Pensieri e Silenzi

gregari

Un mio vecchio capo ci ricordava frequentemente che non possiamo vivere le esperienze sempre da leaders; talvolta bisogna accontentarsi di essere dei followers. Lui lo diceva riferendosi ai progetti informatici in cui eravamo coinvolti, per promuovere una flessibilità corretta di ruoli e compiti; tuttavia penso che questa considerazione si addica a tante altra esperienza che viviamo tutti i giorni.

Ci sono occasioni in cui siamo chiamati a vivere le esperienze in prima linea, sotto il peso delle responsabilità, sapendo di dover rispondere di quanto succede e del risultato di quanto facciamo. Ci sono altre esperienza che dobbiamo invece vivere nelle seconde linee, più come dei gregari che come dei ciclisti in fuga. Sono momenti che ci vedono più dimessi, meno sotto pressione, nei quali dobbiamo lasciare ad altri oneri e onori.

Ho sempre vissuto con un certo fastidio ed un vago senso di fallimento questo ruolo da follower, come se fosse una sorta di privazione di sconfitta.

Con l’età ho imparato a rivalutare e a riappropriarmi di questi momenti che sei chiamato a vivere non sulla cresta dell’onda ma là dove il mare è un po’ più calmo e tranquillo. Confesso che in alcune occasioni ho addirittura ambito a queste posizioni defilate, senza per questo sentirmi insoddisfatto o fallito.

Ho scoperto che certi ruoli “meno esposti” offrono una visuale più nitida dei problemi e delle situazioni: quando sei nell’occhio del ciclone, sottoposto a richieste e pressioni continue, non è semplice vedere le cose per quello che sono realmente; sei talmente preso a far fronte alle necessità che rischi di perdere un po’ di oggettività nel giudizio e nella valutazione. Le “cose viste dalla periferia” ritornano invece un profilo più chiaro e preciso, meno influenzato da un senso errato della prospettiva.

I posti “un po’ a lato” poi danno un grande vantaggio: permettono di occuparsi anche dei piccoli dettagli, quelle singolari e straordinarie cose a cui non puoi badare quando sei nel rush della corsa.  Quando vivi una esperienza da follower hai il privilegio di poterti dedicare a cose apparentemente di secondo piano, meno importanti ai fini del disegno complessivo. Ti puoi ad esempio curare degli umori delle persone, dei loro stati d’animo; fare attenzione agli sguardi e a certi sorrisi forzati.  Ti puoi permettere il lusso di ascoltare la tonalità delle parole, quegli accenti gravi o acuti che ti aprono al mondo interiore dell’altro. Quando sei un follower puoi scorgere un movimento nervoso delle mani o un ticchettio ansioso di chi ti sta vicino, il respiro affannoso del collega o lo sguardo intimorito di un compagno di squadra…

Talvolta mi viene il sospetto (ma qui è solo un dubbio personale…) che in fondo la Vita ci metta nello scomodo posto del leader, non tanto per soddisfare la nostra narcisistica voglia di contare, ma per permettere a qualche fratello di potersi godere le bellezze del viaggio…

Affetti e Legami

bravi ragazzi!

Questo week-end è stato completamente dedicato al mini-basket: un bel torneo ci ha tenuti impegnati nel pomeriggio di sabato ed in quello di domenica.

Devo confessare che adoro il tempo che trascorro insieme ai ragazzi della mia squadra: è un tempo rigenerante e gratificante, anche se non di rado impegnativo e stancante. Amo la loro compagnia e la possibilità che abbiamo di condividere delle ore insieme. Il basket poi ci offre una buona ragione di incontro, ci regala il pretesto per fare qualcosa insieme, in vista della loro crescita e maturazione.

Mi piace la fiducia reciproca che si è creata, il fatto che, come loro istruttore, vedono in me un punto di riferimento, una persona che si prende cura di loro e sulla quale possono contare. Da parte mia, vedo in loro tante stupende promesse, non del basket (certo per qualcuno di loro anche di quello) ma promesse di vita, di realizzazione e di futuro… Sì, questi ragazzi sono davvero una promessa di futuro da servire e propiziare. E questi anni che abbiamo già passato insieme mi hanno confermato sulla loro possibilità di “diventare”, di progredire, di maturare. È vero per tutti ma per taluni questo cambiamento sa di prodigioso: se ripenso ai bambini spaventati ed insicuri che si erano presentati anni fa e guardo alla vitalità e alla vivacità di oggi, c’è da restare con la bocca aperta.

