Pensieri e Silenzi

montagne russe

Ci sono periodi in cui la vita ci pare come una piacevole funivia: ci porta serena e pacifica verso la cima con gradualità e calma. Hai perfino il tempo per goderti il paesaggio: seduto sul tuo comodo sedile, ammiri le vallate e le vette, apprezzi anche i piccoli ruscelli e gli animale del bosco…piccoli particolari che non avresti mai notato con una salita repentina.

Altre volte l’esistenza è più simile a delle montagne russe, su cui non sali per divertimento, per provare emozioni forti, ma quasi “costretto” a subire un procedere frenetico, intenso, talvolta persino violento. Lì la musica cambia completamente ritmo: alla pacifica salita subentra un susseguirsi tumultuoso di alti e bassi, di accelerate e frenate, di momenti in cui il cuore di sale in gola ed altri in cui le “budella” sono schiacciate sul sedile.. E’ un alternanza furiosa di vette e precipizi: in un attimo ti trovi in cima, costretto tuo malgrado a sopportare l’ebrezza delle vertigini e solo un secondo dopo ti scopri “precipitato a terra”, dove la vista aperta cede il passo ad una visuale più mediocre.

In realtà, in questo brusco procedere, non vedi nulla, hai poco da osservare: solo lampi di immagini che si impiantano nella mente ma che repentinamente si dissolvono. No, non è il “vedere”  l’esperienza propria delle montagne russe. Direi che è più un sentire: ti senti “sballottato” da una parte all’altra, da destra a sinistra e dall’alto al basso. Non hai tempo per pensare, né per parlare (semmai solo di urlare). Sei catturato da una corsa che,  a ben vedere, è un continuo e medesimo fluire di emozioni, di percezioni forti ed intense. Il gioco è tutto qui: provare l’ebrezza dello shock, dello stordimento, della irrealtà e dell’assenza.

La vita talvolta è davvero così: ti scopri seduto su un seggiolino pronto per la partenza, spettatore prigioniero di un “piacevole viaggio” che non hai chiesto e che non hai mai desiderato. La corsa comincia, senti il rullio delle rotaie sotto di te: non ti resta che afferrare con forza i braccioli del sedile e attendere che il maledetto convoglio finisca la sua infernale corsa.

Parole d'autore

non è invidiosa

«La carità non è invidiosa» (1 Cor 13).

Significa che nell’amore non c’è posto per il provare dispiacere a causa del bene dell’altro. L’invidia è una tristezza per il bene altrui che dimostra che non ci interessa la felicità degli altri, poiché siamo esclusivamente concentrati sul nostro benessere. Mentre l’amore ci fa uscire da noi stessi, l’invidia ci porta a centrarci sul nostro io. Il vero amore apprezza i successi degli altri, non li sente come una minaccia, e si libera del sapore amaro dell’invidia. Accetta il fatto che ognuno ha doni differenti e strade diverse nella vita. Dunque fa in modo di scoprire la propria strada per essere felice, lasciando che gli altri trovino la loro.

In definitiva si tratta di adempiere quello che richiedevano gli ultimi due comandamenti della Legge di Dio: «Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo» (Es 20,17). L’amore ci porta a un sincero apprezzamento di ciascun essere umano, riconoscendo il suo diritto alla felicità. Amo quella persona, la guardo con lo sguardo di Dio Padre, che ci dona tutto «perché possiamo goderne» (1 Tm 6,17), e dunque accetto dentro di me che possa godere di un buon momento. Questa stessa radice dell’amore, in ogni caso, è quella che mi porta a rifiutare l’ingiustizia per il fatto che alcuni hanno troppo e altri non hanno nulla, o quella che mi spinge a far sì che anche quanti sono scartati dalla società possano vivere un po’ di gioia. Questo però non è invidia, ma desiderio di equità.

