Storia e Tempi

Caro Babbo Natale, quest’anno niente doni

Caro Babbo Natale, scusa per il breve preavviso ma volevo informarti che quest’anno non voglio altri regali. So che ti sembrerà una richiesta un po’ strana e controcorrente, ma mi sono giusto accorto che per quest’anno ne posso fare a meno.

Devo confessarti che in questi ultimi mesi la Vita è stata particolarmente generosa con me. Ha messo sulla mia strada gente un po’ particolare e talvolta fuori dal comune. Ho incontrato gente che ha affrontato grandi difficoltà con enorme coraggio. Lo sai Babbo, quando la vita si impegna, sa essere davvero tosta e la sua mano un poco greve. Questa gente, gente normale, senza titolo e particolare caratura,  si è mostrata docile e caparbia, obbediente e ostinata, pronta ad iniziare una combattimento corpo a corpo contro le avversità che hanno trovato sul proprio cammino, uscendone vincitori e a testa alta. E’ sorprendente scoprire quante gente di tale stoffa trovi in giro; gente ordinaria ma dalla grande forza, umile ma di fiera dignità.

Ho conosciuto poi gente con un cuore grande e disponibile,  capace di aprire, anzi spalancare, la propria esistenza agli altri, gente che si interroga, che sa farsi mettere in discussione e talvolta in crisi…gente per cui la sensibilità non è uno spot dei Baci Perugina, ma capacità di lasciarsi coinvolgere con i drammi e la vita delle persone.  Ti sorprenderesti anche tu, Caro Babbo, se sapessi quanta gente così incontri sul treno, per strada, in ufficio, in piazza.. purtroppo è gente che non ama girare con un distintivo appeso alla giacca, è gente schiva, che vive un certo pudore per i propri sentimenti.

La fatica è che li devi un po’ andare a scovare..stanno lì, dietro il volto anonimo di un collega, dietro la faccia antipatica del vicino di casa, nascosto dietro gli occhiali di chi non ti aspetti e che non immagineresti. Accidenti! Perché questa benedetta gente non si da un po di tono, non si lascia individuare, non si posiziona un po’ meglio nella vetrina della vita? tutto sto anonimato è un po’ fastidioso..

Va beh, per farla breve; caro Babbo Natale, quest’anno mi sono trovato un po’ troppi regali sotto l’albero della mia vita.. quindi, per quest’anno io passerei la mano, se non ti offendi… Ti confesso una cosa, caro Babbo: il dono più bello è quello che non ti aspetti, quello che ti lascia a bocca aperta perché eccede le tue aspettative; sono quei doni che la Vita è capace di nascondere tra le sue pieghe complicate, nei sussulti dell’esistenza, nei riverberi del Mistero, nell’ordinarietà delle cose che fanno parte della nostra vita.

Pensieri e Silenzi

parole di carta

Questo piccolo blog compie un mese. Nato un po’ per gioco e un po’ per sfida, taglia in questi giorni il traguardo dei trenta giorni…diventato ormai una piacevole abitudine (almeno per l’autore), mi accompagna nelle giornate, delle quali mi sfida a cogliere gli aspetti più interessanti e profondi. Un mese in compagnia di amici che mi leggono, in ascolto dei miei pensieri e sentimenti e soprattutto ispirato da una (non so quanta) sana voglia di scrivere. Già..la scrittura.. pensi sia tu ad esercitarla ma ti accorgi presto come sia lei che si serve di te.

Mi sono ormai arreso alla pretesa di “guidare le danze”: inizio a mettere la penna sulla carta ed ecco che lei prende il controllo, guida la mano ed orienta il pensiero. E’ un po come affidarsi ad un esperto speleologo che, ben attrezzato, inizia ad esplorare gli anfratti della tua vita, portando alla luce grotte e caverne mai visitate e piccoli torrenti sotterranei di cui non conoscevi neanche l’esistenza. La scrittura è un po’ così, ha questo innato potere esplorativo, la capacità naturale di “tirare fuori” quanto non ti aspettavi. Lo scrivere è una potente lente di ingrandimento sulla propria interiorità, un catalizzatore capace di innescare reazioni e pensieri, una cartina tornasole per rilevare e misurare il proprio stato esistenziale.

