Storia e Tempi

quanti doni!

Il compleanno può essere l’occasione per una giornata entusiasmante: per un giorno sei al centro del mondo, o almeno di quel piccolo mondo che sono i tuoi affetti ed i tuoi legami.

Come ogni anno il primo augurio, dopo il bacio di mia moglie e dei miei figli,  è arrivato via sms alle sette di mattina da don Franco: è sempre il primo ad onorare questo rito con precisione svizzera. Poi la telefonata con un caro amico che non sentivo da tempo; tantissimi whatapp oltre alla bella usanza di una cara amica romana che ci tiene a farmi una telefonata per cantarmi dal vivo “tanti auguri a te…”: è bella questo piccolo “rito” che lei fa a me ed io faccio a lei; mi ricorda che io sono rimasto nel suo cuore come lei nel mio. Durante la giornata un po’ di messaggi da amici e parenti; non è mancata qualche lacrima a solcare il viso al pensiero di quegli auguri che non riceverò più giacché sorella morte ci si è messa di mezzo…

Alla sera una inattesa sorpresa: ben tre torte di compleanno! Una fatta da mia figlia, una da mia zia ed una da una cara famiglia di amici… e questa proprio non me l’aspettavo. Che dire?.. quando il troppo è troppo… La ciliegina sulla torta (e qui la metafora ci sta bene) l’ha messa un caro amico che, dopo cena, mi ha fatto un dono raro e prezioso: la sua fiducia, raccontandomi cose importanti della sua vita… insomma ..che giornata!

È proprio vero che ogni tanto dobbiamo celebrare la Vita, la sua prodigiosa esuberanza, la sua magnanimità eccedente, il suo modo di darsi in modo eccessivo e copioso. La celebriamo per se stessa, non per i doni che ce ne derivano, ma per la sua intrinseca bontà e la sua innata benevolenza. Conserviamo il calore di questi giorni per quei momenti in cui il vento soffierà gelido e il suo tocco glaciale fredderà il cuore.

Storia e Tempi

dammi il cinque!

C’è un gesto che noi allenatori facciamo sempre durante una partita di minibasket; lo ripetiamo quando qualcuno lascia il campo o alla fine di ogni tempo. Diamo il cinque, con entrambe le mani, ad ogni ragazzo che ha giocato, accompagnando il gesto con un bel “bravo”.

Ho “ereditato” questo piccolo rito da chi mi ha preceduto in questo ruolo: è una consuetudine che esiste da tempo nella nostra società sportiva. Inizialmente l’ho adottato come una bella usanza, come un modo per essere in linea con la tradizione. Poi ho pensato che fosse il modo per rafforzare l’autostima dei ragazzi, anche quando quel “bravo” era poco giustificato dalla prestazione che avevi visto in campo… ma sono ragazzi e quindi è giusto fare così…

Ultimamente, mi sono accorto che c’è una saggezza più sottile e profonda dietro quelle mani che si incontrano e quella parola di apprezzamento: il gesto di complimento non è per la qualità del gioco né per il numero di canestri. Il “bravo” è per il fatto che ciascuno dei miei ragazzi è entrato in campo e si è messo in gioco; il “bravo” è perché ci ha provato, perché non si è tirato indietro, ma accettato la sfida della gara; “bravo” è perché, indipendentemente dal fatto che ha giocato bene o male, ha comunque cercato di dare il suo meglio, si è impegnato, si è messo al servizio della squadra.

So che non sempre l’impegno basta: talvolta i risultati sono un po’ deludenti, ma il “bravo” è detto per consolare della sconfitta e per incoraggiare il miglioramento. Sì,  c’è molta più saggezza educativa di quello che può apparire dietro quel gesto un po’ scontato e ripetitivo: vuole in fondo riconoscere che ogni ragazzo è un vincitore nella misura in cui ci tenta, si mette alla prova, accetta di crescere e corre il rischio di vincere così come quello di perdere.

Spero che questo “cinque” battuto sulle mani resti loro come una benedizione per il futuro, che se lo ricordino anche lontano dal campo di basket: saranno “bravi” tutte le volte che accetteranno di mettersi in gioco, sapendo che a volte si vince, altre volte si perde, ma sempre sì dai il massimo.