È chiaro che questi mutamenti non vengono per caso o sotto il solo stimolo della natura. Sono persuaso che anche il lavoro educativo abbia avuto il suo peso: la possibilità di vivere una dinamica di gruppo, il confronto e la collaborazione con gli altri, la disciplina esigente del basket, lo stimolo delle competizioni e le amicizie che sono nate sul campo di gioco sono stati altrettanti validi strumenti per incoraggiare la loro crescita.

Mi convinco sempre più dell’importanza di questi momenti “apparentemente” di svago e di divertimento per la loro maturazione: c’è il valore dell’impegno, del rispetto, del sacrificio, della collaborazione, della passione, della vittoria e soprattutto della sconfitta che animano i nostri allenamenti e le nostre partite.

Forse non è nulla di straordinario ma resto convinto che sono quei piccoli mattoni grazie ai quali si può sperare di costruire una esistenza armonica e felice. Bravi ragazzi !

Pensieri e Silenzi

il bisogno di scrivere

Ebbene sì, credo di aver sviluppato una forma di dipendenza compulsiva dalla scrittura, quel terribile bisogno di scrivere, che talvolta mi assale, in particolari in momenti della giornata. È una pulsione forte, il bisogno di mettere sulla carta quelle cose che mi frullano per la testa, generalmente sotto lo stimolo di qualcosa che mi è accaduto, che ho letto o che ho visto.

Come ora: sono alla stazione di Milano Repubblica, in attesa del mio treno che è appena stato cancellato, e, per passare il tempo, estraggo uno di quei fogli che tengo in borsa, per “quando non si sa mai”, e quello che ho letto mette in moto pensieri che, per libera associazione, si formano nella mia testa.

Questa esigenza di scrivere mi prende nei momenti più disparati: succede spesso la mattina, non so perché; forse la notte lascia sedimentare i pensieri, oppure il sonno funge da cassa di risonanza a quanto vissuto… fatto sta che spesso mi sveglio con moltissime cose in testa che vorrei scrivere; talvolta ci riesco, altre volte butto lì un appunto su un foglio di carta, sperando che funzioni da gancio per quando lo riprenderò in mano.

Anche il treno è una buona fonte d’ispirazione. Le immagini del paesaggio che scorrono sotto i tuoi occhi ed il vociare degli altri passeggeri di sottofondo creano quel clima adatto, almeno per me, per scrivere. È sul sedile del S1 Lodi-Saronno che nascono molti dei post che pubblico; sono in quei lunghi momenti di solitudine che la scrittura prende il sopravvento e guida la mano sul foglio di carta.

Ho come l’impressione che questo bisogno nasca da squarci di vita che gorgogliano nelle giornate: talvolta sei spettatore di qualcosa di magico, che accade davanti a te; intendete, mi nulla di straordinario… spesso sono solo piccoli dettagli a fare la differenza; e scrivendo è un po’ come catturare quegli attimi straordinari, non lasciarli passare invano ma deliziarsene, condividendoli con altri attraverso la parola. Scrivere è come dilatare quello squarcio che è affiorato, fornirgli una eco, lasciare che riverberi anche in altre esistenze. Ma ora è tempo di chiudere, l’attesa è finita e il treno sta entrando in stazione.

Parole d'autore

al centro del villaggio

Mi è capitata sotto mano questa frase di Bonhoeffer, un grandissimo uomo, pastore protestante ucciso nei campi di concentramento.

