Pensieri e Silenzi

passo dopo passo

Abbiamo attraversato nella vita l’estasi della gioia e la disperazione dell’angoscia, abbiamo sperimentato la grazia di una felicità intensa e la fatica di un cammino duro e faticoso nel deserto. Abbiamo attraversato la vita quando essa era colorata con tonalità diverse: da un azzurro inteso, ad un marrone mediocre fino ad nero cupo.

L’esistenza ci fa attraversare paesaggi molto differenziati: talvolta si tratta di una pianura prosperosa e florida, ricca di frutti e fiori; altre volte il paesaggio è più grigio ed anonimo; altre volte ancora il procedere è faticoso, si avanza palmo a palmo, in una coltre oscura e densa. La vita ci obbliga a percorrere i tempi alcune volte con passo allegro e leggero, altre volte con ritmo monotono e annoiato, altri giorni con il respiro affannoso, la testa pesante e l’animo affranto.

Temo che non abbiamo alternativa a questa varietà di tempi, di umori e di atmosfere. La soluzione più semplice, di fronte a queste intemperie, è quella di vivere una anestetizzata indifferenza, come forma di difesa e protezione ad una sollecitazione eccessiva dei sensi.

La Vita mi sta gradualmente insegnando a sperimentare ogni tempo con profonda intensità, sapendo che il giorno dopo il quadro può cambiare e la musica variare. Possiamo abbracciare la Vita, così come ci si dona ogni giorno, consapevole che il suo abbraccio è capace di farci volare in cielo o precipitare nel fango.

Parole di carta

un semplice tocco

Abbiamo dei sensi che consideriamo “nobili” ed altri che riteniamo più “primitivi”. La vista ci fa ammirare un Van Gogh o un Rembrandt, mentre il palato ci permette di gustare un bicchiere di Brunello o un piatto di ostriche.  Rispetto a questi sensi “sofisticati”, il tatto appare come qualcosa di più elementare, legato alla nostra origine animale e più adatto ai primissimi anni della nostra vita. A prima vista, il tatto insomma ci si offre come una esperienza un po’ infantile e povera; superando però l’impressione iniziale, esso possiede ben altro spessore.

Il tatto è un senso legato alla percezione più fondamentale che abbiamo della vita: possiamo decidere di chiudere gli occhi, di smettere di annusare, di tappare le orecchie e di non gustare nulla; tuttavia non possiamo scegliere di silenziare il nostro tatto. Esso ci lega indissolubilmente alla nostra sensibilità, alla percezione di noi stessi e delle cose; esso è un canale sempre aperto sul mondo; è l’esperienza grazie alla quale maturiamo la coscienza di esistere, di essere nel mondo, di avere un rapporto con le cose.

Il tatto mi ricorda continuamente che sono “qui”, che sono “io”, che sono vivo e che sono sensibile; è una sorta di àncora che mi tiene ben radicato in questo mondo. Esso ci riporta alla concretezza delle nostre esistenze, mitigando le spinte eccessivamente spiritualistiche.

Proprio per questo, al tatto è collegata una sensazione di realtà, verità e concretezza; quando infatti vogliamo essere certi di qualcosa, la sottoponiamo all’esame del tatto: lo tocchiamo, verificandone così la consistenza. Tutto ciò che è accessibile al tatto ha un grado di realtà superiore: il “sentire al tatto” da certezza, offre garanzie di solidità e di permanenza.

Se ci pensiamo, anche il Vangelo racconta di questa singolare esperienza: quando Tommaso, assente alla prima apparizione di Gesù risorto e dubbioso della sua veridicità, vuole avere “prove evidenti” della risurrezione, altro non fa che chiedere di toccare il Signore. Il fatto davvero straordinario (e un po’ troppo sottostimato) è che Gesù accondiscende a questa richiesta, riconoscendone implicitamente la serietà e la appropriatezza. Solo quando ha la possibilità di toccare la carne del Risorto, Tommaso riconosce la realtà di quanto è avvenuto.

