Parola e parole

venite in disparte e riposatevi!

«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» è l’invito che il Maestro rivolge oggi ai suoi discepoli di ritorno dalla missione di annuncio del Vangelo. Ce lo ricorda Marco nelle letture della liturgia odierna. Dopo molto faticare il Maestro riconosce che i suoi amici hanno bisogno di fermarsi per un poco a riprendere fiato. Nota infatti l’evangelista che “erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.

Il viaggio dei discepoli è stato assai fruttuoso e ricco di successi e tanta è ancora l’adrenalina che scorre nelle loro vene per le straordinarie opere di Dio ha operato attraverso di loro. Una tale eccitazione rischia di non far sentire la fatica e di restituire ai discepoli una percezione poco realistica di se stessi. Ecco che l’invito del Maestro è quanto mai opportuno ed “educativo”. Serve il tempo del riposo, della pausa, delle sospensione dalle attività e dagli impegni. È un po’ quello che stiamo sperimentando, chi più chi meno, in questi giorni di luglio: anche a noi è richiesto di fermare la corsa e di prenderci qualche giorno di vacanza

In questa sollecitudine di Gesù per i suoi però c’è però qualcosa di più di una semplice attenzione affinché le energie possa essere recuperate. È quel “qualcosa” che potrebbe animare anche i nostri giorni di riposo e di ferie. L’esortazione del Maestro al riposo solitario non ha solo uno scopo funzionale (quello di recuperare le forze) ma direi, prima di tutto terapeutico. Gesù invita i suoi amici a risintonizzarsi sui loro bisogni che rischiano di essere dimenticati nella passione per le cose da fare. “Ascoltate la vostra stanchezza” è come se dicesse loro, fate attenzione alla vostra fiacchezza, prestate cura al vostro camino affaticato.

C’è qualcosa di profondo nell’accoglienza della propria fatica e nell’onorarla con del sano riposo.  La nostra fatica, il nostro affanno ci ricordano il senso del nostro limite, i confini del nostro potere e le soglie a cui le nostre energie sono chiamate ad obbedire. Possiamo qualcosa ma non tutto; siamo attivi ma non onnipotenti, premurosi ma non infaticabili.

Una cosa ancora più profonda la nostra stanchezza ci indica: che abbiamo bisogno del mondo per sopravvivere. Ci serve i cibo, il riposo, la serenità, cose che non nascono da noi ma che possiamo accogliere come un dono. Non bastiamo a noi stessi, non siamo così emancipati di poter fare a meno di ciò che il mondo ci può regalare.

Onorare la nostra stanchezza significa riconoscere che siamo gente bisognosa, ossia gente in perenne relazione con il mondo, con gli altri, con le cose. Passare qualche giorno al mare o in montagna, al lago o in qualche città d’arte ci aiuti a constatare che, checché ne dica un certo individualismo post-moderno, siamo soggetti che vivono solo dentro una relazione con l’alterità del reale e con la ricchezza delle cose.

Riposare, in fondo, è onorare il legame radicale e vitale che ci lega al mondo.

Parola e parole

Silenzio ed Attesa…

Oggi sulla terra c’è grande silenzio, grande silenzio e solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme”. Inizia così un antica omelia sul sabato santo. Già..il silenzio.. il silenzio dopo la morte, il silenzio della solitudine, il silenzio dell’abbandono..

Chi di noi non ha sperimentato questo vuoto, che non è solo assenza esterna di suoni ma senso del proprio limite, della propria precarietà e della propria finitudine. Il sabato santo è il tempo del silenzio, è tempo di stasi dopo la drammatica del giorno precedente. È tempo di sbigottimento e di incertezza, tempo di dubbio e di interrogativi. Cosa succederà? Ce la faremo? È finito tutto? Ci sarà ancora speranza? Dove ritrovare il coraggio per andare avanti?

Come non riconoscere che questi lunghissimi mesi di pandemia ci hanno fatto sintonizzare, quasi naturalmente, con questo “tempo sospeso” che oggi tutti attraversiamo con passo lento e dolente! Il silenzio del sabato santo ci pungola, ci provoca a trovare ragione e ragioni per questo vuoto apparente e per questa quiete innaturale.