“Le persone religiose parlano di Dio quando la conoscenza umana (qualche volta per pigrizia mentale) è arrivata alla fine o quando le forze umane vengono a mancare – e in effetti quello che chiamano in campo è sempre il deus ex machina, come soluzione fittizia a problemi insolubili, oppure come forza davanti al fallimento umano; sempre dunque sfruttando la debolezza umana o di fronte ai limiti umani; questo inevitabilmente riesce sempre e soltanto finché gli uomini con le loro proprie forze non spingono i limiti un po’ più avanti, e il Dio inteso come deus ex machina non diventa superfluo; per me il discorso sui limiti umani è diventato assolutamente problematico (sono oggi ancora autentici limiti la morte, che gli uomini quasi non temono più, e il peccato, che gli uomini quasi non comprendono?); mi sembra sempre come se volessimo soltanto timorosamente salvare un po’ di spazio per Dio; – io vorrei parlare di Dio non ai limiti, ma al centro, non nelle debolezze, ma nella forza, non dunque in relazione alla morte e alla colpa, ma nella vita e nel bene dell’uomo.

Raggiunti i limiti, mi pare meglio tacere e lasciare irrisolto l’irrisolvibile. La fede nella resurrezione non è la “soluzione” del problema della morte. L’“aldilà” di Dio non è l’aldilà delle capacità della nostra conoscenza! La trascendenza gnoseologica non ha nulla che fare con la trascendenza di Dio. È al centro della nostra vita che Dio è aldilà. La Chiesa non sta lì dove vengono meno le capacità umane, ai limiti, ma sta al centro del villaggio.”

Storia e Tempi

non passa lo straniero!

“Non passa lo straniero!”: era questo uno degli slogan che venivano gridati durante il presidio che a Goro ha impedito l’arrivo di alcune donne immigrate ed i relativi figli.

Penso che possiamo tentare di argomentare e giustificare l’accaduto in mille modi ma la cosa mi lascia l’amaro in bocca… sono slogan di altri tempi, che richiamano un clima di guerra, di invasione, un senso di conflittualità, di violenza e di occupazione.

Talvolta dovremmo avere il coraggio di guardare le cose in faccia per quello che sono: una decina di donne straniere su una popolazione di qualche migliaio di abitanti non rappresenta propriamente una “invasione”, checché se ne dica… Sì, esiste un problema immigrazione e l’Italia purtroppo è lasciata sola nella gestione di questa emergenza ma, per favore, non perdiamo il senso della misura.

Possiamo non concordare sulle politiche di accoglienza che il governo sta attuando (mi chiedo onestamente che cosa si potrebbe fare di diverso alla luce dei massicci flussi immigratori, ma soprassediamo…) ma gridare all’invasione, bloccare le strade, organizzare posti di blocco mi pare davvero eccessivo. Così come mi paiono surreali le rassicurazioni date dagli abitanti di Goro che non si tratta di razzismo… ci mancherebbe… nella evoluta Emilia come avere un tale sospetto? Il fatto è che il razzismo (o se non volgiamo chiamarlo razzismo chiamiamolo egoismo) si cela dietro ragionevoli motivazioni, sempre sensate, sempre giustificate, sempre secondo ragione e giustizia. Pochi sono egoisti in modo plateale o sfacciato: è più facile incontrare egoisti ben pensanti, mossi dalle migliori ragioni e da buone intenzioni, animate da quel buon senso che acquieta le coscienze e ci fa dormire sonni tranquilli.

Ma nonostante il modo in cui possiamo chiamare le cose, sfortunatamente esse non cambiano la loro sostanza: c’erano delle donne e dei bambini sfuggite alla guerra e alla fame che sono state rifiutate, “rispedite” al mittente come pacchi indesiderati, il tutto in nome della nota sindrome NIMBY (acronimo inglese per “Not In My Back Yard”, letteralmente “Non nel mio cortile”): certo che dobbiamo accoglierli ma non nel mio paese, sia qualcun altro a occuparsene.  È la stessa logica che ci porta a dire “certo che servono le centrali elettriche ma non nel mio territorio,” ok alle discariche ma non a casa mia”, etc…

Ho visto quelle pietose immagini del blocco stradale dalla ricca Olanda, dove mi trovo in questi giorni per lavoro; che tristezza ascoltare le urla e i cori di gioia per aver respinto una decina di disperati in cerca di accoglienza…Non è questa l’Italia a cui sono orgoglioso di appartenere; non è questa la nostra storia, come molti altri italiani testimoniano ogni giorno in una silenziosa opera di assistenza, di cura, di attenzione verso chi ha avuto dalla vita meno di noi.

Parole di carta

è tempo di dire grazie

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Ottobre di LodiVecchioMese

Ogni anno ottobre è tempo di sagra, tempo di ringraziamento.