(Esortazione apostolica post-sinodale AMORIS LAETITIA di Papa Francesco, n° 95-96)

Vedi anche la carità è paziente e verde d’invidia

Affetti e Legami

presenze ed assenze

Due uomini lasciano la città delusi e tornano alle loro abitazioni di campagna. Quando è accaduto negli ultimi giorni ha ucciso i loro sogni ed ora se ne tornano delusi alle loro vecchie occupazioni. Tutto è finito, il sogno si è infranto, l’illusione si è scontrata con la realtà. È ora di prenderne atto e di tornare alle cose “serie”, abbandonando illusioni e stupide aspettative.

Questi uomini camminano con il cuore indurito ed affranto finché un compagno di viaggio si affianca a loro e condivide un pezzo di strada. Egli fa loro domande, sollecita interrogativi, invita ad un racconto, apre prospettive ed illumina la mente ed il cuore: una compagnia piacevole e proficua. Ma solo quando questo strano personaggio esce fisicamente dalla loro vita, essi si rendono conto che la presenza del pellegrino faceva loro ardere il cuore. Il pellegrino, uscendo dai loro sguardi, si rende nuovamente presente ai due, non nel segno di una presenza fisica ma in nell’esperienza di una assenza silenziosa.

Solo l’assenza è capace di gettare una luce nuova sulla presenza che in precedenza, era stata gustata ma non consapevolmente apprezzata. Seguendo una logica astrusa e quasi paradossale, la presenza del viandante si fa viva e percepibile solo sotto il segno della sua assenza, nel senso di un legame interrotto, di una separazione e di mancanza. In fondo i due uomini accedono alle identità vera del pellegrino e alla sua benefica compagnia solo quando tale presenza lascia il posto ad un “esserci” diverso, capace di sciogliere i limiti dello spazio e del tempo, di rompere la necessità di un contatto solo fisico…

È stupefacente quanto, anche nella nostra vita, vi sono persone che sono vicine a noi proprio nella loro apparente lontananza; persone a cui ci percepiamo legati proprio in virtù di una separazione che ci ha (anche drammaticamente) segnati. Vi sono amici cari la cui “distanza” scalda il cuore, rassicura l’animo; persone verso cui sperimentiamo una vicina lontananza ed una lontana vicinanza, gente che abita i nostri pensieri ed i nostri affetti proprio perché assente, distante, separata.

Stranezza del Mistero della Vita che ci lega e ci separa in modo imperscrutabile e ci restituisce l’un l’altro con imprevedibile realismo.

Pensieri e Silenzi

sporgenze sul Mistero

Per sopravvivere abbiamo bisogno della bellezza; per vivere la nostra vita da esseri umani su questa terra abbiamo esigenza di fare l’esperienza del bello, di incontralo, di vederlo faccia a faccia e sentire come esso sia capace di entrare nel nostro cuore e di scaldare ed illuminare la nostra esistenza. Il bello ha in sé qualcosa di vitale, come l’aria che respiriamo ed il cibo di cui ci sfamiamo: proprio la sua apparente inutilità ce lo rende prezioso e necessario, qualcosa di cui non possiamo fare a meno.

La bellezza sa strapparci da quella dimensione di necessità ed utilità che guida la nostra vita e che preside alle nostre scelte e alle nostre abitudini; il bello sa rompere il fluire necessario delle cose per irrompere come qualcosa di inatteso e spiazzante. La bellezza ci porta altrove, apre nuovi orizzonti, spalancano nuovi sensi e genera nuovi significati.

C’è una strana sintonia che si instaura tra il bello che c’è fuori e quello che scopriamo dentro il nostro animo, come fossero due facce della medesima medaglia o come i due polmoni che portiamo nel petto. Godere della bellezza fuori di noi riattiva una rigenerazione di quella bellezza che portiamo dentro; il nostro animo torna a respirare, essa dilata il proprio sentire ed illumina il nostro mondo interiore. La bellezza ha una sua naturale capacità di parlare al nostro cuore, non richiede mediazioni o traduzioni; essa giunge a noi, ci interpella e sollecita le nostre corde. La bellezza che ci circonda crea singolari risonanze nelle nostre anime, echi intensi che da fuori giungono dentro e lì rimbalzano nei antri dell’anima, risvegliando la nostra umanità sopita.

