Parole d'autore

Quanti anni ho, io?

“Ho l’età in cui le cose si osservano con più calma, ma con l’intento di continuare a crescere. Ho gli anni in cui si cominciano ad accarezzare i sogni con le dita e le illusioni diventano speranza. Ho gli anni in cui l’amore, a volte, è una folle vampata, ansiosa di consumarsi nel fuoco di una passione attesa. E altre volte, è un angolo di pace, come un tramonto sulla spiaggia.

Quanti anni ho, io? Non ho bisogno di segnarli con un numero, perché i miei desideri avverati, le lacrime versate lungo il cammino al vedere le mie illusioni infrante valgono molto più di questo. Che importa se compio venti, quaranta o sessant’anni! Quel che importa è l’età che sento.

Ho gli anni che mi servono per vivere libero e senza paure. Per continuare senza timore il mio cammino, perché porto con me l’esperienza acquisita e la forza dei miei sogni. Quanti anni ho, io? A chi importa! Ho gli anni che servono per abbandonare la paura e fare ciò che voglio e sento.” (José Saramago)

Affetti e Legami

bella gioventù

A chi pensa di aver capito tutto della vita, e non dubito che ciò sia vero, consiglio una esperienza formativa: provate a parlare con un giovane, meglio se tra i 18 e i 21 anni. Non della Juve o del tempo ma delle cose che per voi sono importanti per vivere, quelle che ritenete essenziali, direi vitali.

Sostenete il suo sguardo meravigliato, incuriosito ed un po’ scettico; sottoponetevi alle sue mille domande, apparentemente ingenue e banali; lasciate che questi suoi interrogativi giovanili scavino nella vostra anima, corrodano le vostre certezze e risveglino i vostri dubbi sopiti dall’età.  È un’esperienza interessante, quasi un test di maturità.

Vi trovate costretti a smontare la vostra vita, a fare cernita tra ciò che è centrale e ciò che è solo secondario, tra quanto per voi ha ancora un senso e quanto può essere lasciato andare. Siete costretti ad argomentare le vostre convinzioni ideologiche e metafisiche con qualcuno che è nato e cresciuto in una cultura post-ideologica e materialista. Vi ritroverete a parlare di valori ed ideali, con quell’antipatica sensazione che l’altro vi osservi come si arrivaste da un altro pianeta.

Sono tosti i giovani a quest’età, possiedono un cinismo e una disillusione che non vi aspettereste da una persona così giovane. Sarà che hanno già visto tante cose nella loro breve esistenza, già troppi imbonitori hanno suonato alla loro porta, così che non potete vendere loro merce di poco valore. Hanno naso per scovare la merce scaduta, artefatta o di bassa qualità. Possiedono un fiuto innato per stanare le vostre insicurezze, i vostri dubbi esistenziali e le vostre fragilità. Vi sconsiglio di vendere qualcosa di cui non siete pienamente convinti e persuasi. Non proponete merce di cui non conoscete bene la provenienza: vi scoprono subito, anche se, per gentilezza, non ve lo dicono.

Se sarete in grado di sostenere i loro sguardi maliziosi ed incuriositi e supererete quei primi 10 minuti di test in cui si decide se meritate attenzione o sei uno dei soliti noiosi pantofolai (ahimè quanti test ho fallito a proposito…) farete un’esperienza straordinaria, quasi mistica.  Vedrete due occhi luminosi e affamati; percepirete una fame di vita e di pienezza, un appetito di realizzazione che sanno di Cielo. Percepirete un cuore che lentamente si apre, una mente che si sintonizza e pensa; uno spirito giovane che vuole capire, raggiungere, condividere.

Proverete quella gioia intensa che nasce dal condividere il pane della vita, la soddisfazione di spezzarlo per il fratello e di preparare il banchetto dell’esistenza per chi prova una fame sincera.

Vi sentirete uomini, poveri e ricchi, umili e sinceri. Soprattutto vi sentirete fratelli. Partecipi della stessa vita, compagni dello stesso cammino, felici di aver condiviso quel poco di pane che tenevate nella vostra bisaccia.