La scrittura ha poi un ulteriore potere benefico: offre la possibilità di “lavorare con la parola” i vissuti, le esperienze, le emozioni, i successi ed i traumi; permette, anzi costringe, a dare un nome a quanto succede, a rielaborare con la parola quel magma esistenziale che ciascuno si porta dentro.
La parola propizia l’emersione di quella parte di noi che vive in una ambigua penombra. La parola è forma di possesso di sé, della propria identità e del proprio vissuto; la scrittura ne offre una concreta esercitazione e realizzazione.

La scrittura è una amica esigente: offre ospitalità e rifugio, dona sensi e significati, promette sguardi profondi ; dal canto suo esige disponibilità a viaggiare, a conoscere cose nuove e, talvolta, a visitare posti da cui preferiremmo tenerci alla larga.

Parola e parole

una bella domanda

Anche il Vangelo di oggi è attraversato da una domanda: quando Elisabetta incontra Maria che è andata a trovarla esclama: “A cosa devo che la Madre del mio Salvatore venga a me?”. Traduco un po’ liberamente: “come mai questo dono inaspettato?”. Dopo “dove sei?” e “cosa devo fare?” ci troviamo di fronte ad una ennesima domanda che la Parola ci pone: “Cosa ho fatto per meritare un tale dono?”.

Elisabetta è donna arguta, il Vangelo ce la presenta ormai in là negli anni, quindi ai suoi occhi esperti non deve essere sfuggita una cosa così straordinaria. Elisabetta ha occhi attenti per rendersi conto della sorpresa che le è capitata, del dono inaspettato che le viene fatto. Già, Elisabetta è animata dal quel sano stupore che ci porta a non dare niente per scontato e per ovvio…ciò che le capita è dono che chiede di essere accolto e ancor prima di essere riconosciuto ed “interpretato”. Elisabetta non solo riconosce il dono ma si spinge a chiedere: “perché proprio a me? Che cosa ho fatto per meritarmelo?”..stupore e meraviglia, curiosità e riconoscenza…

Non farebbe male alle nostre giornate un po’ di questa benedetta meraviglia per le cose, per le persone e gli eventi. Occorre molta umiltà per ammettere che nulla ci è dovuto ma tutto va accolto ringraziando come per un dono immeritatato. L’amore di nostra moglie, il rispetto dei nostri  colleghi, la vicinanza di un amico, la tenerezza di un figlio: tutto è Grazia, tutto è Gratis! Qualche volta sarebbe bello se avessimo anche noi il coraggio di chiederci: “Ma cosa ho fatto per meritare tutto questo?”

Parole di carta

tutti a tavola!

Ci sono riti che non muoiono, che attraversano il tempo ed i giorni, che sembrano incuranti delle epoche, delle ideologie e della loro fine; sono riti che sopravvivono allo scorrere degli anni e che quasi irridono le mode e gli usi passeggeri; essi continuano a presiedere imperturbabili i nostri comportamenti e le nostre abitudini. Tra questi “riti che non muoiono” eccelle certamente quello del pasto insieme: esso rappresenta il modo più pieno che conosciamo per celebrare le nostre feste, per condividere le gioie e per festeggiare successi e traguardi. Durante le prossime feste natalizie, si ripeterà nuovamente questo arcano e sempre nuovo rito: ricchi banchetti saranno imbanditi per festeggiare il Natale, per riunire insieme famiglie e amici, per rinvigorire legami che durante l’anno si sono un poco allentati o che abbiamo trascurato.

