione che fa vivere i due poli della relazione.  In ogni relazione di paternità vera ci si riconosce entrambi figli, perché entrambi generati da quella speciale relazione che ci mette al mondo. Sentirsi fratelli significa sperimentare sulla propria pelle quella comune dipendenza dalla vita, anche quando siamo chiamati ad esercitare ruoli e compiti di guida e di autorità verso gli altri. La fraternità e la sororità ci interpellano a non smarrire il senso del limite e a cessare ogni forma di autoreferenzialità. Tutto ciò si traduce in uno stile di vita in cui padre è colui che, generando, riconosce di essere generato ed in cui la vocazione alla cura non si trasforma in arrogante signoria di possesso.

Rifrasando quanto Paolo dice ai Corinti (cfr. 2Cor 1,24), essere fratelli è sapere che, quando esercitiamo una autorità,  non intendiamo far da padroni sulla vita altrui ma essere collaboratori della loro gioia.

Parola e parole

siamo gente del deserto

Il deserto. È il deserto il grande protagonista del racconto di oggi del vangelo di Luca. Il Figlio è sospinto nel deserto dallo Spirito all’inizio della sua missione pubblica.

Il deserto… luogo di privazione, di silenzio, di pericolo; luogo in cui si sperimenta la precarietà della vita, posto in cui manca tutto: l’acqua, il cibo, un riparo, la sicurezza… Il deserto è il luogo dell’assenza, del vuoto e della lontananza. È spazio invivibile perché inabitabile, zona in cui si sperimenta una radicale vulnerabilità, una esposizione totale agli agenti atmosferici, al freddo ed al caldo, alle bestie selvatiche, al vento e al sole.

Chi vive nel deserto percepisce il senso della fragilità, del non bastare a se stesso, dell’essere piccolo ed indifeso.

Quanto il deserto si offre come una metafora fedele dell’esistenza di oggi! Pensateci: non ci manca nulla in termini concreti, ma anche noi ci sentiamo in balia degli eventi, vulnerabili rispetto a ciò che accade attorno a noi, sia esso il virus, la malattia o la guerra. Siamo anche noi gente che cammina nel deserto perché, nonostante i nostri tanti beni, sperimentiamo l’assenza di ciò che ci serve per vivere: la speranza per il futuro, la fiducia nel domani, un senso di stabilità della nostra vita, di protezione per i nostri cari, una qualche pur minima garanzia per ciò che accadrà.

Siamo anche noi gente del deserto, forse assai più di quello che sospettiamo. Abbiamo perduto vecchie certezze, cose che ci facevano sentire protetti e sicuri, e stiamo attraversando tempi faticosi, dove ci manca ciò che sostiene il cammino, ciò che rinfranca l’animo, ciò che infonde coraggio e speranza. Siamo anche noi nomadi che attraversano terre sconosciute, siamo zingari dell’esistenza, gente senza fissa dimora, persone che spesso hanno perso la direzione, la meta, lo scopo del vivere.

Come ci ricorda Luca, anche noi, oltre al pane che sazia il corpo, abbiamo fame di una parola che apra una strada, che indichi una via, che spalanchi la speranza. Il nulla che sentiamo attorno ci spinge a cercare dentro di noi una fiammella di luce, un briciolo di fiducia, un senso che ci indichi la via per un sicuro ritorno casa.

Storia e Tempi

Non possiamo voltare lo sguardo

Nella follia dei giorni che stiamo attraversando, nell’incubo collettivo in cui siamo piombati, una cosa ha stupito molti: la gara di solidarietà che è scattata a sostegno della popolazione ucraina. Nel mio piccolo paese, circa settemila anime, le associazioni di volontariato, che si sono rese disponibili a raccogliere beni da spedire alla popolazione profuga, sono state letteralmente sommerse da donazioni di ogni tipo di bene: cibo, vestiti, giochi, coperte, farmaci, detergenti, etc.

Ai pochi scatoloni attesi si sono aggiunti centinaia di pacchi che hanno letteralmente mandato in tilt la macchina organizzativa, che ha dovuto trovare soluzioni alternative per gestire un flusso così inteso di donazioni. Questa non è stata un’eccezione o una stranezza: basta vedere la TV o seguire internet ed i social per rendersi conto che l’onda lunga della solidarietà ha invaso il Bel Paese, proprio come due anni fa il virus aveva contagiato le nostre terre. Siamo tutti testimoni di una straordinaria diffusione del “virus della solidarietà”, di una nuova pandemia della condivisone e della compassione.