Affetti e Legami

Daniel

Daniel è l’ultimo della mia famiglia di cui scrivo e credo non sia un caso: la sua personalità ricca e poliedrica lo rende difficile da descrivere e da classificare.

Daniel è davvero un dono del Cielo, sotto molti punti di vista: anzitutto in un senso letterale, non essendo nato dalla pancia di Simona ma dal nostro cuore; ma forse, più di tutto, in senso simbolico: Daniel è una benedizione per la nostra famiglia, una di quelle cose che riconosci di non meritare ma che ti è stata data come premio, come un anticipo di felicità per il futuro, come un acconto di bene per il domani.

Pur giunto da molto lontano, Dany è sempre stato uno “di casa”, uno che non hai dovuto far entrare nella cinta dei tuoi affetti; direi che c’è sempre stato, come una sorte di predestinazione celeste: la nostra famiglia era il “suo posto”, lo abbiamo sempre saputo, lo sa lui e lo sappiamo anche noi. È una di quelle certezze che la Vita ti regala come una banale ovvietà, lo senti sulla pelle, non hai bisogno di rifletterci o di giustificalo.

Da subito Daniel ha mostrato il suo carattere forte e determinato: dietro quello sguardo che ammaglia e che intenerisce, scorgi una forza di volontà ed una profondità che colpisce. Sì, forse sono questi i tre aggettivi che meglio descrivono Daniel: volitivo, al limite della cocciutaggine, profondo e acuto.

Mi piace quel suo carattere determinato e forte, anche se è continua causa di conflitti con me e la mamma: non è uno a cui la si dà a bere facilmente; Dany sa tenere il punto, è ostinato, determinato, un mezzo ribelle. La sfida educativa con lui è quella di orientare questa bella caparbietà in un progetto di vita da perseguire e a cui essere fedele… non è facile ma so che ce la faremo.

Una cosa che ha da sempre stupito noi e le sue maestre è stata la ricchezza della sua interiorità: è raramente banale, ma è capace di andare al fondo delle cose, di interrogarsi, di farsi domande. Scandaglia sempre la sua profondità in ricerca di parole capaci di illuminare; le cose difficilmente gli scivolano addosso: le mastica e le rimastica con una perizia che talvolta sorprende. Gli eventi belli e brutti della vita rimbombano nel suo animo con una particolare intensità, creano echi e risonanze che non ti aspetteresti e che sanno riemergere anche dopo settimane e mesi. Non so dire da chi ha acquisito questa meticolosa cura dell’anima: i geni qui, ahimè, centrano poco, per lo meno quelli di italiana fattura.

Anche se giunto prestissimo in Italia Daniel si porta dentro il sapore della sua terra etiope, la leggi sul suo sguardo, sul suo modo di guardare le cose ed affrontare le situazioni: non saprei descriverlo nel dettaglio, ma capisci che il sangue africano scorre nelle sue vene, attraverso il suo corpo e condiziona il suo modo di vivere il tempo, il suo stile di abitare lo spazio, il calore delle sue relazioni e la passione delle sue amicizie.

Dany è un ragazzo emotivamente molto caldo, ricco, di una sensibilità ardente e rassicurante: ama il contatto fisico, lo rassicura sentire il calore della pelle di chi gli sta vicino; i suoi abbracci sanno di pelle e di corpi, di labbra e di suoni, sono intense esperienze di intimità.  Anche questo credo sia une eredità inconsapevole della sua bella terra africana.

Certo anche lui ha i suoi bei punti “deboli”: è buffo il modo in cui nasconde i suoi limiti e l’orgoglio con cui tiene alla propria immagina, con un vezzo di permalosità. Ma questo è meglio non dirglielo…

Mi rendo conto, scrivendo, che potrei continuare per ore a descrivere questo piccolo miracolo che c’è capitato: Daniel è sempre un mistero. Le parole faticano a contenere la sua esuberante personalità ed il suo animo bello e ricco. È così ma è anche altro, di più, oltre…Sì, forse la parola “mistero”, nella ricchezza semantica che contiene, è quella che meglio mi aiuta a capire chi è Daniel: mi richiama alla mente il senso di bene che nel suo svelarsi si ritrae, e sa custodire l’attesa di un accadimento che deve ancora manifestarsi.