Mangiare insieme! Che cosa meravigliosa! Magiare insieme è forse una delle esperienza più ricche e gratificanti, intrinsecamente simbolica della nostra umanità, espressiva della nostra comune condizione di uomini e forse proprio per questo cosi’ vicina e familiare.
L’esperienza del mangiare insieme parte da lontano..parte da una volontà di cucinare, non solo per se stessi ma anche per gli altri. Potremmo dire che il mangiare insieme è un “pezzo di vita” che nasce dal cuore di qualcuno che invoca condivisione, che entra nella testa per diventare un lista di armoniose pietanze (un menu’ appunto), per poi passare alla mano abile del cuoco che prepara il cibo ed infine terminare nella carne dei commensali che di quel cibo si nutrono. Penso che nessun animale sulla terra viva l’esperienza dello sfamarsi in maniera cosi’ complessa e ricca: l’animale azzanna il cibo, lo trangugia come una naturale necessità, lo divora nella paura che qualcuno gli possa “sottrarre l’osso”. Noi umani cuciniamo, apparecchiamo una tavola (con una serie di dettagli e di attenzioni che non sarebbero strettamente necessari), cuciniamo il cibo, lo serviamo con cura e senso estetico e lo condividiamo con altri uomini, abbandonando quella aggressività e voracità che la nostra parte animale ci suggerirebbe.

Condividendo il cibo, noi uomini non mettiamo semplicemente in comune un certa dose di proteine, vitamine, sali e zuccheri.. mangiare è molto più’ che sfamarsi. Nel cibo che mettiamo sulla tavola ci sono le nostre relazioni, i nostri bisogni, le nostre esperienze, la nostra esistenza. In fondo condividiamo ciò che ci è necessario per vivere e questo va ben oltre la pasta o il tacchino. Ci sediamo alla mensa dell’altro per “mangiare” della sua presenza, della sua parola, del suo vissuto e a nostra volta ci offriamo come cibo per lui, regalandogli il nostro tempo, la nostra attenzione, il nostro ascolto, la nostra ospitalità. Mangiamo ciascuno alle mensa dell’altro, cibandoci l’un l’altro di ciò che è necessario per vivere, di ciò che ci rende uomini e di ciò che ci permettere di continuare ad esserlo. Forse è per questo che tutte le grandi culture danno enorme importanza ai banchetti rituali, dalla cena pasquale ebraica fino alla eucarestia cristiana. Tutte le culture hanno riconosciuto che dentro questo gesto quotidiano e feriale vi è una portata di Vita e di Senso straordinari, vi è una materialità che trascende nel Mistero, c’è una dimensione sacrale che è irruzione del Mistero della Vita nell’ordinarietà dei giorni. In fondo mangiare insieme non è solo mangiare ciascuno alla mensa dell’altro ma forse, e primariamente, mangiare insieme alla Mensa della Vita, nutrirsi di un Senso che ci precede e ci supera, gustare la Vita che si dona in una forma sensibile, concreta, materiale, direi quasi carnale…

Vi è inoltre un ulteriore elemento che rende il nostro “stare a tavola” cosi’ significante per la nostra esistenza: quando mangio con qualcuno, prima ancora che condividere del cibo, condivido con il mio commensale, la mia fame: mi mostro come uno che “ha fame” e riconosco ed accolgo l’altro come “uno che ha fame”. Presentarsi come affamato è il gesto di colui che riconosce di non bastare a se stesso, di essere uno che manca di qualcosa, il cibo appunto; è come se dicessi al mio commensale: “vedi, come te, io sono uno che ha fame, ho bisogno di mangiare, non sono autosufficiente, non basto a me stesso ma , per vivere, ho costantemente bisogno di qualcosa che è fuori di me. Tu come me e io come te, siamo persone bisognose, che, fortunatamente, non hanno in se quanto serve loro per vivere ma questo “necessario” deve essere accolto come dono, come promessa, come desiderio”. Non solo: “ciò che ci serve per vivere ha un gusto buono, è piacevole, succulento.. non ha il peso di una necessità amara e disgustosa..No! ha un sapore che delizia il palato, che riconcilia con la Bontà originaria della vita, che mi ricorda, tra un maccherone e l’altro, che nel mondo non è tutto male, che la Vita è originariamente, anche se misteriosamente, buona e che il cibo che tu ricevi e da cui dipendi ha un sapore straordinario ed eccedente”. Condividere la fame è la possibilità di riconoscersi uomini, uniti da questo bisogno al di là di razze, culture ed appartenenze.

