Storia e Tempi

quello che resta…

Siamo giunti al termine di un altro capitolo: un anno si chiude ed un altro è pronto all’orizzonte. Il ritmo del tempo si ripropone implacabile…giorni, mesi ed anni scandiscono il divenire della vita, in cui tutto, prima o poi, diviene passato, memoria, identità.

Ma cosa resta di tutto questo fluire? Cosa si sottrae alla fugacità degli eventi e dei tempi? Cosa ci resta tra le mani dopo che tutto è passato, andato, trascorso?

La vita ha “macinato” e consumato molte cose: esperienze, incontri, successi e fallimenti, legami e perdite, nascite e morti, tutto ormai declinato al passato, prossimo o remoto decidetelo voi.
Il tempo ha anche inghiottito e corroso cose, chilometri, beni, soldi, oggetti e ogni cosa che esiste sotto il cielo. E’ un fluire costante…lento…prezioso e dannato..
Ancora: Cosa resta? Cosa rimane?

Penso che in fondo rimaniamo noi, ciò che siamo e ciò che siamo diventati.
Resta quanto le esperienze ci hanno cambiato e fatto maturare. Resta il dolore che ci ha fortificato ed i successi che ci hanno gratificato. Resta quanto la vita ha plasmato in noi, nel bene e nel male. Resta il nostro essere presenti a noi stessi, in modo permanente e tuttavia sempre nuovo. Resta la nostra identità ed il nostro valore che ha attraversato stagioni e tempi.

In fondo resta forse poco del molto che è passato…ma resta l’essenziale, il cuore delle cose che il tempo non riesce a disperdere.

Affetti e Legami

Scatti e ri-scatti

Chi inizia ad avere qualche capello bianco in testa ricorda le vecchie macchine fotografiche con la pellicola: ogni rullino aveva un numero finito di scatti ed ogni volta che volevi scattare una fotografia stavi ben attento a che l’immagine fosse a fuoco, la luce fosse quella giusta e l’inquadratura quella desiderata. Altrimenti era una foto sprecata e soldi buttati al vento.

Le macchina digitali ci hanno notevolmente semplificato la vita: l’immagine salvata nella memoria può facilmente essere cancellata e la foto rifatta. Possiamo così fare liberamente innumerevoli foto, senza alcuna preoccupazione che sia quella buona.

Dobbiamo ammettere che la fotografia digitale ha radicalmente modificato il nostro modo di fotografare: dalla foto “unica” alle foto “in serie”… dall’unica chance alle infinite possibilità.

In fondo la tecnologia non ha cambiato solo la nostra arte fotografica; un po’ come un virus informatico si è diffusa un po’ ovunque, condizionando molti aspetti della nostra vita. In effetti la logica moderna del prova-sbaglia-riprova è diventata il canone per molti comportamenti quotidiani: quando guardiamo un film, scriviamo una lettera, leggiamo un libro o programmiamo un viaggio. Proviamo e, se le cose non vanno bene, cancelliamo e riproviamo.

Il problema sorge quando applichiamo questa logica “usa e getta” a cose che sono incompatibili con essa, come i nostri rapporti. Ci sono “cose” per cui il “tenta e riprova” purtroppo (o fortunatamente) non funziona:  sono cose che conservano una antica pretesa di unicità come le vecchie foto; che non ammettono repliche, che rifuggono dalla serialità ma amano essere pezzi irripetibili. Con loro dobbiamo usare la stessa cura che dedicavamo alle vecchie macchine fotografiche: dobbiamo accertarci che il prossimo scatto sia quello giusto.

Affetti e Legami

Amici

Che grande dono sono gli amici! Li cerchi nel momento del bisogno e godi della loro presenza nei giorni sereni. Sono come una casa calda e accogliente in cui ti puoi riposare e riprendere le forze; ti permettono di abbassare la guardia e di concederti loro in gioiosa semplicità.

Vivi con loro una intesa di cuori che consola l’anima, una benedizione per lo spirito. Vi è con alcuni come il senso di un dialogo ininterrotto e vitale, anche se la vita talvolta obbliga a delle pause di comunicazione. La comunione di intenti tuttavia permette di superare black-out o silenzi, quasi fossero dei “puntini di sospensione” nel racconto delle vite.

Con l’età ho imparato a godere semplicemente della loro presenza, non importa se silenziosa o loquace: godo per il fatto che ci sono e del loro essermi accanto. Sono presenza calda e rassicurante, compagnia per la vita.

Gioisco per il dono di un abbraccio, di una carezza data e ricevuta, della presa amichevole e del contatto familiare: anche il corpo partecipa a questo scambio di affetti, ne certifica la consistenza, ne esalta la profondità, anche là dove le parole non riescono ad arrivare.

Parola e parole

difficili convivenze…

Con buona pace di tanta letteratura un po’ troppo carica di melassa, il racconto del viaggio di Maria, Giuseppe e Gesù nel vangelo di ieri ha poco della cartolina da famiglia del mulino bianco…anzi, è attraversata da quella sana dose di conflittualità e tensione che appartiene ad ogni normale famiglia di questo mondo. Abbiamo purtroppo sempre la tentazione a smorzare ed attenuare conflitti ed incomprensioni e ci appaga crogiolarci in un racconto un po’ fiabesco ed irreale del vangelo, il quale, da parte sua, non risparmia al lettore disaccordi e malintesi che sorgono tra i suoi protagonisti.