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Parole di carta

GOOD BYE, MR PRESIDENT!

Questo mio articolo è uscito sul numero di Novembre di LodiVecchioMese

Goodbye Mister President! Dalla lontana pianura lombarda, volevo inviarle i miei saluti, alla fine del suo mandato presidenziale. Mi perdoni, non sono in grado di apprezzare, in modo completo ed oggettivo, quanto ha saputo fare in questi otto anni. Ogni presidenza è sempre un mix complesso di successi e fallimenti, di passi avanti e di regressioni, di traguardi tagliati con le mani alzate e di forature che ti lasciano sul ciglio della strada. Ci sono poi cose note, pubbliche, sbandierate ai quattro venti e cose nascoste, maturate nel segreto dei luoghi del potere, di cui verremo a conoscenza tra qualche decennio, sui libri di storia. Tutto questo mi porta ad esimermi da ogni pretesa di giudizio, lasciando che altri, ben più titolati di me, possano evidenziare luci ed ombre del suo mandato.

Vorrei qui scriverle due righe sullo stile della sua presidenza, sul modo in cui, alla luce di quanto abbiamo appreso dai media, ha esercitato il suo ruolo di “Commander in Chief”. Mi piacerebbe pensare che questo stile corrisponda anche alla sua personalità, al suo modo di essere uomo; ovviamente non ne ho la certezza. So quante persone hanno il compito di gestire la sua comunicazione, di studiare la sua immagine pubblica. So che c’è sempre una “lente deformante” puntata sulla sua persona, a motivo della quale è spesso difficile discriminare quanto c’è di vero da quanto è artefatto. Tuttavia sono persuaso che, per quanto simulato, nello stile di una persona emerga sempre qualcosa di reale; per quanto abituati a recitare, la nostra umanità riaffiora, come atti riflessi, nei gesti, negli sguardi, nei piccoli tic, nelle espressioni del viso, nelle movenze delle mani, nella vivacità degli occhi. Ecco, Mister President, è a questo “presidencial style” che mi piacerebbe dedicare due note.

La sua presidenza è nata sotto il segno di grandi novità: il primo presidente di colore a varcare la soglia della Casa Bianca, uno dei presidenti che hanno maggiormente incarnato la sfida della “nuova frontiera”. Forse dobbiamo tornare indietro all’era dei Kennedy per ritrovare un così fa una così forte passione ideale, una spinta al cambiamento, ad una “rivoluzione dolce” capace di condurre gli Stati Uniti verso nuovi traguardi di progresso. La sua è apparsa una presidenza “idealista”, in cui la dimensione del sogno, del desiderio e della giustizia hanno grandemente connotato il suo ruolo presidenziale. Quindi molti erano anche le attese che le venivano rivolte: c’erano molte aspettative, su vari fronti, dalla giustizia sociale alla soluzione dei conflitti internazionali, dalla cura dell’ambiente ad una politica multilaterale, e si sa, quando le aspettative sono alte, il rischio di deludere è sempre dietro l’angolo.

E tuttavia in questo contesto da New Deal, un ingrediente importante l’ha giocato stile che ha voluto imprimere alla sua presidenza. Le ricordo qui quegli aspetti che mi hanno particolarmente colpito.

Ho sempre colto molto umanità dietro i suoi gesti, i tratti di un uomo che viveva passioni, dolori, soddisfazioni e dispiaceri con aperta sincerità e trasparente immediatezza. Ho visto sorrisi e lacrime sul suo volto e mi sono sembrati i sentimenti di un uomo che sapeva partecipare a quanto la storia srotolava sotto i suoi occhi, scevro da quelle apparenti indifferenze che talvolta si colgono sui volti in taluni politici.