Il gesto del dono – lo si capisce bene dall’ampiezza del fenomeno – nasce da una intensa empatia per quello che accadendo in Ucraina. Non è un atto distaccato o freddo, bensì intensamente partecipato, emotivamente connotato, mosso da sensibilità e pietà umana. Dà da pensare tutto questo: un tempo buio, tacciato di egoismo, individualismo e menefreghismo, è invece attraversato da lampi di solidarietà, da folgori di passione e da bagliori di condivisione.

Come mai tutto questo? Che cosa sta accadendo? Come spiegarselo?

Lasciando ad altri l’analisi profonda del fenomeno, mi interessa qui mettere in luce due fattori che mi paiono centrali in questo moto collettivo di solidarietà.

Anzitutto credo sia palese a tutti l’ingiustizia di cui siamo testimoni: al di là di valutazioni geopolitiche o strategiche, è indiscutibile la prevaricazione che è stata compiuta. Vi è un esercito aggressore ed un popolo aggredito, vi è da una parte un invasore e dall’altra una vittima.  Possiamo perderci a discutere per ore sulle ragioni, i prodromi, i fattori scatenanti o che altro, ma la verità dei fatti è sotto gli occhi di tutti. Vi è dunque una repulsione collettiva per l’arrogante violenza di alcuni, per la pretesa egemonica di una oligarchia che pretende di sovvertire la volontà democraticamente espressa da un altro popolo. Assistiamo ad atti palesi di abuso, di tirannia, di una violenza gratuita ed infame a cui tutti, spontaneamente, reagiamo con un gesto di stizza e disappunto.

E poi vi è un secondo elemento che merita attenzione. L’informazione globalizzata è stata capace di creare una sorta di “opinione pubblica mondiale” assai sensibile a quello che accade anche in una parte periferica del globo. Siamo tutti assai più vicini di quello che pensiamo e comprendiamo come il destino di alcuni è connesso al destino di tutti. Abbiamo assistito in diretta all’invasione dei carrarmati russi, al cadere delle bombe, alla distruzione di case, alla resistenza del popolo. La TV, internet ed i social ci restituiscono una “presa diretta” che ci fa sentire “sul pezzo”, come se la guerra si stesse combattendo a poche centinaia di metri da casa nostra. Ciò che decenni fa si leggeva in un articolo di giornale oggi lo si vede on line sul proprio telefonino, sicché tutti noi abbiamo la percezione di essere testimoni oculari di quanto accade. Non possiamo voltare lo sguardo proprio perché, volenti o nolenti, assistiamo in prima persona al massacro in atto ed il dolore di donne, uomini e bambini sta entrando crudelmente nelle nostre case.

Pur nell’assurdità del momento, la guerra ci sta insegnando e ricordando che, sebbene geograficamente lontani, non siamo poi così distanti. La sofferenza ci rammenta che l’altro può facilmente diventare fratello e che il destino di un popolo è legato con doppio filo al futuro di tutti.

Storia e Tempi

perchè?

È uno strazio vedere alla sera in TV le notizie che riguardano la guerra in Ucraina. Vedi gente rifugiata in scantinati buoi o che scappa da casa con poche cose salvate di fortuna. Vedi edifici sventrati, strade distrutte, fiamme e fuoco che avvolgono luoghi che una volta erano casa per qualche famiglia. Vedi famiglie rifugiate nei paesi vicini, soprattutto madri con i figli che hanno lasciato i mariti ed i padri al fronte a combattere.

Resti sgomento di fronte a tutto questo, giacché comprendi bene che è una guerra che sta accadendo poco lontano da casa tua, senza che la lontananza possa in qualche modo attutire o stemperare la sofferenza di cui sei testimone.

Sei lì, seduto sul divano di casa o a cena con i tuoi figli e vedi volti di gente in fuga, sconvolta da un dolore imprevedibile e incomprensibile; godi della pace della tua casa e pensi a chi la casa l’ha vista sventrata da una granata o da un missile, che ha perso tutto quello che possedeva e che sentito sulla propria pelle la forza urticante della violenza, del sopruso, dell’inganno e dell’ingiustizia.

Guardi e ti chiedi: perché tutto questo? Perché questo dolore innocente, questa sofferenza senza ragione, questo strazio gratuito e insensato? Perché questo odio senza limite, questa pazzia collettiva, assurdità che pensavamo non potesse più trovare casa nel vecchio continente?