Vi è nel racconto di Luca anzitutto l’esperienza della perdita: durante il ritorno verso casa, Maria e Giuseppe perdono le traccie di Gesù, rimasto da solo a Gerusalemme.. non c’è male come inizio..i genitori, pensandolo nella comitiva, smarriscono il dodicenne Gesù e per tre lunghi giorni non hanno notizie di lui. A parte una improbabile segnalazione ai servizi sociali per un atto così irresponsabile, pensiamo all’ansia e all’angoscia che può aver dimorato nel cuore dei due genitori che per tre giorni non hanno avuto notizie del figlio: chiunque di noi abbia un figlio può immaginare lo strazio di quei momenti, l’angoscia provata ed il risentimento che avranno covato tra loro marito e moglie…

Alla perdita si aggiunge poi l’incomprensione: di fronte alle comprensibili parole di rimprovero della madre, il dodicenne Gesù risponde con una domanda che resta, stando alle parole del Vangelo, oscura ai due genitori. Anche qui non c’è male come modello di famiglia ideale…

Credo che in fondo la santità e l’esemplarità della famiglia di Nazareth non stia nella sua capacità di stare “sopra i problemi” ma nel coraggio di attraversarli insieme e con fiducia. Mi piace leggere nel racconto di Luca una famiglia che si parla con franchezza e sincerità: Maria, al termine di tre giorni di angoscia, riesce a non aggredire il figlio ma a rivolgere a lui una domanda capace di concedere spazio, di lasciare l’opportunità di esprimersi e di chiarire; i genitori sanno poi verbalizzare la loro angoscia, raccontandola al figlio e facendone segno del loro amore per lui…bella questa comunicazione di sentimenti e di affetti.

Da parte sua il giovane Gesù ricorda ai genitori la sua irriducibile appartenenza alla Vita ed al suo destino che è propria di ogni figlio. A ben vedere questa risposta non stupisce: da chi avrà appreso questa determinazione il figlio se non dai genitori che lo hanno cresciuto e che per primi hanno vissuto con radicalità ed obbedienza questa appartenenza? tale madre, tale figlio, potremmo dire…

Dopo questo edificante momento di perdita ed incomprensione i tre fanno ritorno alla loro quotidianità di Nazareth, la quale non sembra essere stata sconvolta o traumatizzata più di tanto dall’accaduto..papà, mamma e figlio riprendono la loro vita sapendo convivere con questo aspetto ancora non ben digerito ed elaborato del loro passato..curioso questo “strano” atteggiamento dei genitori: non espellono il vissuto problematico, non lo rimuovono, ma, sempre stando alle parole di Luca, lo “serbano nel cuore” come un seme che deve dare frutto, come un’anticipazione di cose future, come appello alla responsabilità di ciascuno.

Amo questo aspetto ospitale della Parola: essa sa essere luogo estremamente accogliente della nostra umanità, anche di quella più problematica e faticosa; essa ci costringe a fare i conti anche con quella parte della nostra vita che sa di rifiuto, violenza o incomprensione.

Pensieri e Silenzi

fatti di carne

La nostra carne è il luogo in cui sperimentiamo la nostra vita, anzi in cui patiamo La Vita. La nostra carne è il movimento con cui ciascuno di noi viene a se stesso, si appropria di sé, si accoglie come “uno che vive”. E’ nel sentire le nostre membra, le nostre mani e le nostre gambe che io, in modo originario e sorgivo, mi scopro e mi accolgo come persona. Mi accorgo che il mio corpo non è uno dei tanto oggetti del mondo, ma è un corpo vivente, è una carne che sente, che soffre e che prova piacere.

La mia carne mi restituisce la consapevolezza di esistere, di essere qui ed ora.  E’ il mio “patirmi come paziente” che mi offre la possibilità anche di “pensarmi come pensante”.. il pathos precede il logos.

La mia carne è il “luogo” in cui emerge la mia individualità, in cui la Vita assume la forma di un volto ed di una voce.

Parola e parole

fatto Carne

Il Natale porta con sé una evidente dimensione materiale, tattile, concreta. Nel Natale non celebriamo un pensiero o una ideologia.. nulla di tutto questo. Natale è la festa di una Carne, la carne giovane e tenera di un bimbo ebreo. Il Natale è l’esaltazione di quella Carne, di quel Corpo Vivente, perché vivente di una Vita dalla qualità smisuratamente eccedente.

Nella Carne di un bambino dimora la Vita Piena, fatto questo straordinario ed inaccessibile..il Tutto in un Dettaglio, la Pienezza in una Corpo, il Creatore in una creatura..roba da far girare la testa.. Eppure la Vita si è accasata in quella giovane ed indifesa Carne: sì, vi ha preso dimora! Non accontentandosi  semplicemente di  “starci”, la Vita ha “abitato” quel corpo, l’ha percepito come ospitale, attendibile, sicuro, luogo domestico e familiare. In quella Carne la Vita si è sentita a Casa!