Ho amato anche la semplicità dei suoi gesti, quel modo diretto di parlare, quella irrituale intensità di avvicinare gli altri, che sapeva dare ad ogni gesto protocollare il senso di un “di più” di calore, di vicinanza e di autenticità. Straordinarie, me lo lasci confessare, quei piccoli gesti familiari verso la moglie e le figlie. I più belli sono stati quelli volutamente dissimulati, nascosti per un senso di pudore e che l’impietoso scatto fotografico ha immortalato per sempre: le mani che si sfioravano, la carezza data di sfuggita, un’occhiata furtiva ma intensa mi sono parsi segni di un animo nobile, sensibile e sincero.

Infine mi ha incuriosito lo spiccato senso dell’autoironia che talvolta, rompendo regole e protocolli, ha fatto capolino nelle occasioni pubbliche. Sarà che amo molto chi è capace di ridere di se stesso, chi sa non prendersi troppo sul serio, chi è capace di guardare la vita con sguardo divertito, ma devo confessare che ho apprezzato quel suo modo un po’ buffo e stravagante di approcciare i bambini, le persone che lavoravano con e per lei ed i tanti cittadini “senza titolo” che ha dovuto incontrare.

The best is yet to come” ripeteva in campagna elettorale, “il meglio deve ancora venire”, insieme a quel “Yes, we can” diventato il motto presidenziale. Ecco, è questo che mi piacerebbe che ci lasciasse, non tanto il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti, quanto l’uomo Barack Obama, dopo questi otto anni vissuti in prima linea.

“Il meglio deve ancora venire”, sì, è vero Mister President e questo vale per l’America, per l’Unione Europea, per la nostra Italia e per le nostre povere, ma non insignificanti, esistenze. Mi piacerebbe che ci lasciasse questo suo sguardo di speranza sul futuro, quel guardare al domani con fiducia, impegno e determinazione. È l’ambizione e l’orgoglio di chi sa che il domani è nelle nostre mani, sarà frutto del nostro impegno, della nostra passione, soprattutto in questi tempi che facili non sono di sicuro.

Goodbye Mister President and yes, the best is yet to come!

Storia e Tempi

perchè voto SI

Mettiamola così: credo che la riforma costituzionale, che voteremo il prossimo 4 dicembre, non sia la panacea di tutti i mali, ma possa rappresentare un’opportunità per il nostro paese.

Porta a compimento un processo riformatore iniziato decenni fa e fallito dopo molti tentativi, riforme che credo tutti riconoscono essere quanto mai necessarie. Sostiene la governabilità del Paese, elimina un bicameralismo paritario ormai obsoleto, razionalizza i rapporti tra stato e regioni e tenta una riduzione dei costi della politica.

Certo non è una riforma perfetta, molti punti convincono poco pure me, ma dobbiamo ricordare che, nonostante quanto si dica, questa non è la “riforma di qualcuno” ma è stata frutto di mediazione e di compromessi, anche con chi oggi alla riforma dice no. Sì, perché questa riforma è stata votata a larga maggioranza in parlamento anche con il contributo di quelle forze politiche che, per motivi quantomeno discutibili, hanno poi girato le spalle all’accordo.

Le riforme nascono sul tavolo di qualche aula universitaria ma poi vengono discusse e approvate sulla base di convergenze parlamentari possibili, di chi ci sta ed è disposto a dare il proprio voto. Come diceva un vecchio saggio: la polenta si fa con la farina che si ha…

Non mi pare poi che le nuove norme della Costituzione mettano a rischio la tenuta democratica, né che degradino la qualità della nostra vita parlamentare: allo stesso modo funzionano molte altre democrazie occidentali, che penso nessuno si sogni di definire autoritarie.

C’è poi la questione della alternativa possibile. È uno sport tutto italiano quello di credere che la riforma più bella sia quella che si farà “dopo”, senza mai spiegare come, cosa e con chi. Onestamente, non vedo all’orizzonte una schiera di padri costituenti capace di trovare accordi alti e nobili per salvare la nostra democrazia. Basta far passare davanti agli occhi i volti del fronte del NO per rendersi conto che, secondo me, l’alternativa a questa riforma non è un’altra riforma ma lo “status quo”.