Dopo soli settant’anni dall’ultima tragedia mondiale il dramma si ripete, sempre lo stesso, sempre crudelmente fedele a se stesso: un popolo che alza le mani contro un altro popolo, proprio come accadde con la Cecoslovacchia nel ’39. Cosa serve celebrare quella vittoria, ricordare le vittime di quel tempo, commemorare chi ci ha lasciato la vita se la storia non insegna nulla, se tutto torna, se la disgrazia si ripete, se non viene bandita definitivamente dal cuore e dalla testa dell’uomo?

C’è una compassione da vivere con le vittime di questa guerra e di ogni guerra, una compassione che va oltre il concetto di ragione o di torto, di legittime aspirazioni o violente pretese; c’è una pietà che abita il cuore e che afferisce al semplice fatto di essere uomini, di avere un DNA umano nelle nostre cellule; c’è una misericordia da provare al di là delle lingue, delle religioni, delle opinioni politiche o credenze ideologiche. Osservi il dramma e provi quella povera pietà del cuore che ci rende uomini, non bestie, che fa di noi essere razionali e sensibili. Assisti alla violenza e senti nel cuore la lacerazione che nasce quando le tue stesse viscere sono state ferite, il tuo corpo umiliato, la tua stessa anima offesa.

Non c’è risposta a questo perché. Nessuna replica all’interrogativo del dolore innocente. Solo la pietà del cuore, la vicinanza del pensiero, la com-passione che tiene viva la fiammella della nostra umanità.

Parole d'autore

i fiori di Shamira

Oggi lascio volentieri la parola a Mariateresa per una suo racconto. Buona Lettura!

***

Due settimane fa Shamira mi ha mandato questa foto, scattata in un angolo del giardino di “casaboffa”. Mi scrive “primo fiore dell’anno” sapendo quanto io apprezzi le cose della natura e le loro imprevedibili ed emozionanti manifestazioni. Questo fiore rosso, nella sua semplice perfezione, è un inno alla vita e alla bellezza. Incurante di tutta la fatica e la pesantezza che avvolge la nostra vita, spunta fuori con impudenza a regalare vivacità e colore al nostro sguardo distratto.

Quasi senza nemmeno troppo chiedere o approfondire avevo pensato che Shamira (ragazza dall’animo semplice e sensibile) avesse comprato questa piantina e l’avesse trapiantata in giardino, regalandomi una foto per farmi compagnia e per ricordarmi sempre da dove vengo. Le mie radici sono nella terra di quel giardino, nelle mura di quella casa, nell’aria che profuma di erba bagnata.

L’altro giorno invece, parlando con mia mamma, vengo a sapere che la piantina di quella primula sta lì dall’anno scorso e che quest’anno, improvvisamente, senza che nessuno se ne sia preso cura, è tornata a vivere e risplendere di questo bel rosso acceso. La cosa mi ha fatto pensare…

Nessuno ha fatto nulla per lei in questo ultimo anno. Ce ne siamo dimenticati tutti, non c’è stato bisogno del nostro intervento, anzi probabilmente, se avessimo fatto qualcosa, avremmo impedito al fiore di seguire i tempi delle sue stagioni e ricominciare il ciclo della fioritura.

Questo “fare nulla” coincide esattamente col tempo dell’attesa. A pensarci bene l’unica cosa che Shamira o mia mamma possono aver fatto è stato il gesto di trapiantare la piantina, di posarla nella terra, darle una casa, accudirla e custodirla finche è durato il suo tempo, perchè si sa, le primule hanno vita breve.

Poi, nulla.

Il fiore è appassito ed è tornato alla terra, le foglie son cadute, le radici hanno riposato nel nascondimento del vaso e della terra.

Eppure questo “far nulla” è stata la condizione per la sua rinascita.

C’è forse qualcosa da imparare dalla vita di questo fiore?

Penso al mio lavoro, al lavoro di ogni genitore, di ogni educatore, di ogni amico… C’è un tempo per seminare, un tempo per nutrire, accudire, un tempo per custodire… e poi c’è un tempo per aspettare.

Il tempo dell’attesa è ciò che diventa necessario perché la vita sedimenti, la cura fiorisca, il seme si conosca e di veda trasformato nel suo più bel compimento.Il tempo dell’attesa non è un dolce ed inutile far niente, non è arresa, remissività. E’ il tempo più prezioso, più difficile forse da comprendere e gestire, più fecondo…

E’ il tempo della scelta. Scegliamo di aspettare, non possiamo fare altrimenti se vogliamo dare un’altra possibilità al fiore.