E allora ecco la salvezza: credere che questo tempo vuoto è un tempo abitato da un Senso, che è intessuto di una trama nascosta capace di dare consistenza all’ordito. Ecco la salvezza: riconoscere che questo silenzio può diventare attesa, anelito, desiderio, speranza, sbilanciamento ed invocazione di compimento. È solo il Senso nascosto tra le pieghe delle cose che sa trasformare il vuoto in desiderio, il tempo in attesa, l’assenza in nostalgia.

Buona Pasqua allora amici tutti che, da tanti posti diversi, seguite con pazienza questo blog! Buona Pasqua di attesa! E che l’annuncio pasquale che stanotte squarcerà il silenzio della morte non ci trovi impreparati! Il grido dell’alleluja che risuonerà ancora una volta nelle nostre orecchie risvegli in noi il senso dell’attesa, riaccenda lo sguardo intristito e ci faccia ascoltare il silenzio come preludio di un Nuovo Canto!

Parola e parole

la primavera ed il seme

C’è una piccola ma preziosissima perla nel Vangelo di oggi, manco a farlo apposta primo giorno di primavera…vedi le coincidenze della vita..

È una piccola parabola, minuscola minuscola, 18 parole in tutto, 85 lettere totali. Eppure, nella sua brevità, custodisce una parola grande, enorme, smisurata. “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” scrive Giovanni al capitolo 12 del suo vangelo.

Il maestro di Nazareth si trova di fronte alla concreta possibilità della propria morte, non solo preannunciata dalle scritture, ma resa plausibile da come si stanno mettendo gli eventi: l’ostilità crescente dei capi del popolo. l’astio di sinedrio, la crescente insofferenza del clero dell’epoca. Ecco allora che morire, più che un evento naturale ed inevitabile della vita, diviene una opzione tragica imminente.

In quel percorso così umano circa il pensiero e l’elaborazione della propria morte, il Maestro testimonia una consapevolezza che illumina la sua esistenza: il suo morire sarà come quello del seme che, messo solo nella terra, marcirà e, proprio grazie a questo, produrrà nuova vita. Non c’è altra alternativa alla solitudine sterile: solo una morte generativa può salvare il senso dell’esistenza.

Eppure in quel piccolo racconto, forse, non c’è solo la chiave interpretativa che il Figlio scopre per il proprio destino, ma il principio ermeneutico di ogni esistenza umana.

Mi domando se la logica del seme che muore non sia, in fondo, l’unico principio sensato di fronte alla logica del vivere e del morire. Quel chicco di grano ci insegna che la generatività della vita passa inevitabilmente e misteriosamente attraverso il marcire solitario nella terra. Non c’è nascita di nuova vita, non c’è parto di nuova esistenza, se il seme della nostra vita non ha il coraggio di lasciarsi seppellire nelle profondità della terra e di lasciarsi macerare dall’umidità del terreno, per far sì che, da questo dolore solitario, nasca un futuro vitale.

Chi è genitore, chi è padre e madre non necessariamente biologici, conosce bene questa logica, questa regola non scritta della vita: nella logica del seme, la sofferenza, il fallimento, persino la morte, non sono la fine di tutto ma il grembo da cui nuova vita si può generare. L’alternativa al maceramento nascosto della terra è la solitaria sterilità della vita, un rischio quanto mai attuale oggi.

Il grembo della terra sa custodire la morte del chicco per far crescere, grazie ad esso, una spiga capace di sfamare la fame di molti. Non c’è pane di vita senza il sacrificio muto del piccolo seme…

Buon inizio di primavera, amici miei!

Parola e parole

ed ecco, la stella li precedeva…

a S. e D.
perché non smettano mai di scrutare il Cielo
in cerca della propria Stella

Ognuno ha la propria stella, ciascuno ha una stella da seguire, proprio come ci racconta Matteo a proposito dei Magi. Nessuno di noi diventa uomo senza guardare il cielo per scrutare l’astro che guiderà la sua vita; nessuno di noi cresce senza alzare gli occhi dai propri piedi per ricercare un guida celeste, una luce che ci accompagni nel lungo viaggio che ci riporta a noi stessi.

