Pensieri e Silenzi

up and down

Aveva ragione Berlicche, il diavolo “senior” che, nel libro di Lewis “Le lettere di Berlicche” è chiamato ad istruire Malacoda, suo giovane ed inesperto adepto, nel suo cammino di apprendistato diabolico.

Berlicche suggerisce una strategia semplice ma efficace per indurre gli uomini in tentazione: far credere loro che ci sia qualcosa di sbagliato, e in fondo di colpevole, negli alti e bassi della vita; lasciar supporre che quel movimento oscillatorio (un po’ sinusoidale, per chi ama la matematica) che ci porta ad avere giornate su e giornate giù, momenti top e di momenti down abbia in sè qualcosa di malefico e distruttivo; fare ritenere che l’obiettivo sommo sia vivere una vita di pacifica stabilità, sicché i giorni possono scorrere con regolare andamento, senza salite o discese, senza colli o avvallamenti…una passeggiata  calma e pacifica in pianura…

L’astuto Berlicche osa un altro diabolico consiglio al suo giovane apprendista: il segreto consiste nel saper fare instillare nel malcapitato, che subisce queste oscillazioni esistenziali, il senso di colpa; farlo cioè sentire colpevole per i balzi che egli sperimenta. Come a dire: “se non sei sempre al top, se la tua vita patisce sconfitte e basse maree, è colpa tua, perché non sai essere sufficientemente stabile!” Quanto è subdolo e allo stesso tempo cinicamente vero questo pensiero! Funziona davvero così…

Viviamo, chi più chi meno, alla perenne ricerca di uno stato irreale di grazia, di utopistico apatia, in cui si vive immuni da perturbazioni, da scosse e da fallimenti…sempre al top, sempre in forma, sempre aitanti…  e finiamo per sentirci pure colpevoli quando la vita ci regala momenti meno estatici ed intensi…

Caro Berlicche, da bravo diavolo esperto ancora una volta hai colpito nel segno: purtroppo noi umani ci crogioliamo nell’illusione di una perfezione che di umano, ahimè, ha davvero poco.

Pensieri e Silenzi

la tua ciotola

Si può viaggiare per molti motivi: per vedere posti nuovi, per lasciare la solita routine, per abbandonare i problemi, per conoscere nuove persone e nuove culture. Si viaggia anche per conoscere di più se stessi, per concedersi la possibilità di essere diversi vivendo altrove. C’è chi poi viaggia per evadere, come una fuga in piena regola, per scappare da persone, impegni, responsabilità o da parte di sé che non si ama. Poi non è detto che questi argomenti si escludano l’un l’altro; anzi spesso vivono in condominio nel nostro cuore, tanto che fai fatica a discernere chi sia il vero proprietario di casa.

Viaggiando frequentemente per lavoro, ho scoperto un altro motivo per cui amo farlo: viaggio per il gusto del ritorno, per il piacere di tornare a casa, per assaporare quella delicata nostalgia che puoi provare solo stando lontano. Il viaggio rafforza le radici e rinvigorisce il senso delle origini; e lo fa non solo con un movimento della testa, ma anche come esperienza del cuore.

Quando stai lontano, quando vivi giorni in un luogo che appaiono affascinanti in quanto “esotici”, senti con maggiore intensità il legame con la tua terra, con i tuoi luoghi, con i volti che frequenti tutti i giorni e che talvolta rischiano di sbiadire o di scomparire.

Per dirla con Snoopy (vedi sotto) : è bello andare lontano a patto che non ti facciano perdere di vista la tua ciotola, ossia ciò che ti sfama con quotidiana ordinarietà. Anzi, è proprio la lontananza a risvegliare la nostalgia della tua ciotola, della tua cuccia e della tua coperta.

Lo riconosco: c’è un po’ di stranezza in tutto questo; pare uno dei tanti paradossi della vita: essere altrove per sentirsi a casa, prendere il volo per riscoprire il tuo nido, stare lontano per contemplare ciò che sta vicino con occhi nuovi.

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Pensieri e Silenzi

pedetemptim

Vi sono giorni in cui il pensiero delle cose da fare ci incolla alla sedia. Il calendario delle urgenze si fa talmente fitto che provi un senso di smarrimento, di panico, di incapacità ad affrontare tutte quelle responsabilità che la vita ha messo sulla tua strada.