Purtroppo nella vita non sempre ci è concesso di scegliere tra il bene ed di male; spesse volte dobbiamo decidere tra il male maggiore o il male minore, o, se si vuole, tra il bene minore e quello maggiore. Insomma, molte volte una questione di quantità e non di qualità. Ecco, penso che il male maggiore della nostra Italia sia l’immobilismo, l’eterno ritorno dell’uguale, delle solite idee, dei soliti modi e delle solite facce.

Questa riforma va nella di reazione giusta; non quella dell’ideale ma quella del bene possibile, qui ed ora.

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Storia e Tempi

perchè non voterò no

Semplificando molto le cose mi pare che esistano sostanzialmente due posizioni a sostegno del NO al referendum costituzionale.

Da una parte c’è chi vota NO a prescindere: c’è chi la legge costituzionale l’ha votata in parlamento (e più di una volta) e poi adesso ha cambiato idea (a seguito di fatti che con la riforma non hanno nulla a che spartire) ; c’è chi, indipendentemente da quanto c’è scritto, non vede l’ora di sparare su Renzi e la tornata elettorale si offre come una ghiottissima occasione; c’è chi il NO è una filosofia di vita, una modo di stare al mondo; c’è chi infine vive una così forte spinta ideale che ogni tentativo di mediazione diventa un cedimento, una resa, un tentativo di tradire valori e idee. Penso che con queste persone, ci siano ben pochi argomenti da mettere sul tavolo. La loro scelta l’hanno legittimamente fatta e non resta che rispettarla.

C’è invece un’altra parte a sostegno del NO che trovo più stimolante e intellettualmente provocante.  È emersa ai miei occhi in maniera plastica durante il confronto in TV tra Renzi e Zagrebelsky. Sono coloro che oppongono il NO in nome di una diversa visione della democrazia e dei rapporti di forza che si devono instaurare in una dialettica parlamentare. Arturo Parisi ha definito così queste due visioni delle cose: da una parte l’idea di una “democrazia consociativa” e dall’altra una “democrazia dell’alternanza”… magari è un po’ approssimativo ma rende l’idea.

Ascoltando le argomentazioni Zagrebelsky, assolutamente nobili e comprensibili, era evidente che il conflitto nasceva non da interessi personali, da beghe di bottega o da biechi calcoli politici, bensì da due modi radicalmente differenti (spero conciliabili) di intendere il processo decisionale in un sistema democratico. Al di là di dettagli, pur importanti, mi pare questa la posta davvero in gioco. Come deve funzionare una democrazia, che ruolo devono avere le opposizioni, come devono essere negoziate decisioni e scelte. Nella idea di Zagrebelsky si evince un modello che prevede una sostanziale co-gestione del potere: chi governa è chiamato ad una continua trattativa in quanto alle opposizioni è garantito (sostanzialmente) il diritto di veto sulle scelte che riguardano il bene comune. Le elezioni non servono (e questo Zagrebelsky lo ha detto molto chiaramente) a decidere chi vince e chi perde ma a misurare il peso di ciascuno parte politica ed il grado di influenza che essa avrà in parlamento. Mi pare evidente che questo modello di democrazia è frutto di un periodo storico (quello del dopo-guerra) nel quale, per una tutela della stessa democrazia, a nessun partito era riconosciuto il diritto di governare in autonomia ma la via della mediazione e della trattativa era una strada obbligata ed indicata dallo stesso modello costituzionale.

A questo modello si contrappone un altro che, con la stessa legittimità, sostiene: chi vince governa, nel rispetto della costituzione e dello status delle opposizioni. Ma si assume il diritto ed il dovere di prendere scelte, di indicare la direzione di marcia, di incidere sui rapporti sociali e sul modello di sviluppo. Nessuna delegain bianco ma il riconoscimento del legittimo esercizio del potere. Alle successive elezioni sarà chiamato a rispondere delle scelte fatte e a rendere conto al proprio elettorato e a tutto il Paese di quanto realizzato.

Certo riconosco che questo modello si offre a possibili rischi, ma anche il precedente non è esente:  se è vero che questa opzione rinforza l’idea di una visione un po’ “energica” della democrazia, è anche vero che la democrazia muore quando diventa indecisione, perenne rinvio delle soluzioni dei problemi, appare come qualcosa di inefficace e stretta tra lacci e lacciuoli. Il vero pericolo, secondo me, è quando la democrazia diventa sostanzialmente inutile perchè inconcludente.

