In queste calde giornate di luglio le parole talvolta escono un po’ alla rinfusa, soprattutto nell’agone politico dove è abitudine fare dichiarazioni e poi correre ai ripari non appena viene fatto notate la stupidaggine che si è appena detto.
È un po’ quello che è accaduto alla seconda carica dello stato, il presidente del senato, che si è trovato a gestire una situazione di certo difficile e dolorosa per un padre: quello della denuncia di violenza sessuale rivolta al figlio. In questi casi la prudenza consiglierebbe di dosare le parole, calibrare i toni, misurare i singoli aggettivi e magari, perché no, di ritirarsi in un religioso silenzio in attesa che la magistratura faccia il suo lavoro.
Il nostro invece, come è suo solito, ha voluto strafare, inanellando una serie di dichiarazioni che, siamo onesti, lasciano un po’ perplessi. Nessuno nega la preoccupazione del padre, ma occorrerebbe anche non scordare i doveri della seconda magistratura del Paese, che, insieme a tanti privilegi, dovrebbe anche sentire il peso di una serie maggiore di doveri rispetto al normale cittadino.
Anzitutto, ad indagini ancora in corso, il presidente del senato ha proclamato che, dopo lungo e approfondito colloquio con il figlio, non vi è nulla di penalmente rilevante da notare, lasciando oltretutto il dubbio se a parlare fosse il padre, l’avvocato o il politico. Diciamo che non è il massimo della sensibilità istituzionale fare una tale dichiarazione quando un altro potere dello stato sta compiendo delle indagini.
Ma ancora peggio, a mio modesto avviso, il nostro non ha trovato di meglio che minare la credibilità della vittima, alludendo ad un possibile uso di sostanze stupefacenti da parte della ragazza ed dubitando delle tempistica della denuncia. Insomma le cose che avrebbe potuto dire un sig. Rossi qualunque a cui fosse capitata una cosa simile. Dimenticando, invece, il nostro, che il timore di non essere credute è una dei fattori che limitano la decisione delle donne vittime di questi drammi. Trasformare la vittima in carnefice è una operazione facile e tutto sommato a basso costo, dato che in certe situazioni, è davvero difficile distinguere le reciproche responsabilità delle parti. Nessuno di noi sa se la ragazza fosse consenziente o meno, ma forse sarebbe il caso che chi ha il dovere e le competenze di valutare con obiettività dell’accaduto, lo faccia con la massima serenità e senza indebite pressioni.
Ahimè così va in questa triste e sudata Italia di metà luglio, dove la sobrietà lascia spesso spazio al cabaret, la responsabilità civile all’arroganza e alla supponenza ed in cui i vecchi o nuovi potenti di turno si sentono sempre un più uguali degli altri.









Lascia un commento