La lingua italiana purtroppo ci aiuta poco a cogliere connessioni e riferimenti del verbo ringraziare; fortunatamente ci vengono incontro le lingue straniere. Già alcuni grandi pensatori avevano evidenziato la “vicinanza” in tedesco tra il verbo danken-pensare ed il verbo denken-ringraziare (Heiddeger arriva addirittura a scrivere che danken ist denken, ossia, pensare è ringraziare). In modo analogo la lingua inglese: to think e to thank hanno delle notevoli similitudini, paiono quasi nati dallo stesso concetto, dalla stessa azione umana. È suggestiva questa “fraternità semantica” tra il pensare ed il ringraziare, tra l’atto del pensiero e quello del ringraziamento. Pare quasi alludere al fatto che l’attività del pensare, del ragionare, del giudicare abbiano una intrinseca tonalità riconoscente e benedicente; pensare il mondo è un po’ come ringraziare per esso; pensarlo richiede un atto di gratitudine.

A ben vedere c’è un fondo di verità in questa intuizione: il pensiero, il nostro giudizio, il modo in cui guardiamo alle cose, non crea la realtà davanti a noi; non è la nostra testa che la genera. Essa ci si presenta sempre come qualcosa che ci precede, come qualcosa che è già data, che ci anticipa. Le cose del mondo sono sempre pre-esistenti alla nostra volontà ed al nostro giudizio. Apro gli occhi e scopro davanti a me un mondo che è lì, prima che io possa dire alcunché; anzi questo mondo è sempre eccedente rispetto alla mia capacità di sperimentarlo e di comprenderlo. Forse da questa impressione originaria nasce l’esperienza del ringraziare: quando scopro la realtà che mi sta di fronte, la colgo come qualcosa di già presente e quindi come qualcosa per la quale occorre dire grazie.

Vi è una seconda allusione implicitamente connessa con il verbo ringraziare: esso introduce, delicatamente e timidamente, un tono di asimmetria. Dire grazie richiede il riconoscimento di una reciprocità che è stata rotta: quando ti dico grazie (ed il mio grazie non è di circostanza) sto ammettendo che io e te non siamo sullo stesso piano, ma che vi è uno che ha donato ed uno che ha ricevuto e che colui che ringrazia si trova nella posizione di una “imbarazzante” passività. Ringraziare non appartiene ai rapporti commerciali, nei quali uno scambia qualcosa in cambio di qualcosa d’altro; non appartiene nemmeno a tutti quella serie di rapporti interessati per cui ogni azione è fatta in funzione di una azione di ricambio; quelle azioni sulle quelli la bilancia della giustizia domina come regola incontrastata. Quando diciamo la parola “grazie” entriamo su un altro terreno, quello talmente inclinato che l’acqua scorre solo in una direzione, dall’alto al basso. Eh sì, la parola “grazie” è contenuta nel dizionario della riconoscenza, in quello strano libro in cui i conti non tornano mai, secondo il quale vince solo chi perde, o meglio chi dona.

Ringraziare ci pone in quella antipaticissima condizione di essere “in debito” con qualcuno: questo fatto ci disturba perché ci fa sentire dipendenti da qualcun altro, minaccia il nostro senso di autonomia ed autosufficienza. È poi una cosa socialmente poco meritoria: in una società che fa dell’utile e dello scambio equo il suo punto di forza, è chiaro che la parola grazie diventa qualcosa di sovversivo, di rivoluzionario, quasi di scabroso. D’altra parte, se osserviamo con attenzione le cose importanti della nostra vita, ci accorgiamo come esse ci abbiamo sempre condotto a dire un “grazie”: quando abbiamo incontrato la persona che amiamo, quando ci è nato un figlio, quando l’amicizia ci ha riempito il cuore, quando la natura ci ha mostrato il suo volto maestoso e ineffabile… ecco allora forse è nato sulle nostre labbra la parola “grazie”… come a suggello di un dono immeritato che ci era stato fatto.