Il rito del mangiare insieme è davvero qualcosa che afferisce alla natura più intima e misteriosa dell’essere umano, è esperienza che custodisce il senso profondo del vivere e del morire, è luogo in cui si palesa la nostra dignità e la nostra grandezza.

questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre di “LodivecchioMese

Affetti e Legami

nonne

Conservo la foto delle mie nonne sul mio comodino: sono una presenza silenziosa, calda, purtroppo a volte poco frequentata, ma comunque sicura e reale. Un nonno purtroppo non l’ho mai conosciuto e l’altro la Vita mi ha concesso il lusso e la Grazia di poterlo ancora abbracciare e baciare.
Credo sia impossibile descrivere o cercare di quantificare il bene che ho ricevuto dalle mie nonne che ora sono in Cielo: è come pretendere che lo stagno possa contare le gocce di cui è composto..

Ricordo la mia nonna Angela come una donna forte, autorevole, coraggiosa…La sento molto vicina a quel modello di “donna forte” che viene lodato ed esaltato nella letteratura sapienziale biblica. La mia nonna aveva una intelligenza brillante, vivida, talvolta al limite di un sano e realistico cinismo, tipico di chi nella vita ne ha viste molte e conosce e il cuore degli uomini. Era una donna sicura di sé, con idee chiare sulla vita, sulla famiglia e sul mondo e non mancava di arguzia nel sostenere le proprie posizioni ed idee. Godeva di quella meravigliosa forma di ironia che nasce solo dalla capacità di applicarla prima di tutto su se stessa. Le molte doti che possedeva avevano un nucleo sorgivo e sintetico: l’esperienza della sua Fede. Sì, perché mia nonna viveva una fede profonda, che nasceva da un cuore orante, si arricchiva di un pensiero lucido e si trasformava in un fare concreto che tradiva sempre questa sua lontana origine.

La mia nonna Ernesta era una donna semplice, di quella semplicità che è tipica della nostre culture contadine, una semplicità che era stata passata al crogiolo della vita che non le aveva fatto mancare fatiche, dolori e sofferenze. Mia nonna sapeva vivere, forse inconsapevolmente, quel naturale e divino movimento della Vita che è il donare. C’era per tutti, con una disponibilità che spesso rasentava quell’ingenuità che è tipica dei semplici, dei bambini e dei santi. Lei dava, naturalmente, come naturalmente parlava e camminava. Alla sua presenza coglievi una fonte di amore incondizionato, capace di dare sicurezza e di scaldare il cuore.

Purtroppo il tempo mi sta strappando molti ricordi feriali di loro, ma come contropartita, mi regala il senso e la profondità della loro presenza, mi permette di cogliere un po’ di più e meglio il dono che sono state per me. Le mie nonne hanno avuto la grazia di vivere due grandi virtù teologali: l’Amore e la Fede. Mia nonna Angela ha saputo guidarmi, dalla ricchezza della sua fede alla bellezza della vita; mia nonna Ernesta mi ha condotto, a partire dalla bontà della sua vita, al mistero della fede; entrambe mi hanno accompagnato ad essere quello che sono.

Che bello sarà un giorno poterle riabbracciare, sentire il loro calore, pelle a pelle, e rendersi conto di come la fede dell’una e l’amore dell’altra altro non erano che lo stesso sorriso di Dio.