Ci serve una stella che si spinga ad intraprendere il viaggio, che sia capace di farci superare l’inerzia iniziale, quella fatica a fare il primo passo, a vincere la stasi, a sbilanciare il nostro corpo in avanti. Senza una stella che ci attragga, la quiete vincerebbe su tutto e la pigrizia placherebbe ogni desiderio e pulsione. Sì, ci serve una stella, per iniziare qualunque viaggio, per intraprendere qualunque esperienza, per aprire qualunque cammino.

Ci serve una stella, poi, per dare senso e orizzonte al viaggio: senza una stella ogni cammino diventa un vagabondare, uno sterile errabondare di posto in posto. Solo una stella ci dà una direzione, un verso, una meta; solo una stella ci indica un traguardo, ci motiva ed incoraggia a perseguire un obiettivo, anche quando le nubi ne celano la vista e le tempeste della vita ci fanno dubitare della sua presenza.

Ci serve una stella infine per illuminare le notti più scure della vita; ci serve una stella per gettare un debole bagliore che ci permetta di mettere un piede dietro l’altro, anche quando non si vede nulla. Quando le tenebre ci avvolgono e lo sconforto ci assale, solo una stella ci può salvare, solo un astro nel cielo può alimentare la speranza e combattere lo scoraggiamento che inonda il cuore.

Ciascuno ha la propria stella che lo tiene in vita,  che lo accompagna nel cammino, che lo conduce a contemplare il Mistero della Vita e alla cui vista il cuore può gioire di “una gioia grandissima”.

Ora, caro amico: Qual è la mia stella? Qual è la tua stella? In alto gli sguardi!

Parola e parole

Dove sei?

“Dove sei?” chiede oggi Dio ad Adamo nel racconto di Genesi. Mamma mia che domanda! Forse solo Dio può fare una domanda simile. “Dove sei?” pare una domanda ingenua, semplice, diretta… eppure è una domanda che disorienta, che destabilizza e che, in un certo modo, inquieta.  

Quelle due semplici parole arrivano come una fucilata in pieno petto, come uno schiaffo dato a viso aperto. È un interrogativo che Dio pone ad Adamo, ma, siamo onesti, lo sentiamo come diretto a ciascuno di noi. “Dove sei? Dove siamo?”

È difficile sfuggire alla nudità di questo quesito, giacché proprio la sua schiettezza lo rende difficilmente aggirabile. È complicato addurre scuse, trovare scorciatoie o vie di fughe. Inutile inventarsi perifrasi o elaborate circonvoluzioni: questo interrogativo, proprio nella sua semplicità, giace come una pietra difficilmente scansabile dal nostro cammino. Che lo si voglia o no, su quelle due paroline ci si inciampa e si rischia pure di cadere.

Perché, vedete, quelle due parole in realtà ne richiamano immediatamente altre due, forse meglio quattro, che fanno loro compagnia: “Da dove vieni?” e “Dove vai?”. In fondo, se la vita è movimento, chiedere la “posizione” implica necessariamente anche interrogarsi sulla provenienza e sulla destinazione…e lì le cose si fanno davvero complicate.

“Dove sei?” è un invito a fare il punto della situazione, a tracciare un veloce bilancio, a compiere una rapida valutazione della nostra esistenza: dove mi trovo? Dove sono arrivato nel mio cammino? Quanti desideri ho realizzato? Quante cicatrici segnano il mio volto? Quanti incontri ho celebrato, quante mani ho toccato, quanti sguardi incrociato?

Ma fermarsi a riflettere è già porre queste domande dentro ad una storia, dentro un passato che mi ha generato e dentro un futuro verso cui sono rivolto. Ecco perché chiedere “dove sei? è già assumere uno sguardo panoramico, capace di abbracciare ieri, oggi e domani.

Quelle due parole si rivelano capaci di scavare il solco del dubbio, come le tarme sanno fare anche con il più solido dei legnami.

Dobbiamo fare molta attenzione a certe domande facili facili, che, miti ed ingenue, entrano nel nostro cuore come innocui ospiti. Rischiano, primo o poi, di esploderci dentro, come la più astuta delle armi.