 

Storia e Tempi

usato sicuro

Pensavamo di entrare finalmente nella Terza Repubblica e ci troviamo, magicamente, ricatapultati nella Prima, una sorta di “Ritorno al Futuro” alla rovescia.

Dopo la sentenza della Consulta e l’aria che tira in Parlamento temo che non ci resterà alternativa che eleggere proporzionalmente un nuovo Parlamento, che, come nei gloriosi anni che furono, indicherà il nome del presidente del Consiglio, in base al calcolo, attentissimo e preciso, del peso di ogni singola formazione politica. Così ci attenderanno governi di larghe intese, sicché ciò che, solitamente, è una condizione straordinaria per un sistema politico ora da noi diventerà la normalità. Invocare il maggioritario in un sistema tripolare come il nostro aveva proprio lo scopo di evitare di finire nella palude… ma tant’è…

Prepariamoci allora ai vecchi riti alle antiche cerimonie: chi può salga in soffitta e rovisti in qualche vecchio baule, troverà qualche polveroso libero di cronaca parlamentare… tenetevelo buono, ci servirà presto.  In fondo perché tutta questa voglia di cambiare?  Il passato esercita sempre il suo fascino, ha ancora un suo appeal. Alla macchina nuova noi preferiamo un usato sicuro: non sarà proprio l’ultimo modello, ma ci dà maggiori garanzie; può essere che vada piano ed inquini troppo, ma a noi piace così; su certe cose preferiamo un sano tradizionalismo.

Per noi il mondo va troppo di fretta, abbiamo i nostri tempi e non abbiamo voglia di correre: meglio prenderci il “nostro tempo”, per rallentare la corsa o, meglio ancora, sedersi sul marciapiede ad osservare la corsa degli altri… “chissà chi vince stavolta?”

Poveri noi… destinati a guardare al futuro sempre dallo specchietto retrovisore.

Storia e Tempi

scusate ma devo andare…

Mi è successa una cosa singolare: settimana scorsa ero in Finlandia per un workshop presso una Banca per la quale sto seguendo un progetto. Era una riunione di “pezzi grossi”, tant’è che la mia presenza suonava alquanto strana ed anomala…

Il programma, in pieno stile finlandese, era di terminare il tutto entro le quattro del pomeriggio (dopo le quattro e mezza l’immenso e splendido edificio della banca diventa un deserto in quanto la giornata lavorativa è già terminata). Tuttavia, sapete come vanno queste cose: sai quando inizi ma mai quando finisci. Così, nonostante il controllo “bulgaro” dei tempi da parte del moderatore, i tempi si sono inevitabilmente un po’ allungati.

Verso le 16:03 un tizio della Banca, un pezzo grosso, ma, credetemi, grosso grosso, si alza e con il consueto aplomb finlandese prende la parola, ringrazia i presenti e saluta tutti scusandosi per dover lasciare il workshop prima della fine, in quanto avrebbe dovuto passare a prendere il figlio all’asilo. Il tutto non solo detto con una straordinaria normalità ma facendo pure dell’ironia: “non vorrei arrivare tardi dato che non sarebbe la prima volta”. La platea ha accolto la cosa come una estrema ovvietà, tranne uno che, facendo un po’ di umorismo, gli ha ricordato che se avesse tardato ancora una volta o due avrebbe risolto il problema alla radice: ci avrebbe poi pensato lo Stato ad occuparsi di suo figlio… risata generale…

Ripensando a quell’episodio (in verità nulla di straordinario né di eclatante tanto era ordinariamente banale) pensavo cosa sarebbe successo se lo stesso fatto fosse accaduto ad una medesima riunione in Italia; chissà quanti sguardi sprezzanti si sarebbero rivolti verso il padre a motivo del suo “riprovevole” comportamento…

