lo stesso dolore

A Roberto

Perdere un genitore significa fare esperienza di un sentimento nuovo e straniante, qualcosa che non avevi mai conosciuto prima. È un dolore che non assomiglia ad altri dolori, una ferita che apre una dimensione sconosciuta dell’esistenza.

Ogni sofferenza è, in fondo, irriducibilmente personale. Anche quando qualcuno ci sta vicino con sincerità e amore, resta sempre una zona del dolore che non può essere completamente condivisa né davvero compresa fino in fondo. Ci sono pene che abitano una regione intima dell’esistenza, una soglia oltre la quale nessun altro può entrare al posto nostro. In quei momenti ci si scopre inevitabilmente soli, esposti, come se il dolore scavasse un luogo inaccessibile persino a chi ci ama di più..

Eppure, nella morte di un genitore, accade qualcosa di diverso. Proprio lì si sperimenta come la fratellanza e la sorellanza possano incrinare, almeno in parte, questa solitudine radicale. In quel legame si spezza il muro che spesso ci separa dagli altri, perché davanti a te non c’è qualcuno che cerca di capire dall’esterno, ma qualcuno che sta attraversando esattamente lo stesso abbandono, lo stesso vuoto, la stessa perdita irreversibile.

Guardi negli occhi tuo fratello e, come in uno specchio, riconosci il tuo stesso dolore. Non si tratta solo di empatia o di vicinanza emotiva: è una risonanza profonda, quasi fisica, come se la sofferenza trovasse finalmente un luogo in cui risuonare senza bisogno di essere spiegata. In quello sguardo non servono parole, perché ciò che viene condiviso è qualcosa che precede il linguaggio. È un’esperienza difficile da raccontare, perché appartiene a una profondità della vita alla quale le parole arrivano sempre in ritardo, soprattutto quando il dolore è così nudo, essenziale, privo di difese.

E tuttavia, proprio in questa condivisione silenziosa, la vita sembra offrire una forma inattesa di consolazione. Alla fatica della lontananza definitiva, dell’assenza che non potrà più essere colmata, fa corrispondere un calore nuovo: la vicinanza di un affetto che resta, la presenza dell’altro che non risolve ma accompagna, un abbraccio che non cancella il dolore ma lo rende, in qualche modo, abitabile.

È come una fiammella che continua a bruciare nel buio. Piccola, fragile, esposta al vento, ma ostinata. Non illumina tutto, non dissipa la notte, ma è sufficiente a ricordare che anche nella perdita più radicale non siamo completamente soli. E che, a volte, è proprio nella condivisione del dolore che la vita trova il modo di continuare a farsi strada

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