Parole d'autore

imparare dal cappero…

La  fonte nascosta

“Ogni tanto mi piace riflettere su certi cicli di vita che si sottraggono facilmente ai nostri sensi ma che sono in realtà molto importanti o per ciò che sviluppano e forniscono alla nostra vita -pensiamo a tanti fenomeni del mondo vegetale ed animale, e a certe energie che animano il cosmo- o per l’insegnamento che ci offrono. Ebbene, queste mie considerazioni si basano sul secondo caso: ricavare un messaggio significativo dal ciclo di una pianta.
Da oltre un anno vivo in una località che si affaccia sul Lago di Garda. In questa zona, oltre alle tante piante di ulivi e agrumi a cui non ero abituato nella bassa bergamasca dove sono cresciuto, ce n’è una che ha colto la mia attenzione e mi ha affascinato parecchio: la pianta del cappero.
Le mie prime osservazioni iniziarono verso la fine dell’inverno, quando tra le grosse pietre di quei muri esposti al sole del pomeriggio, vedevo sporgere delle strane configurazioni legnose, di un marrone chiaro, che sembravano i resti di una pianta che aveva cercato inutilmente di crescere in quel posto impossibile e alla fine era inaridita.
Poi  giunse la primavera e così il calore del sole unito all’intensa umidità iniziarono a fornire l’energia necessaria al suo sviluppo. Fu allora che in mezzo a quelle rocce calcaree spuntarono i primi timidi rametti che in poche settimane, con l’aumento della temperatura, si tramutarono in una folta chioma di colore verde scuro.  
Con l’arrivo dell’estate cominciarono ad apparire i primi boccioli che per varie settimane  mi premurai di raccogliere regolarmente. Dati i miei impegni di lavoro era comunque inevitabile che parecchi boccioli si aprissero diventando così degli splendidi fiori rosa, molto appariscenti e dal profumo delicato.
Quando il caldo implacabile di luglio e agosto non sembrava risparmiare alcuna  persona e alcun  albero  e quando anch’io, per non rischiare un colpo di sole, dovevo infilare un fazzoletto intriso d’acqua sotto il berretto, il cappero continuava tranquillamente il suo corso di crescita e produzione  e se c’era un effetto che quel clima torrido riusciva a provocare era proprio quello di renderlo ancora più lussureggiante.
Col passare delle settimane si sono poi sviluppati i tipici frutti di forma cilindrica, simili ad un piccolo cetriolo, che pendevano dalla pianta come delle candeline verdi. Quando questi frutti vanno oltre la maturazione diventano di un rosso scuro, si spaccano e disperdono il loro semi, per la gioia dei tanti merli che popolano la zona.
Osservando qua e là le varie piante di cappero che crescono dai muri della nostra casa ho pure notato che gli arbusti più vecchi sono quelli che danno i boccioli migliori ed i frutti più grossi, mentre le piante più giovani producono pochi frutti e  di scarsa qualità.
Durante l’inverno tutti i rami vengono potati quasi completamente finchè alla fine, tra le pietre, non emergono che delle “strane configurazioni legnose, di un marrone chiaro”.  E così un altro ciclo di vita di questo arbusto si è concluso. Adesso comincia il nostro ciclo di riflessione…

Una prima considerazione è che la pianta del cappero, una volta sviluppata, sa donarsi in tutte le sue parti significative: che siano i boccioli, i fiori, i frutti o i sem1i dei suoi frutti, è sempre possibile ricavarne qualche beneficio. Se questo aspetto lo applichiamo a noi stessi ciò può mettere in discussione un certo concetto di maturità umana che la vuole limitata nel tempo. Infatti, se prendiamo ispirazione da questa pianta, potremo comprendere che, sia che si tratti del ‘bocciolo’ della tenera età o del ‘fiore’ della giovinezza o del ‘frutto’ della piena maturità o dello ‘sgretolamento’ dell’età avanzata, in ognuno di questi momenti, pur nella diversità dell’età e delle esperienze, abbiamo la possibilità di donarci e di offrire qualcosa agli altri.

Un secondo punto si rifà all’inverno, quando la pianta dopo aver dato tutta se stessa è esausta, sembra morta, mentre invece ha solo bisogno di riposo. Penso che anche noi, in qualunque momento della vita, quando ci accorgiamo di aver dato tanto, siamo invitati ad ammettere a noi stessi e alle persone che ci sono vicine che siamo affaticati. Però qui non si tratta di rinfacciare a qualcuno di averci stancato e nemmeno di accusare i ritmi frenetici della vita, ma significa riconoscere che siamo limitati e che non possiamo realizzare tutto ciò che vorremmo in ogni momento. È proprio qui che dovremmo affrontare lo slogan dell’essere sempre in forma e sempre efficienti a tutte le età che la società moderna ci vuole imporre a tutti i costi tanto da spingerci a far uso anche di farmaci che mettono a repentaglio la nostra salute sia fisica che mentale.