Parola e parole

l’attesa

Chi attendiamo? Cosa attendiamo? bella domanda eh…

Ci sono molte attese che albergano nel nostro cuore: c’è chi attende l’amore, una passione che sia una direzione all’esistenza; c’è chi aspetta amici, qualcuno con cui condividere una pezzo di strada ed un peso da portare; qualcuno attende un ritorno: il ritorno della salute, di un amore allontanatosi, di un affetto perduto, di una compagnia trascurata. Attendiamo un avanzamento nella carriera, un riconoscimento al nostro impegno, la realizzazione di un vecchio sogno o di fare quel viaggio che da tanti anni giace triste nel nostro cassetto.

C’è molta attesa nella nostra anima: la nostra, in fondo, è un anima che attende. L’attendere appartiene alla nostra anima proprio come il respiro ai nostri polmoni. L’attendere ci tiene vivi, ci da un motivo per alzarci la mattina, ci fornisce uno stimolo ed un senso alle giornate. Attendere è invocare un domani ricco di promessa e di pienezza; è pregustare il sapore di un compimento che non sappiamo ancora bene quando giungerà.

In fondo in fondo, l’attesa stessa precede ogni bene atteso; il movimento del desiderare anticipa l’oggetto stesso del desiderio, perché ne costituisce come una premessa, un condizione di possibilità.

Forse l’avvento che iniziamo oggi è la palestra dell’attesa, il tirocinio dell’aspettativa, la consapevolezza della dimensione “attendente” del nostro spirito.

Vivere l’avvento è ritrovare e ravvivare il fuoco dell’attesa che giace ancora caldo sotto le braci dei nostri fallimenti, delle nostre disillusioni e dei nostri disinganni. È riaccendere la fiamma quando l’oscurità sembra avvolgere e divorare tutto. È rischiare di fare un passo avanti, anche se questo comporta la perdita dell’equilibrio che avevamo guadagnato da tempo. Buona attesa!

Parola e parole

come doglie di una donna incinta…

Pare tratto da un quotidiano la pagina di Paolo di oggi: “E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire.”

Sembra un pezzo di cronaca di questo tempo di COVID e non una pagina scritta nel primo secolo d.C. Questo pezzo dell’anno liturgico che volge alla fine è ricco di queste riflessioni sulle “cose ultime”, sulle cose che verranno, sul futuro che ci attenderà. La rovina di cui parla Paolo sono le sventure che hanno accompagnato ogni epoca della storia dell’umanità. Quello a cui oggi assistiamo è, come dire, una esperienza umana fondamentale, che ha caratterizzato generazioni e generazioni di persone prima noi. Anzi i nostri antenati erano assai più “assuefatti” alle avversità dell’esistenza, giacché le possibilità e le “armi” per combattere le sciagure erano decisamente meno potenti ed efficaci.

Ciononostante si resta come basiti e senza parole davanti a questa ammonizione: nessuno potrà sfuggire dalle burrasche che colpiranno le vite di tutti noi. Si percepisce la dimensione drammatica della vita, la sua cifra dolorosa e incontrollabile.

Ma le parole di Paolo vanno lette bene, perché insieme alla premonizione della rovina, esse contengono anche le “lenti” attraverso cui leggere tutto questo. Da bravo maestro Paolo descrive quanto accadrà e immediatamente ne propone una chiave di lettura, certa ed affidabile.

Questa rovine sarà come “come le doglie una donna incinta”: non è casuale il paragone! Paolo avrebbe potuto dire “come un carro che cade in un burrone” o “come una tempesta che colpisce la città”. Invece no. Paolo sa benissimo che il dolore del mondo è la pena che anticipa e accompagna ogni nascita. Il tempo presente, per quanto faticoso e rovinoso, non è preludio alla morte ma alla vita. È una nascita quella che ci attende non la disperazione eterna.

Ecco la speranza: abitare la fatica come un soglia verso il futuro, un passaggio verso la vita, il cammino verso la pienezza. Paolo oggi ci sprona a non perdere di vista il senso nascosto ma prezioso che dimora in ogni fatica, in ogni sofferenza, in ogni caduta. C’è un vagito di vita che ci aspetta alla fine di questo tunnel.