Ci vuole coraggio, e pazienza, e sapienza.

Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc. 17, 10)

Storia e Tempi

Napoli non è una città…

A Valeria, che con passione ci ha spalancato gli occhi.

Napoli non è una città. Napoli è uno stile di vita, è una filosofia che ispira l’esistenza, è uno stato d’animo, un microcosmo autonomo e originale.

Napoli non la si capisce con gli occhi distratti o distanti del turista ma con l’animo partecipe e coinvolto dell’innamorato. Napoli è una donna da amare, una madre che nutre e protegge, un’amante che solletica ed ispira, una santa da pregare ed una sgualdrina da sedurre ed adescare.

Napoli è una città come nessun’altra, in cui le contraddizioni e le antinomie strutturano il vivere comune ed in cui il paradosso diviene forma di una nuova normalità. Napoli è un amalgama eccessiva di tutto: c’è una sregolatezza di stili artistici ed architettonici, di lingue e di gesti, di traffico e di urla, di immagini e di suoni, di gente e di quartieri, di cibo e di gusti. In quel piccolo universo tutto diviene “troppo”: troppo pieno e troppo vuoto, troppo alto e basso, troppo divino e troppo umano, troppo sacro e troppo profano. Ogni cosa trova una propria dimensione proprio nel suo essere fuori da tutti gli schemi, come un gesto anarchico e rivoluzionario, folle ed incomprensibile, isterico e paradossale.

Napoli non è una città da vedere ma un topos da sentire, da strusciare sulla pelle, da vezzeggiare con lo sguardo e da venerare con il cuore. Si vive tra le sue vie come si attraversa un labirinto di specchi, in cui gli occhi sono continuamente ribalzati da un angolo all’altro, come biglie impazzite dentro un flipper. Osservi un particolare che immediatamente rimanda ad altro e si lega a quanto è spurio, insensato ed impensabile.

C’è un sentimento che da subito assale colui che ha l’ardire di calpestare il suo suolo: quello del disorientamento, dello stordimento, dello smarrimento patico e logico.

A Napoli non ci si avvicina con cautela: Napoli è una città che assale, che ferisce, che violenta e corrompe. Come una delle tante donne eccessivamente prosperose che trovi disegnate sui muri dei suoi palazzi, Napoli non lascia indifferente: essa è una pietra d’inciampo che interroga, che turba ed imbarazza. Sì, Napoli dà da pensare. E da sentire.  

Storia e Tempi

delusi e disillusi

Viviamo giorni di disincanto, di disillusione e delusione. La pandemia prima e la guerra oggi ci aprono gli occhi sulla verità delle cose e sulla fattualità degli eventi. È come se stessimo uscendo da un sogno, da un inganno che ci restituiva una percezione distorta della realtà e di noi stessi. Ci troviamo invece oggi costretti a fare i conti con la cruda durezza delle cose, attoniti e impauriti per quello che vediamo.

Ci cullavamo nel sogno che la scienza e la medicina potessero risolvere tutti i nostri problemi e la tecnica fosse la nuova arca della salvezza che ci avrebbe traghettato verso un futuro radioso. È poi accaduto che un piccolo virus sfuggisse alla rete dei controlli e, come un sassolino che inceppa il meccanismo, mandasse in tilt il nostro stile di vita.

Studiavamo le invasioni dei carrarmati sui libri di storia e ci illudevamo che fossero retaggi del secolo scorso, vecchi refusi del Novecento, frutti di un impazzimento collettivo e di ideologie folli e deliranti. Pensavamo di essere tutti ormai guariti dalla follia della razza, del popolo, della supremazia, dell’imperialismo e nel giro di poche settimane ci siamo ritrovati la guerra nel cuore orientale dell’Europa, con armi dispiegate in un continente che non conosceva la guerra dalla metà del secolo scorso. Il sogno della pace, della soluzione pacifica dei conflitti, del controllo dell’aggressività nazionalista si è sciolto nel corso della notte in cui il cielo di Kiev si illuminato per il deflagrare delle bombe e dei missili russi.