E, ciononostante, l’essere in debito conserva in sé una possibilità esplosiva: la riconoscenza genera legami! Quando ti dico grazie, ed in qualche modo esprimo a parole il mio senso di debito nei tuoi confronti, ho attivato un legame con te, mi sento vincolato verso la tua persona, ho così instaurato una relazione. Dalla riconoscenza nasce un legame… Penso che se sapessimo superare un po’ più spesso questo nostro malsano senso di indipendenza per coglierci radicati in una rete di rapporti che ci generano e ci sostengono, forse la parola” grazie” uscirebbe un po’ più spesso dalla nostra bocca, come celebrazione di quanto la Vita continuamente ci dona.

Affetti e Legami

don Luca

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Ottobre di LodiVecchioMese

La bambina osservava l’artista mentre scolpiva la scultura. Davanti a sé aveva un grande masso di marmo al quale dedicava vigorosi ma sapienti colpi di scalpello. Robusti pezzi di marmo si staccavano dal corpo centrale, facendo emergere i primi dettagli della forma che lo scultore stava creando. Ad un certo punto la bambina, con occhi stupiti, chiese all’artista: “ma come facevi a sapere che dentro il marmo si nascondeva la statua di un cavallo?”.

Eh sì, ci vuole molta fantasia ed immaginazione per vedere, dentro un pezzo di pietra, la forma di una statua; la cosa sorprendente è che è proprio l’immaginazione a creare quell’opera. Quella statua nasce perché è stata sognata, pensata, desiderata dalla mente e dal cuore di qualcuno che, nella pietra ancora grezza, vi ha saputo scorgere qualcosa di bello.

Racconta Ovidio nelle sue Metamorfosi che Pigmalione, re di Cipro, scolpì una statua di donna tanto bella da innamorarsene perdutamente. Invocò gli dei e questi trasformarono la statua in una bellissima donna in carne ed ossa. Pigmalione la chiamò Galatea, la sposò ed insieme vissero felici. A questo famoso mito molti scrittori e pensatori, soprattutto psicologi e pedagogisti contemporanei, attribuiscono il seguente significato: quando ci relazioniamo ad una persona, le trasmettiamo anche le speranze che nutriamo nei suoi confronti, capaci di diventare realtà. In termini un po’ più tecnici: le aspettative che uno ha sul comportamento di un altro possono diventare una “profezia autoavverantesi”. Si chiama “effetto pigmalione”.

Don Luca è un po’ così, un autentico pigmalione. Non so se è un atteggiamento naturale o acquisito dopo molta applicazione, ma è uno degli aspetti che mi ha sempre affascinato dalla sua personalità: quella rara capacità di saper tirare fuori il bello delle persone, di saperle sognare, così come potrebbero essere, ed in questo modo accompagnarle verso questa loro nuova identità.

In fondo un pastore dovrebbe essere un po’ così, soprattutto se ha a che fare con giovani e ragazzi. La passione educativa verso di loro, l’impegno e il tempo spesi per farli crescere, nascono sempre da un sogno, da un desiderio di bene e di realizzazione. Ognuno di noi cresce solo perché è stato “sognato” da qualcuno. Progrediamo solo se incontriamo qualcuno che ha saputo intravedere in noi doti e capacità, come fossero la promessa di maturità, da invocare e propiziare.

In questi due anni don Luca è stato con i ragazzi ed i giovani del nostro oratorio un grande promotore di umanità, l’istigatore, dolce ma determinato, di una crescita possibile per ciascuno: non si è accontentato di lasciare le cose e le persone così come li aveva incontrati all’inizio, ma li sfidava a diventare di più, a tirare fuori i propri talenti, ad iniziare un processo di maturazione, affinché ciascuno potesse diventare pienamente e veramente se stesso. È stato una persona perennemente “insoddisfatta”, ma nel senso positivo del termine: le cose, le situazioni, le persone possono evolvere, crescere, maturare, così si è sempre messo in tenace servizio di questa crescita possibile. Lo ha fatto con i bambini, con gli adolescenti, con i giovani e lo ha fatto con chi ha collaborato con lui. La stessa ambizione l’ha rivolta anche ad ambienti e cose, affinché anche queste ultime uscissero dalla mediocrità per partecipare al sogno di bene che anima tutte le cose.