Il nord Europa, da questo punto di vista (e non solo) è davvero un altro pianeta: a nessuno è chiesto di scegliere tra la carriera e la famiglia ma i tempi del lavoro sono resi flessibili così da potersi adattare alle diverse esigenze familiari. Poi essere un grande manager senza rinunciare ad essere un buon padre; non sei costretto a fare a fettine la tua vita per dividerti tra mille cose tra loro inconciliabili. Percepisci una dimensione più riappacificata della vita quotidiana, a motivo del fatto che la situazione “ambientale” favorisce la riconciliazione dei diversi tempi e momenti dell’esistenza. Se penso alle lotte che una donna in Italia deve fare per avere una riduzione dell’orario di lavoro per motivi familiari, la cosa davvero dà da pensare…

 

Pensieri e Silenzi

riposo

Se guado indietro alla mia vita, ho come la percezione di periodi fecondi e periodi sterili: ci sono stati anni in cui ho avuto la chiara consapevolezza di essere cresciuto, di aver camminato, di aver fatto cose, realizzato progetti, raggiunto obiettivi e tagliato traguardi.

Altri invece in cui mi è parso di aver combinato poco, di essere rimasto al palo, di aver gestito l’ordinaria amministrazione e di aver conservato l’esistente. È come se, osservando la corsa della mia vita, ci fossero stati periodi veloci, in cui mi sono prodigato per raggiungere la meta e periodi lenti, in cui il ritmo si è fatto calmo e blando.

Sarà vero o è solo una questione di prospettiva, legato al punto di osservazione che tradisce la verità delle cose? Difficile a dirsi…

Tuttavia penso una cosa: in questi freddissimi giorni di inverno mi capita talvolta di fare due passi nella campagna lodigiana. È quasi magico camminare in quella atmosfera rarefatta, in cui i campi giacciono gelati e immobili al tuo fianco, in cui la natura pare ferma, statica, in riposo. Avevo già battuto lo stesso sentiero in estate e lo spettacolo si era presentato sotto tutt’altra forma: la natura appariva rigogliosa, vivace, ricca, dinamica e copiosa… ed ecco invece costatare come tutta quella vita si sia ora addormentata, sia entrata in un lungo letargo, un apparente stato di morte.

Quanto sono simili quei campi agli anni della mia vita! La natura ci istruisce che morte e vita si alternano in una ciclica danza: movimento e stasi, corsa e riposo, dinamismo e tranquillità…Mai l’uno senza l’altro… In fondo, forse, c’è di più: non uno “nonostante” l’altro, ma l’uno “grazie” all’altro.

Il tempo del riposo invernale sono i giorni in cui il campo prepara il futuro raccolto, in cui l’attesa e lo stallo propiziano l’arrivo della primavera. Sono i giorni necessari del sonno e della morte affinché la vita riesploda nuovamente con inatteso vigore e sorprendente meraviglia.

Pensieri e Silenzi

al buio

Il buio di questo post non ha nulla di metaforico o simbolico. Prendo la metropolitana, come ogni giorno, per raggiungere la stazione ferroviaria ed il treno sotterraneo giunge senza illuminazione interna, sicché, per evitare di perdere il treno, salgo sulla carrozza senza luce. Ovviamente non è un buio pesto: in stazione le luci funzionano e anche nel tragitto le luci di emergenza poste sui binari lanciano una fioca luce all’interno. Eppure vivi una strana sensazione, quella di procedere in penombra nel sottosuolo di Milano, con rimbalzi di luci, che si alternano qua e là nella carrozza in movimento. In realtà c’è un’altra fonte di illuminazione: sono gli smartphones degli altri passeggeri, che illuminano i volti come fossero dei ritratti d’autore

È davvero suggestivo questa atmosfera: vedi volti imbiancati dagli schermi emergere dall’oscurità e rimbombi di luce dalla galleria, che appaiono come flash dentro la carrozza. L’aria è diversa, strana; te ne accorgi anche dal comportamento degli altri passeggeri. Non saprei dire perché ma l’oscurità accende il senso di silenzio e tranquillità; pare quasi che le persone non vogliano turbare quell’atmosfera un po’ surreale che si è creata; così limitano le parole ed i movimenti e si muovono un po’ come si fa nelle sale di attesa degli ospedali, con cautela e silenziosamente.