Un altro aspetto emerge dalla crescita impressionate che si verifica nella pianta dopo il riposo, quando si raggiungono le condizioni ottimali. Anche in questo caso non possiamo relegare il fenomeno alla pura sfera vegetale  perché  esso sfida tutti noi ad attendere il tempo giusto senza seguire il voler ricevere ogni cosa “tutto e subito” o voler sempre anticipare la gratificazione al fine di soddisfare i nostri desideri. Ma quante persone sono ancora capaci di attendere o quantomeno riescono a trovare delle ragioni che giustifichino una certa attesa? Quante persone riescono ad ammettere che il ‘tutto e subito’ riduce in modo significativo l’intensità delle nostre esperienze e spesso ci espone alla noia?
I punti precedenti che toccano i diversi doni di ognuno, il riposo e l’attesa del tempo giusto non avrebbero ovviamente alcun significato se non vi fossero radici adeguate. La pianta del cappero è molto resistente al vento ed alla siccità grazie al suo apparato radicale che si insinua  in profondità tra le rocce o nel terreno. Qualcosa di simile deve avvenire anche nella nostra vita: se non affondiamo le nostre radici in valori fondamentali, se non siamo ancorati attorno a dei solidi e consistenti principi, le vicissitudini quotidiane, le bufere o i periodi di aridità potrebbero avere un effetto devastante su di noi.

La festa del Natale ci offre ancora l’opportunità di riflettere e verificare dove affondano le nostre radici. Quelle del cappero, più di tante altre piante, si sottraggono alla nostra immaginazione, è proprio per questo motivo che possono ricordarci che il nostro cammino di fede riceve energia da una fonte profonda  nascosta e seguendo modalità che non si lasciano spiegare facilmente.
 Betlemme rievoca un luogo nascosto, apparentemente insignificante ma che ha marcato gl’inizi di una storia che è giunta fino a noi e che è ancora in grado di trasformare la vita di tante persone. L’accettare di ripercorrere il ‘sentiero spirituale’ che porta a quel piccolo villaggio vicino a Gerusalemme rivela la fiducia che se restiamo uniti al Signore Gesù ognuno di noi potrà ottenere una grande forza da questo incontro personale con Lui.
Molta gente quando osserva il comportamento di un cristiano autentico, se non identifica le sue radici, non capirà o per lo meno sarà sorpresa al vedere la sua capacità di offrire qualcosa di significativo ad ogni età, di riconoscersi limitato, di sapere attendere e di affrontare con vigore le difficoltà e le sofferenze della vita. Questo non dovrebbe meravigliarci, perchè anche duemila anni fa parecchi non riconobbero quell’Uomo che appena nato era stato posto in una mangiatoia, e nemmeno sapevano da dove era venuto.
E noi da che parte ci troviamo? La fonte nascosta l’abbiamo riconosciuta?

Questo testo è una lettera che Pierpaolo, un monaco comboniano, ha scritto ad un gruppo di amici.

Pensieri e Silenzi

la tua rosa

Ci sono molte cose che abbiamo a cuore: sono le persone che amiamo, gli amici con cui condividiamo un legame, degli interessi, un pezzo di vita; sono le persone di cui ci prendiamo cura, quelle per cui ci preoccupiamo e per le quali preghiamo, gioendo dei loro successi e soffrendo delle loro sconfitte. Poi ci sono anche esperienze e tempi che conserviamo con una particolare attenzione: sono quei momenti che ci permettono di essere noi stessi, quelli che ci rigenerano e che ci danno nuova linfa per continuare. In questo “cofanetto delle cose preziose” sono poi contenuti i tanti luoghi a cui siamo affezionati: posti dove siamo vissuti, che abbiamo visitato o in cui siamo stati in vacanza: sono luoghi speciali nei quali ci sentiamo a casa, sereni, riconciliati; in questa geografia personale non mancano quei posti che hanno segnato la nostra vita: un bacio, un’amicizia, una litigata, una chiacchierata, una serata insieme…In un certo qual senso apparteniamo a tutte queste cose e esse appartengono a noi: sono parti indelebili delle nostre vite, mattoni indispensabili della nostra identità, parti senza le quali semplicemente non saremmo noi, non avremmo la stessa storia, gli stessi pensieri, gli stessi sogni.