Il tatto, anche nell’esperienza di Tommaso, funge da mediatore tra i propri sensi ed il mondo, tra la propria corporeità e l’ambiente in cui viviamo. Il tatto ci restituisce la misura e i confini di noi stessi: con la mano posso toccare il muro della mia stanza e quel tocco mi comunica il limite dello spazio fisico attorno a me; ma è vero anche il contrario: non solo la mano tocca il muro, ma anche il muro tocca la mano, offrendosi a lei come esperienza del suo limite. In altre parole, il tatto mi fa scoprire il limite delle cose che mi circondano e nello stesso tempo mi ritorna il limite di me che sto esplorando: sorprendente reciprocità dei sensi!

Il tatto rappresenta la forma semplice, nel senso di fondamentale, del nostro stare al mondo: è forse per questo che, quando ci incontriamo, oltre a rivolgerci una parola di saluto, ci scambiamo anche un gesto tattile: una stretta di mano, un abbraccio, una carezza o un bacio. Con questo gesto riconosciamo l’alterità dell’altro nella sua concreta individualità e onoriamo la sua consistenza corporea. E’ come se dicessimo: “Onoro il valore della tua persona nella presenza del tuo corpo.  Apprezzo il tuo esserci, non nella impalpabilità del pensiero, ma nella concretezza delle tua carne”.

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Febbraio di LodiVecchioMese

Pensieri e Silenzi

invecchiare

Una delle cose che più mi preoccupano dell’invecchiamento (al di là degli ovvi problemi di salute) è il perdere la capacità di abitare l’oggi, di non trovarmi a proprio agio in questo mondo.

Conosco molte persone in là con gli anni che hanno ancora una mente viva ed un cuore giovane, desideroso di conoscere e capire le cose nuove che accadono, che si sforzano di interpretare fatti ed eventi, lasciandosi sorprendere ed interrogare dalle novità che i tempi recenti suscitano. Certo, non tutto per loro è buono, ma si sforzano di discernere, di comprendere, di vivere in questo tempo con senso di stupore e meraviglia.

Conosco invece molti per cui la vecchiaia (o la maturità) ha significato un “ritiro dal mondo”, il rifiuto preconcetto di quanto di nuovo la modernità ha portato. E’ gente che vive con occhi rivolti al passato, rimpiangendo il tempo che fu, che tornerebbe volentieri a vivere qualche decina di anni fa e che invertirebbe il corso della storia perché “prima era diverso”, “una volta era meglio”…

Capisco la fatica di queste persone: la modernità ha imposto dei ritmi di progresso che fino ad oggi l’umanità non ha mai sperimentato; credo sia facile, per una persona anziana, trovarsi involontariamente catapultata fuori dal mondo, costretta a vivere in un contesto che non è più in grado di decodificare. Il punto è che questa “espulsione dalla modernità” porta con sé un sentimento di rimpianto, risentimento, continua insoddisfazione e profonda malinconia.

Penso che dovremmo tutti ricordare che la Vita è un perenne divenire, che è Novità incessante. La Vita non ha cessato di essere promettente ed affidabile; Essa non ha smesso di guidare di nostri passi nell’oggi, così come faceva ieri. Anche oggi la Vita è all’opera con la sua sorprendente iniziativa e con la sua straripante donazione di Essere. Ritenere che questi sono tempi disperati, senza senso, perduti e bui significa credere che la Vita non è competente oggi, come lo era invece ieri; Essa danza un ballo antico e sempre nuovo e chiede a noi di non smettere mai di seguire i suoi passi.

Parole d'autore

onde anomale

Un caro amico ha condiviso con me questa interessante riflessione di Marco Castellani, apparso il 15 febbraio su Darsi Pace. Lo trovo davvero intrigante e per questo ne riporto uno stralcio, lasciano a chi lo desidera il piacere di leggerlo tutto (qui). Ho aggiunto in calce una nota personale.

Ebbene, la teoria della relatività di Einstein prevede che si creino – in determinate circostanze – delle deformazioni del tessuto dello spazio tempo, capaci di propagarsi a grandissime distanze, proprio come onde. E’ una sorta di “radiazione gravitazionale”, che però genera episodi di particolare ampiezza (gli unici, del resto, che possiamo realisticamente sperare di rilevare empiricamente) solo in casi in cui delle ingenti masse modifichino in modo rapido la loro distribuzione. Tipico esempio, è quello della coalescenza di due buchi neri, che poi è proprio l’evento la cui rilevazione è stata annunciata il pomeriggio di giovedì 11 febbraio dal gruppo del rivelatore “Advanced LIGO”.