Parola e parole

invito a nozze

Ogni matrimonio che si rispetti richiede sempre una lunga preparazione: la cerimonia, il ristorante, gli invitati, il viaggio di nozze, il fotografo, i fiori, le musiche, ecc. ecc. Chiunque ci sia passato una volta nella vita sa benissimo di cosa sto parlando. Sarà forse a motivo di questi complessi preparativi che il re, protagonista della parabola di oggi tratta dal Vangelo di Matteo, pare così impaziente di celebrare le nozze di suo figlio.  Evidentemente le molte energie spese e il consistente investimento di soldi suggeriscono di non spostare ulteriormente la data di un appuntamento non certo improvvisato, bensì pianificato da moltissimo tempo.

Eppure dietro la sollecitudine del re per le nozze del figlio si coglie qualcosa di più. Magari mi sbaglio ma la sensazione che ho avuto ascoltandone il racconto è un po’ questa. Si percepisce l’inquietudine di un padre che non può attendere, che ha premura di accompagnare il figlio all’altare e non accetta che vi siano scuse e ripensamenti nel mezzo. Con sollecitudine manda i suoi servi per l’invito ufficiale; dopo il primo diniego ne manda altri, pressando affinché chi deve accetti l’invito. Infine dopo il definitivo rifiuto, ecco che non trova altro modo per garantire le nozze del primogenito che invitare chiunque, “buoni e cattivi” sottolinea Matteo, basta che si presenti con un vestito accettabile.

Pare che ci sia una scadenza improrogabile, un appuntamento da non mancare, una festa che non può essere né spostata né cancellata. L’urgenza è tale che in fondo, anche la lista degli invitati pare passare in secondo piano: se quelli della prima ora rifiutano, l’importanza della festa giustifica che vengano sostituiti con altri più degni, non importa se “buoni o cattivi”.

La festa si farà, sia che i commensali si presentino sia che scansino l’invito adducendo scuse. C’è un senso di ineludibilità della festa; c’è una necessità stringente che non può essere negoziata né patteggiata.

C’è una festa nella nostra vita, o meglio, che è la nostra vita, che non accetta dilazioni o rifiuti; c’è un invito alla gioia che è indisponibile alle nostre voglie e ai nostri capricci. La nostra esistenza è il grande banchetto di nozze a cui faremmo bene a farci trovare preparati e ben vestiti.  Perché il re non ripeterà l’invito, non rimanderà l’appuntamento, non si piegherà ai nostri umori.  

La vita, le occasioni, le opportunità, le relazioni ed gli affetti, i progetti e i desideri, seguono un corso che non incrocia sempre i nostri pigri ritmi e le nostre voglie. La festa si farà, con o senza di noi.

Parola e parole

attese di stabilità…

Ho letto con interesse – ma senza sorpresa ad essere onesto – l’ennesima critica a papa Francesco proveniente dalla colonne de Il Foglio. Il quotidiano dell’elefantino è diventato un habitué degli attacchi alla Chiesa di Bergoglio ed ogni occasione è buona per tirare una buona dose giornaliera di fango sull’operato del pontefice. Questa volta la scusa sono i recenti eventi che hanno toccato l’altra riva del Tevere e l’accusa, per bocca Camillo Langone, è quella di una chiesa continuamente instabile ed incerta nel procedere, mossa quasi da impulsi schizofrenici e confusionari.

Non mi interessa fare la difesa di Francesco – che a onore del vero si difende assai bene da sé – quanto raccogliere una provocazione che mi pare assai più interessate e feconda.

Già dal titolo dell’articolo capisci che qualcosa non fila “Chiesa è stabilità. Con Francesco la mia fede barcolla”. Davvero? La chiesa è stabilità… affermazione forte… ma siamo sicuri che sia anche vera? Perché ciò che il giornalista contesta alla Chiesa di Bergoglio è di essere un comunità in eccessivo movimento: “Il mio cuore ha bisogno di stabilità, Sant’Agostino, mentre la mia fede, in questo fracasso di scandali, barcolla.”.