Le cose che amiamo sono quelle cose che spiegano chi siamo e perché lo siamo; raccontano di noi, parlano della nostra vita molto più che tante autobiografie e autoritratti. I volti che abbiamo incontrato, o che continuamente incrociamo, narrano la nostra storia , ci riflettono la nostra identità, rispecchiano chi siamo come uno specchio molto più fedele delle parole. Ma cosa rende queste cose cosi’ speciali? Da dove nasce il loro valore inestimabile, il loro essere cose “nostre”, intime, personali?

Il tempo che hai perso per la tua rosa è ciò che fa la tua rosa tanto importante” dice la volpe al Piccolo Principe nel famosissimo racconto di Saint Exupery..già..”il tempo che tu hai perduto”.. Nella sua geniale semplicità e profondità temo che il Piccolo Principe ci sveli una cosa essenziale: le cose diventano preziose perché con loro abbiamo “perso tempo”, cioè abbiamo investito il bene più prezioso che disponiamo: i nostri giorni. Come a dire: le cose talvolta non hanno un intrinseco valore ma esso nasce dal “peso” che noi gli riconosciamo e gli assegniamo.

Quanti volti nella nostra vita diventano speciali proprio in virtù del tempo che abbiamo trascorso, dei dialoghi che abbiamo fatto, dei momenti che abbiamo condiviso ? Quante persone apparentemente anonime e “comuni” hanno un posto speciale nelle nostra vita proprio a motivo dei minuti trascorsi insieme?

Il nostro tempo ha una capacità “elettiva”, il dono di rendere straordinarie le cose feriali, di trasformare volti comuni in gente di casa.

Affetti e Legami

guerriglia nell’anima – ripresa

In risposta al mio post “guerriglia nell’anima” ho ricevuto questo commento. Volentieri e con riconoscenza oggi lascio la parola.

E di cosa ci parla la nostra fragilità?
Ci parla di noi stessi, ci mostra la parte di noi che fatichiamo ad accettare…
Perché forse abbiamo ambizioni di perfezione, non vorremmo sbagliare mai, mostrarci deboli, insicuri, non all’altezza di ogni persona e di ogni situazione…
Credo sia da individuare nell’errore della pretesa, un vero virus mentale, credo fosse il peggiore dei numerosi virus mentali che ho imparato a conoscere in me.
L’ho coltivato dentro di me e ne sono divenuta schiava, accorgendomi poi di quanto fosse fasulla la sua promessa… Mi sono trovata costretta a combatterci contro, per estirparlo, ma anche qui mi sbagliavo. La vera vittoria sta nella trasformazione, non nell’eliminazione… Impegno arduo e talvolta doloroso, ma l’unica via per riprendere possesso di se stessi, senza lasciarsi dominare dalla parte (o parti) fragile di noi.

Io la chiamavo “ombra”…
La sentivo nettamente dentro di me.
Era la parte che non mi faceva volare, che mi faceva stare a terra, che minava ogni mio desiderio di pace insinuandosi nelle pieghe più sensibili della mia anima…
Mi faceva tanto male…. un dolore fisico, dentro il petto, il cuore… mi convinceva che non potevo vivere una vita gioiosa… Annullava la speranza.

Anch’io sono arrivata alla stessa tregua cui sei arrivato tu.
Ho imparato a riconoscerla, accettarla, capirla… ho provato ad usare le sue armi per tenerla a bada e illuderla che ero sua alleata… La coccolavo un po’ cercando la strada per una riconciliazione…Pregavo… provavo ad ignorarla a volte, quanta inquietudine che mi ha provocato…

Sai qual è la cosa peggiore ?
Non tanto il fatto di avere queste fragilità e di lottare contro di esse, quanto il fatto di esserne consapevoli, come se avessimo il dono (o la sfortuna) di riuscire a vederci da fuori, come persone altre da noi…Tutti hanno le fragilità (l’ombra), non tutti ne sono consapevoli.