Qui vorrei però esplorare alcuni aspetti che riguardano la nostra stessa concezione del mondo. Come interpretare allora questa notizia? Abbiamo appena ricevuto una conferma del fatto che non viviamo assolutamente in uno spazio cartesiano, in un universo imperturbabile o in un contenitore asettico, come ci viene sovente da pensare. Non siamo buttati dentro qualcosa che non si “piega” alla nostra mera presenza. Tutt’altro. Gli apparecchi più moderni questo indicano, che la semplice presenza di materia modifica la struttura dello spazio-tempo, lo fa vibrare come un’onda.

In altre parole, abbiamo una ulteriore preziosa conferma del fatto che l’universo, lungi dall’essere un asettico ed inossidabile contenitore di eventi, è invece una entità “viva” che interagisce e si modifica a seconda di quello che ospita, e di cosa avviene al suo interno. No, il cosmo non è affatto imperturbabile, il cosmo è tutt’uno con quanto avviene nel suo grembo. Vibra e si modifica per quanto avviene dentro di lui, ora ne siamo proprio certi. Potremmo vederlo come un universo “simpatetico”, che reagisce con quanto accade in lui, che vibra di quanto succede, nel modo in cui succede. In ultima analisi (così mi piace pensarlo, andando al senso etimologico della parola), che ha com-passione di quello che accade.

Estrapolazioni poetiche, se volete. Speculazioni metafisiche, davanti alle quali forse storcete il naso. No lo so. Quel che è certo è che non possiamo più pensare allo spazio e alle cose che vi accadono dentro, come entità distinte. Lo spazio, il tempo, gli eventi, la presenza stessa dell’uomo… ogni evidenza empirica non fa che sottolineare sempre più come queste entità che – per pigrizia e bassa energia mentale – ancora pensiamo separate, sono invece profondamente e misteriosamente interlacciate tra loro. Collegate, in modo inestricabile. Relazionate, in maniera inestirpabile.

Non se ne abbia a male Cartesio, ma la sua visione cosmologica è ormai sorpassata. Anzi, defunta. Con tutto quanto ne consegue anche sul lato culturale, e perfino spirituale. Aver aperto una nuova “finestra” di indagine sul cosmo, come sta avvenendo con la neonata astrofisica gravitazionale, non è senza conseguenze. Del resto, è sempre stato così: l’universo ci mostra volta per volta solo quello che siamo in grado di capire. La risposta è modulata, da sempre, sulla sapienza della domanda.

Abbiamo appena aperto lo scrigno di un universo in cui è tutto davvero intimamente collegato, è tutto davvero in relazione. Ci stiamo lasciando alle spalle – grazie al cielo! – una concezione di corpi separati, divisi, ultimamente contrapposti (azione e reazione, forze uguali e contrarie), lascito fecondo ma drammatico della fisica e della cultura classica, nel suo massimo positivistico splendore. Dobbiamo però ancora capire cosa vuol dire entrare davvero in questo universo relazionale, anche in ambito umano. Dobbiamo lavorare per questo, superando resistenze fortissime.

Il vecchio universo (fuori e dentro di noi) infatti resiste accanitamente, ma è ogni giorno più rigido, più teso ed arrabbiato. Perché si sente il fiato sul collo, perché sta esaurendo il suo stesso spaziotempo, perché il suo gioco egoico è sempre più scoperto.

Per legare insieme le cose, per trovare un senso, non serve più la mutua collisione dei corpi, la ben nota dinamica che ne esaspera la distanza ed esprime, definendo (anche formalmente) ogni contatto ultimamente solo come un urto. L’energia che ne viene è energia malata, corrotta. Ci vuole qualcosa, Qualcuno, che leghi tutto insieme, che regali speranza.

Ci vuole un’onda, un’onda nuova.