Pur riconoscendo (ed in certa misura apprezzando) le ragioni del secondo gruppo, il mio no al NO è proprio in nome di questa idea di democrazia che non mi convince e che, secondo me, si è dimostrata inadatta a gestire i cambiamenti.

Lascio ad un prossimo post le ragioni del perché voterò SI

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Affetti e Legami

certi sguardi

Anche la lingua italiana ci istruisce sull’esistenza di diversi tipi di sguardi: c’è un vedere, poi un guardare, poi un osservare e poi forse ancora un contemplare e non so quante altre sfumature di mezzo.

E tuttavia certi sguardi escono da questi schemi linguistici, diventano unici e potenti, in un certo quel modo indescrivibili a parole.  Possiedono una forza ed una profondità che ti destabilizza; sono capaci di squarciare il buio dell’incomunicabilità, sovvertono preconcetti e ragionamenti. Essi sono quasi una bomba a mano gettata inaspettatamente nell’anima: il fragore dell’esplosione lo senti intensamente dentro, ma giunge vigoroso sulla pelle, inumidisce gli occhi e fa battere forte il cuore.

Quando intercetti certi sguardi provi un sentimento misto di “timore e tremore”; l’occhio dell’altro ti affascina, ti cattura e ti ammaglia ma allo stesso tempo ti intimorisce, perché nei suoi occhi, scorgi una profondità inaccessibile e misteriosa, una interiorità della quale afferri, a malapena, la superficie. E, ciononostante, lo sguardo giunge al tuo cuore come un invito leggero, come un tocco gentile, come un gesto disponibile all’incontro e alla comunione.

Certi sguardi non sono fatti per essere sostenuti, come fanno i fidanzati scambiandosi infinite ammirazioni. Certi sguardi coprono il lampo di un attimo, il fulgore di un momento; forse è proprio la loro evanescenza che li rende così pesanti, duraturi e resistenti.

Sì, questi sguardi hanno una persistenza nell’anima, non scompaiono come le orme sul bagnasciuga: essi lasciano impronte perenni nell’anima, restano come memorie di attimi infiniti, divini, di attimi Altri.

Vivi l’immediata consapevolezza che lì il Mistero della Vita sta bucando il tempo ed uno spiraglio di Eterno sta filtrando nella trama dei secondi.

 

Parole d'autore

il bacio della buonanotte

«”Ma io non credo affatto in Dio. Come posso parlare di Dio alla mia bambina?”, fu l’obiezione di una donna. “Io non credo” – con ciò intendeva che già da tempo le era diventato estraneo e non le diceva più niente quello che la chiesa insegnava di Dio.

Ma poi si mise a raccontare che la sera accompagna la bambina dentro la notte. La piccola non deve avere paura, e così la donna si siede sul letto accanto a lei e le legge una fiaba, le accarezza la fronte, le dà un bacio e le sussurra all’orecchio: “Sono qui con te!” Con queste parole vuole rassicurare la bambina che non sarà mai sola, che è accompagnata e custodita, in breve, che non deve avere paura e che quindi può dormire tranquilla.

E tuttavia, con queste parole la donna promette una cosa che, pur con tutta la sua migliore buona volontà, non può garantire alla sua creatura: stanotte può accaderle qualcosa che le toglie, forse per sempre, la possibilità di stare a fianco della piccola. E pur tuttavia ha anche ragione di farle una promessa come quella che le sta facendo: veramente ogni creatura che viene al mondo possiede il diritto a una simile sicura protezione, solo che, fra ciò che dovrebbe essere e ciò che potrebbe essere si spalanca uno iato senza fine.

A portare questa donna oltre tale iato non c’è che una fiducia che lei stessa non può giustificare, anzi, per la quale non esiste affatto un fondamento razionale; e tuttavia ella presuppone un simile fondamento irrazionale. Promette alla sua bambina qualcosa di assoluto che lei non può mantenere personalmente e sul quale però richiama l’attenzione col suo amore e col suo desiderio di protezione per la piccola e, non da ultimo, per sé stessa.