La bellezza nasce dai nostri sensi, come una testimonianza fisica che ci radica alla nostra umanità carnale; essa tuttavia diviene subito qualcosa di “più” e di diverso: i sensi diventano porta di accesso all’anima e così la bellezza diviene qualcosa di “spirituale”, ossia capace di parlare alla pienezza della nostra vita e al senso che da essa traiamo e che ad essa diamo.

La bellezza sa condurci, passo dopo passo, a quella parte della nostra vita che sporge sul Mistero.

L’immagine è la Galleria Grande della Reggia di Venaria Reale

Parole d'autore

La libertà è un’altra cosa

“Molti vi diranno che essere liberi significa fare quello che si vuole. Ma qui bisogna saper dire dei no. Se tu non sai dire di no, non sei libero. Libero è chi sa dire sì e sa dire no. La libertà non è poter sempre fare quello che mi va: questo rende chiusi, distanti, impedisce di essere amici aperti e sinceri; non è vero che quando io sto bene tutto va bene. No, non è vero. La libertà, invece, è il dono di poter scegliere il bene: questa è libertà. E’ libero chi sceglie il bene, chi cerca quello che piace a Dio, anche se è faticoso, non è facile. Ma io credo che voi giovani non abbiate paura delle fatiche, siete coraggiosi! Solo con scelte coraggiose e forti si realizzano i sogni più grandi, quelli per cui vale la pena di spendere la vita. Scelte coraggiose e forti.

Non accontentatevi della mediocrità, di “vivacchiare” stando comodi e seduti; non fidatevi di chi vi distrae dalla vera ricchezza, che siete voi, dicendovi che la vita è bella solo se si hanno molte cose; diffidate di chi vuol farvi credere che valete quando vi mascherate da forti, come gli eroi dei film, o quando portate abiti all’ultima moda. La vostra felicità non ha prezzo e non si commercia; non è una “app” che si scarica sul telefonino: nemmeno la versione più aggiornata potrà aiutarvi a diventare liberi e grandi nell’amore. La libertà è un’altra cosa.”  (Omelia di papa Francesco per il Giubileo dei ragazzi e delle ragazze,  domenica, 24 aprile 2016)

L’immagine è tratta dalla mostra “Il mondo di Steve McCurry”, allestita presso la Reggia di Venaria (TO). 

Parole di carta

un piccolo alberello

Quando il profeta Giona è seduto di fronte alla città di Ninive è davvero depresso. Nonostante la sua aperta contrarietà, Dio ha convertito, con il suo poco convinto aiuto, Ninive, la nemica giurata di Israele. E’ fuggito per mare, ha opposto resistenza ma alla fine non ha potuto che obbedire al comando divino e predicare la conversione della Grande Nemica; invece che la collera e la vendetta divina, Ninive ha sperimentato la Misericordia del Creatore ed ha ottenuto pace e perdono.

Giona non sa darsi ragione di questa ingiusta benevolenza e cade in uno stato di profonda depressione e risentimento. Dalla collina osserva, triste e risentito, la città graziata ed impreca contro tanta Bontà. Il profeta cade in uno stato di apatia e di autismo da cui non riesce e non vuole destarsi. Tocca nuovamente a Dio prendersi cura di lui: dopo la crudele Ninive, Dio deve risanare anche il cuore del profeta, spento e depresso.

Ecco dunque attuarsi la strategia curativa del Signore: Egli fa crescere vicino a Giona una piccola pianticella di ricino (in ebraico qiqajon [kikaion]) alla cui ombra il profeta possa trovare riparo e consolazione. Ed effettivamente la compagnia della piccola pianticella pare sortire l’effetto atteso: Giona ritrova un interesse per la fragile pianta, docile strumento terapeutico nella mani del Creatore. I suoi sentimenti ed affetti si riattivano e la vita gli appare come qualcosa di benefico e accogliente.