Il Natale è anche tutto questo: è la celebrazione della Carne capace di ospitare la Vita. E’ festa della nostra carnalità, del nostro essere corpo, è memoria benedicente della nostra fisicità.

Pensieri e Silenzi

Ci è stato dato un Figlio

Il telefono stamattina è impazzito, sembrava una slot-machine quando ti riesce di mettere tre simboli uguali sulla stessa linea. Una rete di Auguri planetaria, auguri che si fanno e auguri che si ricevono. Ci si augura l’un l’altro ogni forma di bene, di felicità, di serenità e di pace. Almeno una volta l’anno cessa il rito narcisistico del culto del proprio Io, per augurare qualcosa di buono ad un’altra persona…è già qualcosa..di questi tempi è bene custodire ogni piccolo segno di primavera e non spegnere lo stoppino fumigante.  In fondo fare gli auguri a qualcuno, se fatti con il cuore, è interessarsi per un attimo a lui, alla sua vita e alla sua sorte; è sperare per lui un futuro bello e sereno, pieno di vita e di speranza.

Dobbiamo ammettere che la parola ‘auguri’ è oggi un po’ logora, abusata, maltrattata: gli auguri ce li fa anche lo spot della RAI e la cassiera del supermercato, Trenitalia ed una serie di riviste a cui sei abbonato.

D’altra parte cosa rende “sostanzioso” il nostro bene augurare, al di là delle nostre buone intenzioni e di un reale interesse per la persona a cui lo rivolgiamo ? Cosa la rende diversa da una parola magica, da una parola di convenevoli ?

Penso che se vogliamo andare al cuore dei nostri auguri dobbiamo fare un (non so quanto comodo) viaggio là dove tutto ebbe inizio. Ci scambiamo gli auguri nel “ricordo attuale” di un bambino che è nato nella periferia del tempo e della storia. Ci auguriamo il bene perché sappiamo che Qualcosa di Nuovo è successo, che, come profetizzava Isaia, ci è stato dato un Figlio. Quel Figlio è il Segno di una Nuova Vita che ci è stata data, è promessa di una pienezza di Umanità, è pegno che Cieli nuovi e Terre nuove sono già cominciati. Quel Bimbo è portatore di un Senso Eccedente della Vita, è presenza carnale del Mistero dell’Essere. Quel Bimbo crocifisso saprà ricapitolare in sé i Tempi, le Storie e vite di ciascuno di noi.

Tanti auguri quindi, riconoscenti che la Vita si è fatta visibile e noi l’abbiamo contemplata nel volto di un bimbetto palestinese.

 

Parole d'autore

Auguri!

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati.
Tanti auguri scomodi, allora, miei cari fratelli!

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio.

Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.

Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.

Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.

Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame.

I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili. Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno bella figura, ma non scaldano.  Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati da speculazioni corporative.

I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge”, e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio.
E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.
Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

Tonino Bello

Affetti e Legami

guaritori feriti

Il modo migliore per provare a guarire gli altri è quello di mettersi in contatto con la propria fragilità, di ricordarla, di abbracciarla, di averla lì presente quando ti avvicini a qualcuno.
Forse solo custodendo le proprie ferite è possibile almeno tentare di avvicinare le ferite altrui.

Le nostre e le altrui ferite potranno anche essere diverse, frutto di differenti storie e personali cadute: ma sarà il comune dolore nella carne ad avvicinarci, a farci sentire fratelli, simili, uomini che patiscono il comune patire della Vita. Potranno nascere così parole, sguardi e tocchi densi di senso e di sensi.

Amo molto queste parole di Elisabeth Kubler-Ross:

“Le persone più belle che abbiamo conosciuto sono quelle che hanno conosciuto la sconfitta, la sofferenza, lo sforzo, la perdita e hanno trovato la loro via per uscire dal buio. Queste persone hanno una stima, una sensibilità e una comprensione della vita che li riempie di gentilezza ed un interesse di profondo amore. Le persone belle non capitano semplicemente; si sono formate”.

Affetti e Legami

Addii

Arriva il momento del commiato, del saluto, del dirsi addio..tempo amaro e doloroso, tempo lacerante, di rimpianti e di rimorsi. E’ il momento in cui la separazione ci ferisce, il senso dell’abbandono ci imprigiona in un dolore muto.

Non ci sono ragioni, non c’è un perché…inutile cercare di capire..è il ritmo misterioso e sacro del vivere: la pianta produce il seme che gettato in terra muore per produrre nuovi frutti.

Le parole non ci seguono, arrancano, faticano a formarsi e ed esprimersi..solo il cuore è capace di cogliere lievi barlumi di Mistero: nulla va perduto, neanche una virgola di questa storia verrà cancellata o dimenticata. Ormai ci si appartiene l’un altro ed i nostri legami ci saranno restituiti con pienezza definitiva.

Il Grembo della Vita da cui tutto nasce è capace di custodire i nostri legami; la sua straordinaria fecondità sa generare a Vita Nuova ciò che è appassito.