Come basta poco per modificare la familiarità di un’esperienza che vivi tutti i giorni: basta una lampadina rotta e tutto appare talmente diverso che anche il nostro comportamento sente il bisogno di adattarsi alla nuova situazione. Siamo “animali” talmente abitudinari che possiamo muoverci ad occhi chiusi in ambienti conosciuti ma a cui basta una piccola novità per creare un senso di estraneità e di stranezza.

Sono proprio queste “piccole variazioni sul tema” che ci permettono di apprezzare la normalità; è grazie alla luce che cade, stranamente obliqua, sulle cose che possiamo riappropriarci di un ambiente, che, benché familiare, ci risulta incredibilmente sconosciuto.

Pensieri e Silenzi

mollare la presa

Ogni tanto dobbiamo imparare a mollare la presa, ad alzare le mani ed abbandonare la lotta, soprattutto quando questa rischia di consumare tutte le nostre forze e di esaurire quel poco di energia residua che ci è rimasta. Talvolta siamo talmente coinvolti in un corpo a corpo con il “nemico” che perdiamo la lucidità di riconoscere che è più utile, per noi e per gli altri, cessare la battaglia e prendere un momento di tregua.

Non è un passaggio facile quello della resa: la lotta ti ha talmente assorbito che lasciare il campo di battaglia è un’opzione che la mente non intende considerare. Le tue mani restano rigidamente aggrappate al corpo dell’avversario e le tue membra sono così aggrovigliate con quelle dell’altro, che pare, quasi fisicamente, impossibile districarsi.

Invece ogni lotta richiede dei tempi di sospensione, dei time-out in cui ciascuno possa riprendere fiato e rivalutare la strategia di attacco. Sono i momenti in cui possiamo lasciar sedimentare l’affanno e la tensione, per pianificare le nostre azioni con più pacatezza e lucidità.

Sono diversi nella vita di momenti in cui riconosci che una buona tregua dà maggiori frutti di una cocciuta lotta. Succede nelle tensioni con i figli, nelle discussioni con il coniuge, nei conflitti sul posto di lavoro, nelle diatribe con gli amici e parenti ed in certe situazioni in cui ci sentiamo legati mani e piedi senza via di fuga. Ti capaciti così di quanto sia vero il motto per cui talvolta occorre fare un passo indietro per farne due avanti. Non significa essere arrendevoli o rinunciatari, ma solo persone di buon senso, che sanno distinguere quando è saggio stringere i denti e continuare e quando invece fermarsi e pazientare.

Storia e Tempi

lunedì

Il lunedì è sempre una grande fatica; è pesante arrivare alla fine della giornata ed affrontare quelle cose che in qualunque altro giorno parrebbero più accessibili.

Non è tanto un problema fisico quanto psicologico. È lo sguardo complessivo sugli impegni della settimana che ti lascia un po’ senza fiato, spaventato e preoccupato. Ti risulta pesante dover riprendere il ritmo di sempre, interrotto dalla benedetta pausa domenicale. È un po’ come quando inizi una corsa, dopo che sei stato fermo qualche giorno: ai primi passi le ossa scricchiolano e le gambe faticano a tenere il ritmo.

Vivo un po’ quell’antipatica sensazione che avverti quando qualcuno ti sveglia nel bel mezzo di un pisolino: sei infastidito da quella voce che ti chiama e che turba il tuo sonno con delle richieste scoccianti. Lunedì è un po’ così: ogni richiesta, pur legittima e giusta, mi giunge come una scossa allo stato di torpore in cui il weekend mi ha calato; ogni parola mi colpisce come un fendente che vuole rompere quel guscio di protezione che mi sono creato. Ogni domanda, ogni compito, ogni impegno sono una ingiunzione a muoversi, a riprendere il cammino, a destarsi, a riattivare l’attenzione ed i sensi verso quello che mi sta attorno.