Tuttavia la terapia divina non termina qui: Dio manda un piccolo vermicello che, nel giro di giorno ed una notte, fa morire la tanto amata pianticella ed espone Giona agli effetti peggiori di un caldo vento del deserto. Davvero una strategia incredibile quella di Dio: al profeta affranto e cupo è tolta anche quella piccola consolazione di un po’ di ombra. Eppure è proprio quando questa terapia di “sollievo e perdita” si è conclusa che Dio rivolge a Giona la sua parola, per consolarlo e riattivare con lui una comunicazione ed un affetto che erano precedentemente mancati.

Dà da pensare questa strana terapia divina: per riaccendere in Giona lo spirito vitale (fortemente incrinato dopo la conversione della odiata Ninive), Dio fa sperimentare al profeta la nascita di un legame (con il piccolo ricino) e la sua perdita…  Dio non ferma il suo intervento curativo alla gioia di Giona per il piccolo alberello, alla consolazione che esso gli procura: pare che la rieducazione piena alla vita, che Dio intende perseguire, deve includere anche l’esperienza della perdita, della mancanza e dello smarrimento. Quasi a dire che ogni vera esperienza vitale è chiamata a tenere insieme legame e lutto, gioia e dolore, appartenenza e abbandono.

Non si sperimenta la Vita solo nell’estasi degli affetti, nella celebrazione dei legami, nel calore dei sentimenti: ogni legame vero, profondo, vitale porta in sé una dimensione luttuosa, di distacco e di abbandono. Non c’è legame che non preveda una separazione, affetto che non conosca un distacco. Il legame vero, quello che scalda il cuore e dà senso alla vita, è qualcosa che resta a noi indisponibile, fugge al nostro controllo. La persona amata non è sempre a “portata di mano”, disponibile o presente. Essa, in quanto “altro da me” è fuori dal mio capriccio, dalle mie voglie, dalla mia presa incessante. È questo l’aspetto “luttuoso” dei nostri rapporti: ogni legame autentico deve prevedere la possibilità che esso venga meno, che si spezzi, che ci sfugga. La morte è la madre di tutte le separazioni, l’esperienza radicale attraverso la quale ogni nostro legame dovrà passare.

Il piccolo alberello di ricino del profeta Giona ci ricorda che la pienezza della vita viene assaporata proprio in questo succedersi “divino” di legame e scioglimento, di presa e abbandono; non c’è vita vera assaggiando solo metà della mela, gustando solo la parte dolce dell’esistenza. La Vita è un cibo ricco e succulento, in cui il dolce e l’amaro restano inestricabilmente legati insieme: chi ne apprezza solo un gusto, perde la ricchezza del Vivere.

questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di aprile di LodiVecchioMese

Vedi anche Mio fratello Moustafà (novembre), tutti a tavola! (dicembre), aversi a cuore (gennaio), un semplice tocco (febbraio), i nostri legami (marzo)

Pensieri e Silenzi

misurarsi

È davvero stimolante l’idea che “uno misura se stesso in base alle persone che si sono misurate su di lui” (vedi non è mai troppo tardi)…davvero intrigante come prospettiva…

C’è implicito, in questo pensiero, il senso che la realizzazione propria passi necessariamente attraverso un rapporto con gli altri, ma non nella modalità che solitamente intendiamo. La grandezza di noi stessi non nasce da una caratteristica interna che ciascuno deve fare maturare, crescere e poi confrontare con gli altri; non si esplica in una sorta di competizione che ingaggiamo con gli altri e che ci vede gareggiare nello sforzo di manifestare il nostro valore.