Ci pensavamo uomini progrediti, evoluti, moderni e civilizzati e abbiamo scordato il male che si muove fuori e dentro il cuore dell’uomo. Abbiamo riscoperto che il secolo ventunesimo è ammorbato delle stesse malattie che hanno corrotto i tempi passati: i virus, le pandemie, le guerre, le violenze, la sete di potere, la brama di dominio. Ci percepivamo come uomini nuovi e dobbiamo oggi ammettere che non siamo diversi dai nostri padri e dai nostri nonni; ritenevamo di poter controllare il nostro futuro ed invece eccoci in balia di quanto è imprevisto, indesiderato e persino nocivo.

Quello che sta accadendo forse ci sta restituendo, in forma drammatica e penosa, il senso del tempo e l’umiltà della storia. Siamo tutti viaggiatori che provengono da lontano, pellegrini che percorrono una strada lunga, travagliata, complessa e spesso inquietante. Sentirci figli di questa storia, imparare da quello che il passato ha da insegnarci e custodire ciò che i nostri padri hanno faticosamente conquistato è oggi un dovere non più procrastinabile né eludibile.

Affetti e Legami

fidarsi o fuggire

Nelle relazioni la differenza la fa quanto sei disponibile ad andarci dentro, a farti coinvolgere e a perdere il controllo. Sta tutto lì la distanza che passa tra una conoscenza superficiale ed un’amicizia vera: quanto sei disposto a renderti vulnerabile, fragile ed esposto. Finché non sei pronto a varcare la soglia della vulnerabilità, non avrai calpestato la terra sacra dell’amicizia, non sarai mai entrato in quello spazio misterioso dove le anime si incontrano e gli spiriti si parlano.

Quanta gente conosciamo che di fronte a questa possibilità prende paura e fugge, terrorizzata da quello che potrebbe accadere. È arduo questo passo, per nulla scontato, mai automatico.

Se ci pensiamo, passiamo la nostra vita a mantenere il controllo sulle cose, a programmare e gestire, per poi accorgersi come, nei legami più profondi e vitali, valga la regola esattamente opposta, ossia perdere il controllo, rischiare, affidarci, mollare gli ormeggi, sfidare la sorte, spiegare le vele. Andare.

Ad alcune persone serve solo tempo perché riescano a “prendere le misure” con la nuova sfida e trovino il coraggio per buttarsi. Altre persone, invece, temo che saranno sempre in difficoltà a mollare la presa e a sperimentare un fiducioso abbandono verso l’altro. Forse sono coloro che frequentano poco la propria interiorità e vivono un certo disagio a lasciare che altri ci guardino dentro. Per aprire la porta di casa propria occorre avere la confidenza che dentro le cose siano a posto o perlomeno sufficientemente in ordine. Nessuno di noi fa entrare in casa propria qualcuno quando letto è ancora sfatto o i piatti sono ancora da lavare. Fuor di metafora: l’apertura verso gli altri richiede persone che siano, come direbbero gli inglesi, self-confident, ossia fiduciose di chi sono e di cosa custodiscono nel cuore.

Giunge un momento in cui l’amicizia si trova di fronte ad un bivio: quello che apre sulla strada della fiducia e quella della fuga. C’è una scelta da prendere: come diceva l’artista puoi scegliere di sparare, di sparire oppure scegliere di sperare.

Storia e Tempi

piccole note a margine del sinodo…

Una massima delle teoria delle organizzazioni e dei sistemi complessi recita “Ogni sistema è perfettamente progettato per ottenere i risultati che ottiene”. La frase, attribuita a William Edwards Deming, celebre saggista e docente americano, intende sottolineare una verità di base dello studio delle organizzazioni: i risultati di una organizzazione dipendono primariamente da come essa è stata disegnata e implementata. Vale per qualunque organizzazione umana: dalla famiglia ad un partito, da un sindacato ad una organizzazione di volontariato, da una comunità ecclesiale ad un gruppo culturale, dalla scuola ad una università. Se siamo insoddisfatti per quanto una organizzazione crea o per come essa funziona, il motivo di fondo non va primariamente ricercato nel comportamento dei singoli, nelle loro intenzioni o interessi, ma essenzialmente nel modo in cui quella organizzazione o comunità è stata strutturata, quale norma regola il suo funzionamento, in base a quale principio ordinatore è stata definita. In sintesi, quello che la teoria dei sistemi dichiara è: se vuoi modificare i comportamenti, modifica l’organizzazione.