Vedi davanti a te una sfilza di problemi, scadenze, di impegni che ti domandi realmente come farai a mantenere fede a tutto, come riuscirai a prenderti cura di ogni cosa, ad essere all’altezza di ogni evento e di ogni circostanza. Percepisci una mole di “richieste”, di aspettative, di attese nei tuoi confronti che finisce per soffocarti.  È come se sentissi di essere strattonato da mille parti, spinto in mille direzioni, sicché corri il rischio di perdere l’equilibrio, la giusta misura delle cose e il senso delle proporzioni.

Assomiglia un poco allo smarrimento che provi quando vai in montagna e osservi la lontananza della meta al termine del cammino. Pare una cosa impossibile, irraggiungibile, troppo in alto, troppa fatica e soprattutto inadatto tu a dover salire quel sentiero.

C’è una parola latina che amo molto: pedetemptim. La Treccani traduce così: “Passo passo, a poco a poco, procedendo con cautela e senza fretta”. Forse dovrei tatuarmela da qualche parte, così che non me la possa scordare. Sì, un passo alla volta… la meta non si arriva d’un balzo ma mettendo un piede dietro l’altro, superando una salita alla volta, un tornante dietro all’altro…

Pedetemptim significa preoccuparsi solo della prossima rampa, senza l’angoscia che poi ce ne sarà un’altra e poi un’altra ancora. Ogni giorno la sua salita, la sua preoccupazione, la sua fatica… ogni giorno… senza fretta..

 

Parole d'autore

Amore è donare quello che non si ha

“È un po’ elusiva, ma al tempo stesso ricca di suggestioni per un itinerario spirituale, la frase di Jacques Lacan: «Amore è donare quello che non si ha». A prima vista verrebbe da dire che amare è proprio il contrario: investire nel dare all’altro quel che abbiamo, che abbiamo di migliore, anzi, tutto ciò che abbiamo. Tuttavia questo significherebbe, in verità, ancora incatenare l’amore al piano dell’avere, invece di inscriverlo con radicalità, come è nella sua natura, nel territorio dell’essere. Dare quanto non si possiede sembra un paradosso, e forse lo è. Forse è persino impossibile parlare dell’amore senza il ricorso a questo linguaggio simbolico capace di accogliere la via paradossale come cammino necessario, se vogliamo andare all’essenza di ciò che ci muove quando amiamo.

Donare quello che non si ha significa dire all’altro, in modo chiaro, fiducioso ed estremo, la voragine che la sua vita apre dentro di noi. Significa segnalare il suo posto unico e insostituibile scavato nel più profondo del nostro essere. Coloro che si amano si danno da bere l’un l’altro non dall’abbondanza, ma dalla propria indigenza e scarsità. Amare è avvicinare l’altro alla mia sete – altro nome possibile per descrivere il desiderio.”

José Tolentino Mendonça

Affetti e Legami

come una locanda per pellegrini

Domani sarà un anno esatto dalla morte di Marco…in questi giorni mi trovo spesso e a ripensare a lui, alla nostra amicizia e agli ultimi suoi giorni tra noi.

Penso, dopo tutto quello che è successo, a che cosa mi sia rimasto di lui, che cosa ancora custodisco della sua vita e del nostro legame. Una cosa in questi giorni mi appare con straordinaria chiarezza: di quei “giorni insieme a Marco” ho trattenuto il senso del morire.  Non solo come una incombenza tragica della vita, come una “spada di Damocle” che pende sulle nostre teste; ma anche come una presenza allo stesso tempo naturale ed inquietante, ordinaria e angosciante, una compagna che percorre la tua strada, come un ospite indesiderato ma, ahimè, disponibile in qualunque momento.

Giungi ad un certo punto della vita ( forse come frutto dell’esperienza del tempo che scorre)  in cui la prospettiva della fine assume una ruvida concretezza, una solida consistenza, una inevitabilità che senti un poco meno minacciosa… non saprei come spiegarlo… maturi la consapevolezza che il finire è connaturale al cominciare, che la fine e l’inizio si rimandano con intrinseca necessità, mai l’uno senza l’altro… accetti il fatto che il limite appartiene al tuo esistere, al tuo fare e al tuo camminare. Con l’età impari a rappropriarti della tua fragilità, della sua prospetticità e della tua finitezza.

È questo quello che Marco ha propiziato dentro di me in questi giorni densi di ricordi, come il riaffiorare carsico di pensieri che giacevano silenti dentro di me…

Ciò che Marco mi ha insegnato è che questa esperienza del limite è una esperienza “abitabile”, certo non come una dimora in cui soggiorni con piacere e naturalezza, tutt’altro… e tuttavia esiste la possibilità di attraversarla… vi puoi albergare come in una “stanza ad ore”, come in una locanda per pellegrini, in attesa di riprendere il viaggio verso l’Altrove.