Ma è giusto attendersi questo dalla Chiesa? Stasi, stabilità, calma, quiete, posatezza? Si cerca una Chiesa o una bella ideologia, forte e granitica, immobile ed eterna?

Se leggi le pagine dei Vangeli ti accorgi che è tutto un gran movimento: c’è gente che va e che viene, incontri, conflitti, polemiche, attraversate e camminate, salite e discese, parole dette e ribattute, contestate e accolte, gesti, movimenti, azione, cambiamenti, disorientamenti, confusione, fraintendimenti, tradimenti e rinnegamenti, estasi e terrore, pace e violenza, morte e vita… Da dove l’autore fondi questa sua – certo lecita ma non so quanto evangelica – aspettativa non so dirlo..

In fondo la fede è dynamis, forza, viaggio, uscita da sé, affidamento fiducioso e duro, conversione, cambiamento di mentalità, energia rigenerante e attesa di compimento. Una bella ideologia offre sicurezza e protezione, rassicurazione e tutele.. non certo la fede.. D’altra parte Luca ci ricorda che «Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. (…) Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio“».

Mi chiedo se infondo tante insofferenze non nascano da attese e aspettative che il nostro cuore getta sulle cose, sulle persone e anche sulle istituzioni.

Non me ne voglia il giornalista tanto pio e devoto, ma la fede è ciò che di più anti-ideologico ci sia: la fede è sequela di Uno che non sai mai dove ti può portare; è obbedienza ad una Verità che si rivela sempre in incontri destabilizzanti e disorientanti; è fiducia in Colui che è sempre altrove, sempre oltre, sempre ancora.

Parola e parole

dove due o tre

Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome…” ecco i mi fermerei alle prime parole di questa frase del Vangelo di oggi: “dove due o tre”..

Il Maestro di Nazareth è sempre molto sobrio nelle sua affermazioni, non esagera, non vuole “bucare lo schermo”, non ambisce al titolo in prima pagina, bensì si “accontenta”, se così si può dire, di cose giù alla buona, cose feriali, quotidiane, quasi banali.

Proprio come fa in questo passaggio: pur abituato a frequentare folle oceaniche (solo alla moltiplicazione dei pani c’erano cinquemila uomini, senza contare le donne ed i bambini, come ci racconta Giovanni) quando si tratta di parlare di numeri, il suo standard è decisamente più basso e limitato.

Di “amici stretti” ne ha scelti dodici, sul Tabor erano in quattro, qui addirittura si accontenta di due o tre persone per garantire la sua presenza in mezzo ai suoi.

Pensavo a quanto stoni questa miseria di numeri di fronte alla fame di folla e di consensi che abbiamo sempre tutti noi: i nostri occhi, incapaci di apprezzare le piccole cose, hanno sempre bisogno di vedere la ressa, il pubblico, la folla. Il successo di quello che facciamo, il valore delle nostre esperienze lo leghiamo spesso alla presenza numerica, agli spettatori che hanno assistito, alla mani che hanno applaudito. “Quanta gente c’era?” è la nostra classica domanda per sondare il successo di un evento; lo share è il primo dei nostri parametri di giudizio, il numero dei like la cartina tornasole di quello che facciamo e che diciamo.

Il Maestro pare abbracciare tutt’altra filosofia: non pone nessuna soglia per il successo, nessun benchmark per la valutazione. Anzi, quando dice “quando due o tre..” sembra addirittura alludere al fatto che in fondo sia sufficiente non essere da soli. “Basta che tu non sia solo” potrebbe essere la parafrasi, forse un po’ stiracchiata, della frase del Vangelo di oggi. Già perché, a ben vedere, Dio non bada alla folla ma al cuore, non al numero ma alla qualità dei legami, delle relazioni e degli affetti.

Ecco, mi piacerebbe che la prossima volta che viviamo un’esperienza, potessero risuonare nelle nostre orecchie queste semplici parole: quando due o tre… Chissà mai che non ci aiutino a placare quella fame di successo, quella smania di apparire, quella smodata avidità di applauso che si celano sempre nelle nostre aspettative.