Questa nuova “relazionalità” che l’universo sta mostrando, e giustamente enfatizzata dall’autore, è ulteriormente confermata da un altro campo di ricerca della fisica: quello della meccanica quantistica. Quindi, non solo nel’infinitamente grande, ma anche nell’infinitamente piccolo sorge questa “strana” esigenza di coniugare diversamente il rapporto tra soggetto conoscente e oggetto conosciuto, tra io e mondo. Ma questo lo lasciamo ad un altro post.

Storia e Tempi

cento

Oggi questo blog taglia il traguardo del centesimo post.

Un grazie di cuore ai 17 folowers che sono iscritti alla mailing list e ai 757 lettori che, in questi mesi di pubblicazione, hanno visitato 4.521 pagine. Grazie a coloro che hanno lasciato commenti o che hanno condiviso idee, commenti e suggerimenti.  Grazie a tutti!

Ricordo in questo centesimo post un grande intellettuale che ci ha recentemente lasciato, riportando una sua frase che mi piace e che condivido:

Ci sono due tipi di libro, quelli da consultare e quelli da leggere. I primi (il prototipo è l’elenco telefonico, ma si arriva sino ai dizionari e alle enciclopedie) occupano molto posto in casa, sono difficili da manovrare, e sono costosi. Essi potranno essere sostituiti da dischi multimediali, così si libererà spazio […] I libri da leggere non potranno essere sostituiti da alcun aggeggio elettronico. Sono fatti per essere presi in mano, anche a letto, anche in banca, anche là dove non ci sono spine elettriche, anche dove e quando qualsiasi batteria si è scaricata, possono essere sottolineati, sopportano orecchie e segnalibri, possono essere lasciati cadere per terra o abbandonati aperti sul petto o sulle ginocchia quando ci prende il sonno, stanno in tasca, si sciupano, assumono una fisionomia individuale a seconda dell’intensità e regolarità delle nostre letture […] Il libro da leggere appartiene a quei miracoli di una tecnologia eterna di cui fan parte la ruota, il coltello, il cucchiaio, il martello, la pentola, la bicicletta”.(Umberto Eco)

Affetti e Legami

consolazioni

Nei periodi difficili e segnati dalla fatica e dallo scoraggiamento abbiamo bisogno di trovare piccole consolazioni che sappiano tenerci vivi. Frequentemente queste consolazioni ci si offrono, inaspettatamente, attraverso cose “minime”: un buon piatto di cibo, un abbraccio di un amico, un sorriso, una stretta di mano, il calore di un contatto, una passeggiata o una giornata di sole. Sono cose piccole, niente di eclatante o di straordinario.

Tuttavia un grande studioso ci ricordava che i periodi di avvilimento hanno bisogno di “significanti” più che di “significati” (*), ossia di qualcosa capace di riattivare i sensi sopiti, di riaprire una comunicazione positiva con il mondo e capaci di destare il nostro torpore. Non è un elogio al minimalismo o ad un epicureismo a basso costo, ma la gioia di percepire la bontà originaria della vita, la quale sa emergere attraverso le piccole cose.

Queste piccole consolazioni sono il riaffiorare del bene nella trama contorta del tempo, piccole germinazioni che invitano alla speranza, che aprono al domani, che rompono il ciclo chiuso di negatività e pessimismo.

Occorre avere sensi pronti ed aperti per gustare queste minimalità esistenziali, per accorgersi di questi dettagli che rischiano di essere ignorati o trascurati. Penso che la vita sia prodiga di queste esperienze consolatorie; purtroppo sono i nostri sensi che talvolta sono come anestetizzati e drammaticamente insensibili ai piccoli doni di bene che la vita pone sul nostro cammino.

(*) Il significante, in linguistica è l’immagine acustica o visiva, ossia l’elemento formale, la ‘faccia esterna’ del segno. Quella interna, ossia il contenuto, è detta il significato

Pensieri e Silenzi

idoli

La parola idolatria ha un sapore antico, un alone di altri tempi: chi ormai la usa più nel proprio linguaggio? Non è più una preoccupazione dell’uomo di oggi; l’idolatria non occupa più i nostri pensieri, se non di coloro che si occupano di “cose antiche”. Insomma il monito contro l’idolatria, che così intensamente attraversa le pagine bibliche, sembra non riguardare più l’uomo post-moderno, ormai affrancato da vecchie ideologie e concetti ammuffiti. Tuttavia, se grattiamo un poco sotto la scorza archeologica, possiamo intuire come questo termine non sia così lontano, come lo possiamo pensare.