Sì, forse è questo quello che mi ha raccontato Marco nei suoi ultimi giorni, anche senza dirmi una parola a riguardo… forse è stato il suo ultimo insegnamento.. forse il più prezioso…

Storia e Tempi

fallimenti

Possiamo fallire in molti modi, ma il fallimento più doloroso è quello di fronte ai nostri figli e a coloro di cui ci prendiamo cura.

È quello che è successo, più o meno, ieri sera, durante una partita di mini-basket. Partita combattuta, brava la squadra avversaria, organizzata, buon gioco, forse un po’ troppo fisico e falloso, ma ci sta…sono ragazzi…stanno imparando. Peccato che al gioco in “campo” si sia aggiunto il gioco dalla “panchina” e dagli “spalti”: le attese, le aspettative, la voglia malsana di vincere di noi adulti, di allenatori e genitori… e così una partita giustamente combattuta diventa un ring, occasione di contestazioni e recriminazioni, agonismo smodato, fischi continui, tifo eccessivo per ogni decisione arbitrale, ogni fallo fischiato e ogni infrazione sanzionata.  Sicché minuto dopo minuto la mente di noi “gente matura” si annebbia e perdere il senso del motivo per cui ci troviamo alle sette di sera in una palestra con una quarantina di ragazzi. Dimentichiamo il nostro ruolo di educatori, prima ancora che gli allenatori e tifosi.

Penso ai volti dei miei ragazzi e devo ammettere che provo un po’ di vergogna: vedo i loro visi affaticati, appassionati, per alcuni addirittura stremati, dopo una lunga e combattuta partita; rivedo la gioia e l’entusiasmo di chi ha meritatamente vinto e le lacrime e la delusione di chi ha, altrettanto meritatamente, perso.  È questo il bello del basket: l’estasi e la disperazione alla fine della partita, la gioia e la delusione… già… la Vita…

Questi momenti di vittoria e di sconfitta chiedono di essere accompagnati da presenze educative capaci di trasformare l’euforia in gioia e soddisfazione per il risultato ottenuto; e la disperazione in una sana percezione di sconfitta, senza drammi, come uno stimolo a fare di più è meglio.  In entrambi i casi servono adulti capaci di traghettare questi “giovani uomini” verso nuovi livelli di maturità, nel loro percorso di crescita; cosa che, purtroppo, ieri sera temo non siamo riusciti a fare: è questa la sconfitta più lacerante.

Falliamo quando non siamo all’altezza dei nostri sogni, delle nostre responsabilità e delle nostre maturità. Spero che miei ragazzi perdonino questa nostro “momento di regressione infantile” e comprendano che la sconfitta appartiene non solo alla loro esperienza di giocatori ma, ahimè, anche a quella di educatori.

Pensieri e Silenzi

scale mobili

Oggi colloquio docenti per Miriam: ogni tanto fa bene, a lei e a noi, una verifica “vis-a-vis” con i professori, giusto per capire come vanno le cose, dove si può migliorare e quali sono i punti di forza. Poi si sa, alcune materie vanno meglio di altre, nelle quali si stenta un po’ di più. Quindi una valutazione condivisa fa sempre bene

Mi mettono sempre un po’ d’ansia questi colloqui, peggio di un esame in università. Almeno là sei giudicato per quello che hai studiato tu, mentre qui lo sei (indirettamente si intende) per il rendimento di qualcun altro. Se poi ci aggiungiamo il naturale ed irrazionale senso di protezione che provi verso i tuoi figli capisci perché sei così agitato. La cosa ovviamente più faticosa è il colloquio con quei docenti con i quali sai che tuo figlio arranca di più… mi agito manco fossi io sotto valutazione per questo rendimento non brillante

Mentre sono fuori in attesa, con le mani sudate, quasi dovessi prepararmi per una tracheotomia, pensavo che in fondo non è del tutto negativo che in alcune materie Miriam faccia un po’ di fatica. Con molte di queste le viene tutto facile e quindi “vivaddio” che con alcune debba “sputare un po’ di sangue”… spero sia per lei un buon bagno di realtà.