Questa donna, che aveva appena detto di non credere affatto in Dio e di non sapere neppure parlare di lui, tuttavia lo comunica e lo annuncia col suo amore» (Drewemann),

Affetti e Legami

quella maledetta invidia

Odio il sentimento dell’invidia, sia quando esso mi trova, ahimè, protagonista, sia quando ne sono vittima. I rapporti segnati dall’invidia non sono mai pacifici e liberi, ma sempre lacerati dal sospetto e dalla malizia. Quando percepisci attorno a te un diffuso senso di invidia, ti senti quasi schiacciato, soffocato; nasce una dinamica inconscia di difesa, di finzione e di assenza di sincerità.

È triste l’invidia perché ti porta a ritenere che qualcuno abbia ricevuto qualcosa che ti aspettava, pensi di aver subito un torto, in quanto la vita ha dato ad altri quanto spettava a te. Come quelle finestre smerigliate, essa ti impedisce di vedere il bene che è nella vita dell’altro, modifica la tua percezione delle cose e ti insinua quel senso fastidioso di rivalità, di aggressività e di competizione. Il bene dell’altro ti diventa insopportabile, non tolleri che delle cose positive gli stiano accadendo, perché dovresti essere tu al suo posto.

Ti accorgi del sopraggiungere di questo amaro sentimento, sia che tu ne sia protagonista o vittima, perché fa capolino sempre quella battuta acida, gettata là, quasi ingenuamente, un po’ sottotraccia, in realtà animata e mossa da molto rancore. Non riesci a trattenere quella parola fuori posto, anzi speri che, nonostante il tuo dissimulato sorriso, essa possa raggiungere corrosiva il cuore dell’altro, per ferirlo, per farlo sentire a disagio, come a trasmettere, un po’ inconsciamente, il tuo malessere.

Poi sono quelle occhiate di sottecchi, con fare bramoso ed insoddisfatto, che tradiscono, più di mille parole, i veri sentimenti che agitano il tuo cuore; lo sguardo invidioso ha sempre quel carattere innocuo e distratto, ma che in realtà è pungente e penetrante, sempre vorace ed insaziabile.

Ma perché questo cupo sentimento agita così spesso i nostri cuori? Perché proviamo questo appetito, a motivo del quale il nostro piatto non è mai colmo abbastanza e le nostre voglie sono dirette verso il piatto del nostro vicino?

A volte ho il sospetto che siamo mossi solo da un desiderio di tipo “mimetico”: desideriamo il bene dell’altro solo in forza del suo desiderio verso di esso. È il desiderio dell’altro che rende quell’oggetto desiderabile e bramabile ai nostri occhi. Un po’ come accade ai bambini: è il semplice possesso della macchinina che la rende così attraente; voglio il tuo gioco per il semplice motivo che lo desideri tu.

Storia e Tempi

trecentosessantasei

Oggi questo blog compie un anno e quindi permettete (solo per oggi) un post un tantino autoreferenziale.

Un grande grazie a tutti coloro che assiduamente mi seguono, in particolare ai miei 37 followers e tutti quelli che in modi diversi mi hanno fatto sentire il loro sostengo (insieme a qualche doverosa critica)

Un grazie alle 2.514 persone che in questo prima anno di vita hanno visitato 14.325 pagine, un risultato che a solo leggerlo mi mette i brividi.

Grazie a coloro che si sono collegati da Italia, Paesi Bassi, Francia, Argentina, Stati Uniti, Ungheria, Regno Unito, Finlandia, Malta, Bielorussia, Germania, Svizzera, Brasile, Malaysia, Nuova Zelanda, Croazia, Spagna, Austria, Irlanda, Svezia, Singapore e Città del Vaticano.

Trovo che ci sia qualcosa di stupefacente nel fatto che qualcuno possa trovare dei minuti della propria giornata per leggere quanto scrivo: la cosa mi emoziona, mi onora e mi invita alla riconoscenza.