La frase lascia intendere che il valore di una persona consista nella capacità di offrirsi come “misura” per gli altri, come “specchio” grazie al quale gli altri possono accettare e misurare se stessi. In altro modo: le persone che accettano di “misurarsi su di noi” ci danno la scala del nostro valore; la disponibilità che manifestiamo a lasciare che gli altri misurino se stessi attraverso di noi ci dice chi siamo, ci restituisce il senso del nostro valore, la dimensione della nostra persona. È la grandezza delle persone che ci scelgono come “metro di paragone” che avvalora il peso della nostra identità; è l’esposizione che patiamo verso le altre persone, nel loro giudizio, nel loro apprezzamento o critica, che ci indica la consistenza della nostra vita e di quello che facciamo.

Tanto più una persona avrà piacere a verificare la sua vita sulla nostra, tanto più avremo percezione del nostro pregio; nella misura in cui ci presentiamo come un affidabile e valido termometro della vita altri, potremo avremo modo di sondare anche la temperatura della nostra vita

Parole d'autore

non è mai troppo tardi

“Edward Perriman Cole è morto in maggio. Era domenica, di pomeriggio e nel cielo non c’era una nuvola. È difficile capire il valore della vita di una persona, c’è chi dice che viene misurato da quelli che gli sopravvivono, qualcuno crede che si possa misurare nella fede, qualcuno dice nell’amore, altri dicono che la vita non ha proprio senso. Io? Io penso che uno misura se stesso in base alle persone che si sono misurate su di lui. Quello che posso dirvi è che in base a qualunque misura Edward Cole ha vissuto i suoi ultimi giorni sulla Terra con più intensità di quanto la maggior parte della gente riesce a spremere da un’intera vita. Io so che quando è morto i suoi occhi erano chiusi ma il suo cuore era aperto.”

Carter Chambers (Morgan Freeman) dal film “Non è mai troppo tardi” di Rob Reiner

Pensieri e Silenzi

prima e dopo

La sofferenza ci plasma, da forma alla nostra vita e alla nostra sensibilità. Come uno scultore con il blocco di pietra, essa scolpisce la nostra interiorità e segna la nostra anima. Talvolta i suoi colpi sono eccessivi, lasciano cicatrici e sfigurano il viso, lasciti forse di una mano troppo zelante e pesante. Altre volte, con tocco più dolce, sanno rimuovere quanto c’è di inessenziale, di superfluo. Come un bravo artista capace di tirare fuori il meglio dalla pietra informe, la sofferenza agisce come una sorta di “pulizia” dello spirito, di ascesi dei sentimenti, di raffinamento e perfezionamento dei nostri sensi.

In tutti i casi la sofferenza non passa mai “inutilmente” nella nostra vita, lascia sempre evidenti segni del suo passaggio. Essa lascia sempre quella sensazione di un “prima” e di un “dopo”: il suo passaggio segna a tal punto al nostra esistenza che crea una sorta di spartiacque tra ciò che eravamo prima di lei e quanto siamo diventati in virtù della sua visita.

Vedi anche Calchi dal vero

Parole d'autore

il sonno dell’indifferenza

Dio di misericordia e Padre di tutti,
destaci dal sonno dell’indifferenza,
apri i nostri occhi alle loro sofferenze
e liberaci dall’insensibilità,
frutto del benessere mondano e del ripiegamento su sé stessi.
Ispira tutti noi, nazioni, comunità e singoli individui,
a riconoscere che quanti raggiungono le nostre coste
sono nostri fratelli e sorelle.
Aiutaci a condividere con loro le benedizioni
che abbiamo ricevuto dalle tue mani
e riconoscere che insieme, come un’unica famiglia umana,
siamo tutti migranti, viaggiatori di speranza verso di Te,
che sei la nostra vera casa,
là dove ogni lacrima sarà tersa,
dove saremo nella pace, al sicuro nel tuo abbraccio.

preghiera di papa Francesco in occasione della visita a Lesvos (Grecia)
Sabato 16 aprile 2016