Si impara così che talvolta la vita è come le scale mobili: ti trovi al piano superiore senza aver fatto alcuna fatica, semplicemente trasportato dei fatti, delle esperienze, dalle tue doti e qualità. Altre volte invece si sale percorrendo scale ripide, in cui si suda e si fatica, in cui il respiro si fa affannoso e le gambe si irrigidiscono…

Ma è la vita, cara la mia figlia…  a volte ottieni “cento” avendo sudato per “cinquanta”… altre volte devi sudare per “duecento” per raggiungere un misero “quaranta”…

Imparare a reggere lo sforzo, a stringere i denti, a sopportare la fatica è qualcosa da cui tendiamo a proteggere i nostri figli, quasi a preservarli dalla ruvidezza della realtà… per poi rischiare di crescere figli fragili, un po’ capricciosi e con un senso smodato del sé. La fatica ti insegna la dolorosa ma necessaria accettazione dei propri limiti e la realistica percezione della durezza delle cose.

 

Parole d'autore

R. ed i neuroni

Oggi una cara amica, che fa l’insegnante in una scuola elementare, ha condiviso questo piccolo racconto di vita…assolutamente da leggere!!!

“Verifica di scienze sul sistema nervoso, per la verità materia un po’ ostica da studiare visti i numerosi termini specifici…
Preparo una verifica piuttosto semplice e fattibile da tutti senza caricare troppo su parole e definizioni particolari… So che studiano i miei ragazzi, mi interessa che colgano il senso di quello che fanno e sappiano collegare un po’ tra loro i vari contenuti. Correggo le verifiche e dico che integrerò il voto con una domanda ciascuno. Siccome stiamo sperimentando un po’ tutti i tipi di “verifica” (scritta, orale, domande aperte, chiuse, test…) in vista delle medie, oggi introduco l’argomento a piacere che non avevo ancora fatto.
M. mi chiede almeno 5 volte se è l’argomento che è piaciuto di più, io spiego che potrebbe essere quello ma anche la parte della lezione che si è capita meglio o che si sa spiegare meglio… La cosa divertente è che me lo chiede 5 volte sostenendo ogni volta che deve essere per forza la parte che è piaciuta di più.
Ok, va bene anche così. 
Arriva il turno di R. che è un bambino vivace, ma in gamba e volenteroso, molto intelligente e sempre preparato. Diciamo che è uno di quelli che mi piace di più interrogare perché è brillante nel ripeterti la lezione aggiungendo espressioni ed interpretazioni sue. E’ uno da 10, sempre.
Oggi mi spiazza.
Si avvicina alla cattedra e io gli dico: di cosa mi vuoi parlare?
E lui: “Io non ho capito i neuroni e poi non riesco a dire quella parola…. sinapsi… e non so se l’ho capita”
“Ah va bene, ma il resto l’hai capito?”
“Si, ho capito tutto tranne i neuroni e la sinapsi”
“Va bene, e allora di che argomento mi vuoi parlare? Scegline uno tu”
E lui: “Eh ti parlo dei neuroni e della sinapsi, perché così ti spiego come l’ho capito io e vediamo se è giusto”
“Ok vediamo se ho capito bene… non hai capito i neuroni e mi vuoi parlare proprio di questi?”
“Si così magari li capisco meglio”
Ecco, questo è uno di quei momenti in cui capisco profondamente perchè faccio il lavoro che faccio e il senso che ha.
Non per me, ma per R. e per quelli come lui.
Mi sono alzata, gli ho messo una mano sulla spalla e gli ho detto: “Bravo R., ti faccio i miei complimenti. Solo per questo ti meriti un 10, hai capito perfettamente il senso dello studio e dell’impegno… Hai studiato e ora vuoi metterti alla prova, vuoi migliorare, capire un po’ di più… TI ammiro per questo, non perdere mai la voglia di capire, di superare poco per volta i limiti della tua conoscenza….”
R. è diventato tutto rosso e gli altri lo guardavano piuttosto increduli, ammirati, ma increduli davanti a questa sua incosciente volontà.
Era chiaro che non puntava al voto…
L’ho lasciato parlare, spiegare…. quando siamo arrivati alla sinapsi ho fatto alzare tutti dal banco ci siamo uniti per mano e siamo diventati tutti neuroni, con il nostro corpo centrale, gli assoni, i dendriti… R. era il cervello, S., alla fine della fila, la mano…. Tra scosse con le mani, sensazioni che andavano e venivano ho spiegato a R. la parte più oscura e gli ho sentito dire “Adesso ho capito!!!!!”
Oggi ho compreso una parte importante della valutazione, e della vita in generale: l’importanza di farsi domande e di mettersi alla ricerca di risposte. Con sincerità, fiducia, umiltà.
Il gioco di squadra ha fatto vincere tutti; il voto finale, davvero… nessuno se lo ricorda.”