Don Luca è stato un pigmalione dolce ma deciso, come deve essere ogni buon educatore. Mi hanno sempre colpito questi modi dolci, miti, con cui si relaziona con le persone, che però impari presto a non confondere con la condiscendenza o arrendevolezza. È sempre stato risoluto, al limite della testardaggine, quella speciale dote che appartiene solo ai cocciuti e ai santi.

E tuttavia la dimensione del sogno è sempre stata la sua cifra significativa: don Luca è sempre stato un visionario, uno a cui piace pensare in grande, che ama poco i piccoli cabotaggi, ma che è destinato, per natura e per vocazione, alla navigazione in mare aperto dove nessun riferimento orizzontale ti può essere d’aiuto. Solo le stelle sopra la tua testa sono capaci di guidare la rotta ed ispirare i sogni.

Duc in altum, caro don Luca! buon viaggio!

 

Pensieri e Silenzi

gratuità

Come vi ho già raccontato, la mia gloriosa alfa ha terminato il suo prezioso servizio e così, in attesa della sostituta, che tarda ad arrivare, mi trovo a piedi, costretto ad elemosinare passaggi a destra e manca. Generalmente alla mattina è Alberto che mi dà uno strappo in stazione: la cosa pensavo sarebbe durata pochi giorni ma sulla puntualità dei concessionari auto è meglio non aprire il libro.

Così stamattina, mentre ci stavamo insieme dirigendo a prendere il treno, pensavo quanto mi sono indebitato con Alberto in questo periodo: magari a lui costa anche poco questa deviazione sul suo tragitto, tant’è che la mattina gli tocca allungare un po’ la strada per recuperare il sottoscritto. Riflettevo anche che difficilmente riuscirò a sdebitarmi con lui; temo di aver ricevuto un dono che difficilmente potrò rendere in giusta misura.

Già che, pensandoci bene, la cosa non è nuova nella vita: mi capita spesso di ricevere delle attenzioni e delle disponibilità che restano dei debiti perenni, impossibili da rifondere. O forse la restituzione che possiamo attuare non è quella che immaginiamo di primo acchito. Forse ci sono cose della nostra vita per le quali la restituzione funziona diversamente: penso ad esempio a tutto l’amore e la cura che ho ricevuto dai miei genitori e che mai potrò ripagare abbastanza; penso all’amicizia e al sostegno disinteressato di cui sono stato oggetto: anche in questo caso tratta di beni impagabili.

Credo che la restituzione all’affetto dei miei genitori avviene attraverso l’affetto che provo per i miei figli; forse solo attraverso loro riesco, in qualche maniera, a sdebitarmi per quanto ricevuto gratuitamente. Allo stesso modo il tempo e l’attenzione che mi è stata donata nell’amicizia la ricambio con altrettanto tempo ed impegno verso altri amici che di me hanno bisogno. Voglio dire che vi è un modo per restituire che non passa da una riconsegna diretta verso coloro che ci hanno beneficiato; il ritorno prende strade un po’ più ampie e meno dirette.

A ben pensarci questo è il modo con cui davvero possiamo “dare indietro” quanto abbiamo ricevuto: l’amore che do ai miei figli non mi potrà mai essere ricambiato in modo diretto (nel senso che i miei figli difficilmente potranno prendersi cura di me come io mi sono preso cura di loro…) ma essi potranno sdebitarsi nei miei confronti occupandosi dei loro figli, regalando a loro quello che avrebbero (forse) dovuto dare a me.

Insomma, vi è una circolarità più ampia nella Vita che non può essere ristretta ai nostri modesti scambi: c’è un ricevere dalla Vita ed un restituire alla Vita che trascende le persone attraverso cui questo dono circola. Ricevo da qualcuno e dono a qualcun altro, in un movimento capace di dare e di rendere a ciascuno il suo. Certo è una logica che travalica il senso letterale di una giustizia retributiva, secondo la quale io devo tot a te, tu dai tot a me e siamo in pace. Questa giustizia prevede una rete di scambi in qualche misura incontrollabile ed imprevedibile: sai a chi dai ma non sai a priori da chi riceverai… e tuttavia la sfida è che la bilancia resta sempre in pari, che nulla si perde, nulla viene smarrito ma, in qualche modo strano, le cose prima o poi si ripareggiano.

Lo so, sono dinamiche strane, che mal sopportano la parola “giusto” e sono più simile alle mille declinazioni della parola “gratuità”.