L’idolatra è colui che, nella propria vita, riconosce qualcosa come “assoluto” ed “onora” talmente la sua presenza da diventarne schiavo, rinunciando, spesso inconsapevolmente, alla sua libertà. Idolatra è chi si costruisce idoli a cui sacrifica parti essenziali di sé, anzi, molto spesso, tutta la propria persona. Certo oggi non vediamo vitelli d’oro per le strade, né i statue od oggetti sacri a cui rendere culto; tuttavia gli idoli oggi hanno assunto forme più innocue ma proprio per questo più pericolose.

Oggi l’idolatria sì maschera dietro il mito della carriera, della ricerca ossessiva della ricchezza, della affermazione spasmodica di sé, delle scalate sociali e della fame del potere e di riconoscimento. Quante persone conosciamo attorno a noi che immolano ore e giorni a questi idoli moderni, che sacrificano salute, benessere e relazioni sull’altare di queste nuove divinità? Questi idoli, anche oggi, promettono vita e felicità, divorano le vite, assorbono gli interessi e le passioni, fagocitano cuori e menti: essi esigono, in cambio di poco, il sacrificio di tutto.

C’è sempre il rischio, per ognuno di noi, indipendentemente dall’epoca storica, di costruirsi idoli da adorare, lasciando che essi ci rubino la nostra libertà e orientino le nostra realizzazione verso mete fallaci e, alla fine, inconsistenti.

Parole d'autore

misericordia e bellezza

“Ci innamoriamo e amiamo solo per la bellezza. Nessuno di noi ha desiderato avvicinarsi e conoscere qualcosa o qualcuno senza esserne prima sedotto. Tutte le volte che nell’ambito naturale o soprannaturale la bellezza ci mette in movimento, sperimentiamo l’attrazione dell’Amore che ci trasforma, cioè vuole darci la sua forma, la sua essenza, per farsi tutto in tutti, pur mantenendo ciascuno la sua irripetibile identità.

Questa attrazione che Agostino chiamava delectatio victrix (piacere che avvince), in Dante è il movimento «amoroso» che Dio imprime alla creazione: «La gloria di colui che tutto move / per l’universo penetra, e risplende / in una parte più e meno altrove», in cui «il più e il meno» non indica solo l’oggettiva scala di perfezione dell’essere delle creature, ma anche la loro risposta soggettiva.

Quando l’azione capace di rendere felici, che attira cose e persone verso il loro pieno e duraturo compimento di bellezza, trova un ostacolo, questa gloria non si irrigidisce ma diventa anzi resiliente e prende il nome di misericordia e, lasciandosi ferire, diventa limite imposto al male della e nella storia.

La misericordia accetta il rallentamento della gloria che si dispiegherebbe altrimenti al ritmo divino, ma proprio questo inciampo fa emergere un volto della gloria spiazzante per i canoni umani: la misericordia. Che ne sarebbe dell’abbraccio del padre che si china sul figlio sporco, ordinando anello, vestiti e banchetto di festa, se il figlio non fosse andato via e tornato, dopo aver sperperato tutto?

La misericordia è una forma unica e ulteriore di bellezza, perché è la bellezza resa compatibile con il male, con la ferita, con la resistenza. Si tratta di una bellezza che mostra le ferite come credenziali di un’estetica nuova, in cui la vita ha attraversato e trasformato la morte, ma non per via immaginaria, perché ne porta i segni, producendo una meraviglia inedita rispetto a secoli di storia in cui il bello era soltanto armonia delle parti e il sangue doveva rimanere fuori dalla scena

Toccare Dio con la propria ferita aperta è il segreto per sperimentarne la misericordia e vederne finalmente, senza più difese, la bellezza che tutto vince e avvince, bellezza antica e sempre nuova, che non è mai tardi per esserne sedotti, come accadde a un ladro e assassino, che ammise la sua colpa e si rivolse all’unico innocente della storia, e fu accolto in quel giorno stesso in Paradiso.”

liberamente estratto da un articolo di Alessandro D’Avenia apparso su Avvenire

Storia e Tempi

sabato mattina…

E’ sabato mattina e attraverso il mio paesello per accompagnare mia figlia in oratorio. E’ una giornata di sole caldo, una mattina mite di questo inverno poco rigido. Il paese brulica di gente indaffarata in mille impegni: il sabato mattina c’è chi approfitta per fare delle commissioni che in settimana non ha potuto fare e chi semplicemente approfitta del bel tempo per fare una passeggiata con amici o figli.