Storia e Tempi

due occhi azzurri e una “candela” al naso

Già che a volte dici, le coincidenze…Sono in treno come ogni mattina e mi passa sotto occhio questo versetto del salmo 84 “Forse per sempre sarai adirato con noi, di età in età estenderai il tuo sdegno?” Mi colpisce la cosa… rifletto che davvero ci sono persone che attraversano momenti così bui che ti viene da chiedere se sei stato dimenticato da Dio e se Dio ti ha preso in antipatia.

Arrivo così alla mia stazione e mi avvicino alla porta di uscita con questo pensiero in testa. Davanti a me a trovo un bel ragazzo, distinto, vestito di tutto punto, capelli ricci ma bel pettinati, scarpe nere di rappresentanza e completo nero da professionista, come ne incontri tanti in treno alla mattina. La cosa singolare è che spinge un passeggino con dentro una bellissima bimba bionda che mugugna per l’attesa dell’apertura delle porte. Non è una scena comune a Milano trovare un ragazzo così giovane e distinto con una figlia da accompagnare chissà dove.

Camminiamo insieme lungo la banchina e prendiamo le scale mobili, uno dopo l’altro. Per facilitare la salita del passeggino il padre lo gira all’indietro, come andasse in retromarcia, sicché mi trovo faccia a faccia con la piccola bambina bionda. Ha due occhi azzurri color cielo ed una “candela” al naso che si lecca con la lingua, con dolcissima naturalità. Accenno un piccolo saluto con la mano sorridendole ma lei, impassibile ma incuriosita, non mi degna di un cenno…

Giungiamo in cima e le nostre strade si separano…Penso che anche oggi Dio mi abbia dato conferma che non si è dimenticato di noi…

Affetti e Legami

John

John ha 22 anni ed un viso pulito e raggiante, quei volti sereni che tradiscono un animo mite e buono. Anche la sua voce è uno specchio di questa limpidezza interiore: il tono pacato, quasi un sussurro, pronunciato con timidezza e riserbo. Viene dalla lontana Guinea, fuggito sui soliti baracconi, che sono ormai onnipresenti sui nostri schermi televisivi, come un cliché collaudato e, ahimé, un po’ logoro.

Ha lasciato laggiù quattro fratelli maggiori e la madre, che non sente da tempo; il padre è morto quando era ancora piccolo. Dice di essere un ragazzo “talented”… mi piace questa auto-definizione: dice riconoscimento delle proprie capacità, fiducia in se stesso e, forse, la consapevolezza di aver ricevuto qualche cosa dalla Vita e che deve essere trafficato. Ha terminato gli studi superiori nel suo paese ma l’università è troppo costosa in uno dei paesi più poveri dell’Africa. Come ammette lui stesso, impossibile, senza uno “sponsor”. Ora si trova “parcheggiato” in uno dei tanti centri di accoglienza del nostro Paese. Non so se il termine “parcheggiato” sia corretto; certo è che esprime bene la situazione che prova lui ogni giorno: lunghe giornate infinite (“boring” le definisce lui) interrotte solo da qualche lezione di italiano, il disbrigo di piccole pratiche amministrative e qualche servizio (assai sporadico) organizzato dall’amministrazione comunale.

Il suo futuro è davvero incerto: in attesa di un riconoscimento da parte dell’autorità italiana, senza prospettive concrete, senza rete di protezione, senza contatti o conoscenze. Capisci, parlando con lui, che questo è un pensiero che lo inquieta e lo preoccupa… come dargli torto… in fondo è uno dei tanti “sbarcati” sulle nostre coste, una delle tante “facce scure” arrivate in Italia, un numero, una pratica in mezzo a tante, forse anche un impiccio per il nostro stato, qualcuno di cui liberarsi il prima possibile.

Il punto è che, guardando i suoi occhi, ti accorgi che non è solo una pratica, non è un numero: è una persona, che ha fame di legami, di vita e di futuro. Confesso una cosa: quando lo osservo, mi chiedo se davvero “noi ricchi occidentali” abbiamo fatto tutto quello che è possibile per aiutarlo. Mi domando se la mia “giustizia ha superato quella degli scribi e dei farisei” o se mi sono accontentato di una semplice sufficienza, un “sei meno” stiracchiato. Mi chiedo se davvero ho saldato il mio debito con John, se ho restituito e condiviso quanto la Vita mi ha dato con eccedente generosità. A ben guardare: che colpa avuto lui a nascere dalla parte sbagliata del mondo?  e che merito io per essere cresciuto in quella giusta?