Anche l’umore risente di questo “effetto sveglia”: mi ritrovo ad essere insofferente e allergico alle persone, quasi un poco infastidito dalle conversazioni e dalle chiacchiere. Vorrei poter riprendere il cammino con la mia consueta lentezza e non sotto la pressione di parole che urticano o discorsi che molestano…

Ormai ci ho fatto il callo… il lunedì va così, sotto tono e con poco entusiasmo…  ma sono cose che passano… la settimana riprende il volo e con essa impegni, riunioni, appuntamenti, discorsi e incombenze varie… fino al prossimo lunedì…

Affetti e Legami

una misura traboccante

Ogni viaggio mi concede la possibilità di allontanarmi per qualche giorno dalla vita di sempre e di osservare le cose quotidiane da un punto di vista particolare. La distanza fa tanto in questi casi: la lontananza fisica si traduce anche in una lontananza psicologica, sicché diviene più semplice ed immediato accorgersi delle cose che hai sempre sotto gli occhi ma che talvolta non vedi. Senza contare il fatto che la solitudine è sempre una grande catalizzatore di pensieri e meditazioni.

Mi sono così ritrovato a fare questa considerazione: tutte le mattine a casa mi sveglio e, andando in cucina, trovo la tavola preparata per la colazione, la mia tazza al mio posto con a fianco il cucchiaio. Quando mi lavo il bagno lo trovo in ordine e pulito. Apro il cassetto e vi sono maglie piegate e pulite che qualcuno si è preoccupato di farmi trovare a disposizione. Le camicie sono stirate nell’armadio e appese ciascuno al proprio attaccapanni. E potrei continuare e vi assicuro con molto altro: le cena pronta in tavola alla sera, i vestiti ritirati dalla lavanderia, la spesa al supermercato…

Tutti questi piccoli ma importanti dettagli dicono che qualcuno si occupa di noi, ha cura della nostra vita, è attento alle nostre necessità, anche quelle più semplici e feriali. Questa cura eccede ciò che ci è realmente necessario ma sconfina molto spesso nel terreno della gratuità eccedente. Capisci che questi gesti contengono un “di più” di dono, di attenzione e che superano il semplice livello della sopravvivenza.

Chi ci ama lo fa con misura smisurata, non bada a spese, non centellina la fatica e non lesina impegno. L’amore vero è sempre sotto il segno dell’abbondanza, del dono smisurato ed eccessivo, dello spreco e della generosità sconfinata. È da questo che ci accorgiamo che siamo amati: quando qualcuno ci versa nel grembo “una buona misura, pigiata, scossa e traboccante” (Lc 6,37)

Parole d'autore

cammelli

Un vecchio beduino lasciò nel testamento i suoi 17 cammelli ai suoi 3 figli. Al primo lascio la metà dei suoi cammelli, al secondo 1/3 dei cammelli e al terzo genito 1/9 dei suoi 17 cammelli. 17 non divisibile ne per 2, ne per 3 ne per 9, e i 3 figli iniziarono a discutere su come doveva essere ripartiti i 17 cammelli del loro padre. Gli animi iniziarono a scaldarsi e chiamarono una vecchia saggia del villaggio come mediatrice per trovare una soluzione prima che qualcuno dei 3 figli iniziasse a squartare gli animali o a mettersi le mani addosso tra loro. La vecchia saggia chiese di dormirci sopra e ai 3 figli di far ritorno il mattino successivo.

Al mattino confessò di non sapere come aiutarli nella soluzione, ma si rese disponibile a regalare il proprio cammello per non far uccidere una delle loro bestie e quietare gli animi. Pagarono la saggia per la sua consulenza e gli diedero anche un extra per la sua inaspettata generosità. Così i 3 figli ebbero i 18 cammelli. Il primo prese i suoi 9 cammelli (la metà dell’eredità), il secondo genito i suoi 6 cammelli (1/3 di 18) e l’ultimo figlio i 2 cammelli (1/9 dei 18). In tutto si appropriarono di 17 cammelli (9+6+2). Rimase 1 cammello che restituirono alla Negoziatrice.

Guardando la situazione con altri occhi a volte si riesce a trovare il 18° cammello a problemi non risolvibili.