Parole d'autore

il grembo di ogni parola

“Silenzio non è il semplice tacere, tantomeno la semplice mutolezza, né l’interruzione dell’atto di parlare, ma semmai il grembo di ogni atto di parola, la sua dieresi, il punto di partenza e arrivo d’ogni parola.

Non è nemmeno una pepatencia, un omino nero che durante un dialogo ci si passa a turno di mano in mano, distribuendoci un po’ per uno l’equanime percentuale di penitenza.

Le parole, la parola sono tutte intrise di silenzio, quasi il loro comune eccipiente che le lega e le rende tornite, sensate, pronunciabili, udibili. È il loro amalgama universale che conferisce loro consistenza e peso, connessione e articolazione.

Il silenzio è il legame originario e universale, vinculum substantiale. Si parla del silenzio come stato o condizione di un soggetto: il silenzio della notte, del mondo, del cuore, dei morti. Una condizione che restituisce attenzione al mondo, al mistero dell’uomo e di Dio, schiudendo la via alla percezione più autentica e alla conoscenza verace. ” (Roberto Vignolo)

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Storia e Tempi

da Einstein a De Andrè

È possibile in un’ora e mezza di chiacchierata passare dalla Finlandia ed il suo paesaggio e arrivare a De André, passando per la teoria generale della relatività, le orbite dei pianeti e la nascita delle stagioni? Certamente no, se siete adulti; facilissimo se siete una classe curiosa di 5 elementare e se attorno a quei temi avete costruito un percorso didattico multidisciplinare.

È quanto mi è successo ieri pomeriggio quando sono stato ospitato dalla classe 5 della scuola elementare di Riolo, una piccola frazione di Lodi.  Galeotto fu il post sulla Finlandia (sempre lui), attorno al quale l’insegnante ha elaborato un curioso itinerario che parte dalla geografia dei popoli e delle terre, passa dalle culture delle diverse popolazioni e arriva parlare del sorgere delle stagioni, la rotazione e rivoluzione della terra e, tanto che ci siamo, un po’ di teoria della gravitazione (relativistica, si intende, se no che gusto c’è???). Il tutto condito da una bella canzone di De Andrè, che manco a fare apposta, non conoscevo.

Insomma una serie di iper-link che ha accompagnato i ragazzi in una ricerca a 360 gradi, una sorta di “gioco dell’oca” della conoscenza nel quale ogni finestra ne apre un’altra, ogni argomento è pretesto per introdurne uno successivo… un vero effetto domino del sapere che non ha fine…

Il bello è che la cosa può apparire stravagante a “reperti archeologici” come noi, ma dovevate vedere come questi brillanti ragazzini si muovevano a loro agio tra mille argomenti, tra diverse provocazioni e curiosità trasversali. Certo il tutto non è stato improvvisato: dietro c’è stato un bel lavoro di preparazione da parte dell’insegnante; il terreno era già stato ampiamente arato e la terra smossa a dovere…

Ma mi ha affascinato questo approccio “olistico” alle cose, per cui tutto si tiene, ogni cosa ha relazioni e correlazioni con le altre, le diverse discipline non sono mondi a sé stanti ma solo prospettive diverse di vedere le cose, modi per approfondire la realtà, lenti con fuochi diversi per leggere la stessa materia incandescente.

Stupefacente come è bastato poco (in questo caso un semplice racconto sulla Finlandia) ad un’insegnante appassionata e preparata per costruire una narrazione affascinante e stimolante, per cucire le cose con un filo rosso che fa da collante per mille saperi diversi, spesso apparentemente lontani. Che bello quando le conoscenze trovano una cornice che le contiene e che dà loro senso e consistenza; quando la curiosità è educata a generare connessioni, a produrre significati, ad elaborare una visione critica del mondo…

Forse sto diventando un po’ troppo sentimentale ma mi commuove quel lavoro silenzioso e nascosto di coloro che sanno condurre verso nuovi traguardi, che accompagnano nella scoperta delle cose, che affrettano il raggiungimento di nuove maturità… che invidia che provo per tutti quelli che sono “generatori dell’avvenire”, profeti del futuro, anticipatori dei tempi che verranno e costruttori degli uomini di domani.

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