E’ molto importante dire quel che si prova.
Prendi la tua fragilità e la metti lì su un tavolo, su una bacheca virtuale, a comunichi ad altri, la condividi…
Non fai il suo gioco.
Lei preferirebbe stare lì dentro di te a logorarti, invisibile al mondo e indisturbata.
E invece tu la tiri fuori…
E le dimostri che il valore non si misura sulle fragilità che uno possiede, ma sul coraggio e sulla forza di (re)agire nonostante e indipendentemente da esse.

Sono le scelte che facciamo che dimostrano quel che siamo veramente…

Parola e parole

“cosa devo fare?”

Il vangelo di domenica era abitato da una domanda: “cosa devo fare?” La rivolgevano diverse persone a Giovanni Battista. E’ una domanda feriale, comune, talvolta logora, chissà quante volte l’abbiamo pronunciata ogni giorno… Lo chiede lo studente a scuola all’insegnante, il lavoratore al proprio collega, la moglie al marito..E’ una domanda che nasce da necessità concrete, contingenti, quotidiane.

Eppure se il contesto di riferimento non sono le piccole cose della vita ma la Vita stessa, questa domanda assume tutt’altro peso. “Cosa devo fare?” è l’interrogativo di chi sa che c’è qualcosa da fare: parrà ovvio ma è così. E’ la domanda di chi riconosce che c’è un “qualcosa” che può essere fatto; come dire: “non tutto è vanità, non tutto è inutile ma c’è qualcosa che merita di esser fatto. La Vita assume così una sua concretezza e sostanza.
Inoltre questo “fare” è qualcosa di possibile; non ci faremmo questa domanda se non avessimo almeno la speranza che il nostro fare possa avere una sua “presa”, una sua realizzabilità. Questa domanda tradisce la convinzione della praticità e fattibilità delle nostre azioni e come tale è propiziatrice di un effetto benefico.

“Cosa devo fare?” ..domanda intrigante e gravida di conseguenze…è una della domande serie di cui è pieno il Vangelo.
“Cosa devo fare?” è l’interrogativo di chi custodisce la propria esistenza non come un lento ed insensato succedersi di momenti ma come progetto, come chiamata, come nostalgia di un compimento.

Storia e Tempi

Vittorie

Un post fuori programma e fuori tema oggi…

Ieri grande prestazione della squadra degli aquilotti e degli esordienti nel campionato di mini-basket: Bravi! Bella partita! Una bella soddisfazione! Ma ieri ci sono state altre due vittorie, che magari al pubblico in tribuna un po’ distratto o forse un po’ troppo concentrato sono sfuggite, ma che non sono sfuggite agli occhi attenti (e, diciamolo pure, un po’ innamorati) degli istruttori. Queste vittorie portano il nome di due ragazzi: Antonio e Simone.

Antonio è un ragazzo che si è unito alla squadra molti anni fa. Vive qualche fatica di movimento e di relazione: è un ragazzo davvero speciale, in tutti i sensi e sotto diversi punti di vista. Nonostante le sue fragilità (e chi non ne ha?) ha trovato nel basket un luogo di espressione di sé, un ambito in cui si afferma come persona, consegue i suoi risultati e raggiunge i suoi obiettivi. E’ una gioia seguire i suoi progressi partita dopo partita, vedere come sta in squadra a testa alta, con fierezza ed autonomia e come tutti i suoi compagni lo rispettano e lo cercano.

Simone invece è un bel ragazzone, corporatura imponente come suo padre; è un ragazzo che vive un po’ di insicurezze, talvolta ha bisogno di un bel rinforzo emotivo e di una conferma. Ieri, dopo uno scontro “poco pulito” in partita ha avuto un momento di scoramento…qualche lacrima ha solcato il suo viso..Ma Simone ha gestito egregiamente la sua difficoltà, per amor suo e della squadra.

Amo queste vittorie, mi appassionano! Penso siano quelle piccole licenze poetiche grazie alle quali, per misteriose leggi della grammatica, basket fa rima con Vita.