Mi piace il mio paese in questi momenti: percepisci una comunità viva, gente “reale”, che conduce ciascuno la propria vita ma “fianco a fianco”, condividendo lo stesso luogo e gli stessi tempi. Nel passare intravedo molte persone note e ciascuno mi ricorda una storia, un passato, degli incontri e delle sofferenze. Ciascuno, camminando, si porta appresso un passato di cui sappiamo davvero poco, un vissuto che possiamo solo lontanamente immaginare.

In fondo, guardando questa umanità variegata, penso che ogni singola persona che incontro è testimone del grande mistero della Vita, ciascuno partecipa a suo modo a questo continuo fluire dei giorni e dei mesi, ciascuno è un pezzo di questa storia e protagonista del futuro. Ciò che ad una vista superficiale sembra una folla di anonimi in movimento, ad una osservazione più puntuale e profonda appare come un tesoro di umanità che vive questo tempo: incontro gente che sta attraversando un lutto, giovani che camminano fieri accompagnando i propri bambini, genitori che corrono indaffarati per il bene dei loro figli, anziani che osservano, con occhio disincantato, questo sussulto di vita.

Sarebbe bello poter far posto nel nostro cuore a questa umanità colorata e nello stesso tempo sentirsene sempre più parte; sarebbe bello saper andate al di là delle apparenze e della superficie per godere e ammirare storie di uomini che, come noi, calpestano questa storia, faticano per il loro oggi e sperano per il loro domani.

Pensieri e Silenzi

frustrazioni…

Talune esperienze portano con sé una certa dose di frustrazione; sono segnate da una distanza tra quello che ti aspettavi potesse succedere e quanto in realtà è successo. Capita di crearsi delle attese, delle aspettative sulle cose, sugli incontri e sulle persone; sono situazioni nella quali abbiamo fatto un grande investimento di tempo, affetti e speranze. Sfortunatamente ti accorgi che tutta questa attesa era mal riposta o del tutto infondata.  Hai sbagliato a leggere gli eventi e ciò che si dimostrava promettente, alla prova dei fatti, non si è rivelato tale. La speranza è stata tradita, l’investimento sfumato ed il sogno è irrealizzabile.

Tutto questo genera sentimenti di frustrazione, una fastidiosa ed irritante presa di coscienza della distanza che intercorre tra le tue idee a la realtà “in carne ed ossa”. Il rischio è che alla frustrazione subentri il risentimento. Può diventare un facile alibi il dirsi “questa situazione non mi merita”, “tanto non mi interessava” o cose simili. Queste forme risentite, comprensibili ma un po’ infantili, testimoniano la difficoltà ad accettare il fallimento, il rifiuto e l’errore. Più facile sentirsi “geni incompresi” che il mondo non sa valorizzare…

D’altra parte la frustrazione è una grande maestra, ci obbliga ad intessere un rapporto sano tra reale ed ideale, ci sollecita ad esporci al rischio del fallimento e del rifiuto, in quanto elementi connaturali ad ogni impresa. Ci educa a vivere una (spesso dolorosa) obbedienza alle cose: non sono i nostri pensieri a guidare la realtà, semmai il viceversa. La frustrazione, se vissuta in maniera sana e non distruttiva, fa parte di quel processo di maturazione che ci porta ad allontanarci da ogni pretesa onnipotente per vivere una docilità alle cose, che è condizione imprescindibile di ogni azione efficace.

Possiamo fare “presa” sulla realtà solo nella misura in cui riconosciamo che questa realtà possiede una propria consistenza che chiede obbedienza.