Senza voler prendere per Vangelo questa teoria (che come tutte è sottoposta a limiti e fallimenti) credo che occorra riconoscere come vi sia del vero in essa. Penso che sperimentiamo tutti quotidianamente la validità di questa modello: sono spesso le norme implicite della vita familiare che spiegano certi comportamenti dei figli; sono gli obiettivi che una azienda persegue che incide sul lavoro dei suoi dipendenti; sono i meccanismi di funzionamento della scuola che incentivano questo o quell’impegno da parte degli studenti. La teoria dei sistemi invita a guardare alla globalità del sistema: vi sono meccanismi e strutture sottostanti al modello organizzativo che hanno un peso spesso determinante sul raggiungimento degli obiettivi che tale organizzazione si è prefissa.

Penso che la comunità ecclesiale non faccia eccezione rispetto a questa regola di funzionamento. Pur consapevole della natura particolare di questa comunità (la teologia ci ricorda la natura umano-divina della Chiesa), essa, tuttavia, proprio in nome del principio di Incarnazione, vive pienamente la storia e ne assume in pienezza le norme e principi di funzionamento. Se è vero che da una parte non possiamo usare criteri solamente sociologici o organizzativi per leggere ed interpretare la vita ecclesiale, dall’altra parte occorre riconoscere che essa è un fenomeno pienamente umano, impastato di tempo e di storia, che abita (anche) “questo” mondo e non solamente una dimensione celeste.

Ecco quindi, a mio parere il punto: la chiesa laudense sta vivendo un significativo momento di discernimento comunitario attraverso l’esperienza del cammino sinodale. Penso che se la comunità cristiana vuole davvero vivere una conversione missionaria (come più volte indicato da Francesco) debba necessariamente porsi il tema della propria organizzazione e del modo con cui struttura il proprio funzionamento. “Ogni sistema è perfettamente progettato per ottenere i risultati che ottiene”: questo vale anche per la nostra chiesa locale. Essa ottiene esattamente i risultati che sono frutto della sua organizzazione. Per analogia credo che se si vuole convertire i comportamenti dei fedeli laici, dei sacerdoti, degli operatori pastorali e di tutti gli altri soggetti coinvolti, non sia possibile perdere il focus sul modello organizzativo. Credo che sia lì che occorra incidere profondamente e con decisione. Una attenzione ridotta al dettaglio, al singolo comportamento personale, alle motivazioni e allo stile individuale, rischia di perdere di vista i veri fattori che determinano il tutto, rischiando di trasformare le scelte di cambiamento in auspici che mancano il bersaglio.

Se vuoi cambiare i comportamenti dei singoli, non dimenticarti di cambiare (anche) la tua organizzazione.

Parole d'autore

ho un debole per quelle persone…

Ho un debole per quelle persone
che sanno di essere fortunate,
che ne hanno passate
di tutti i colori.
E perciò vivono colorate.
Che non hanno bisogno
di nascondere gli altri
per sentirsi giganti.
Che portano dentro
nascosto da qualche parte
un dolore che non passa mai.
Qualcosa che le ha cambiate per sempre
ma non per questo si sentono più grandi
ma non per questo si sentono migliori.

Ho un debole per quelle persone
che spente le luci, rimangono accese.
Che chiuso un amore, rimangono vive.
Che sciolto il trucco, rimangono vere.
Ho un debole per le persone
attente a toccare.
Che una carezza quando incontra un livido si fa ricordo.

Ho un debole per quelle persone
che hanno lottato
e in silenzio hanno vinto.
Che dal giorno in cui sono uscite
dal loro buio
soffrono di felicità ossessiva compulsiva.
Che non hanno mai rinunciato
alla loro dolcezza.
Che non si sono piegate alla rabbia
quando la rabbia era l’unico modo
per farsi ascoltare.

Ho un debole per quelle persone
che sanno che insistere
significa “violentare”.
Che rispettano un “no, grazie”
senza aggiungere altro.
Che dev’esserci un motivo
per entrare nella vita di una persona
e quel motivo dev’essere chiaro.
Sempre.
Che essere gentili
non vuol dire essere stupidi.
Che conoscono il peso delle parole
e non te le scagliano contro
per difendersi.
Che rispettano la solitudine.
Perché sanno che una persona
custodisce lì, tutto ciò che non si può raccontare.
Tutto ciò che non vuol essere trovato.

Ho un debole per quelle persone
che quando camminano per strada
e incrociano il tuo sguardo
per un istante sorridono.
Le adoro.
Mi mandano letteralmente
fuori di cuore.

(Andrea Zorretta – da “Cento secondi in una vita”)