Storia e Tempi

Antichi e Nuovi Tesori

È possibile raccontare la storia dell’antica Laus Pompeia attraverso l’arte moderna? È possibile narrare una vicenda che affonda le proprie radici nei primi secoli della storia con il linguaggio sorprendete, e talvolta spiazzante, dell’arte contemporanea? È la sfida che ha accettato l’associazione culturale “I Ricci” con la mostra “Laus Pompea – Antichi e Nuovi Tesori”, tenuta presso Il Conventino di Lodi Vecchio nel mese di dicembre. Una sfida difficile, persino ardua, eppure decisamente suggestiva ed intrigante, affascinante nella sua ambizione e brillante per l’esito raggiunto.

Occorre ammettere che la location della mostra, gli antichi ed austeri locali del Conventino, offrono uno scenario incantevole per gli oggetti d’arte esposti: le stanze brulle in mattone a vista, la nudità dei locali ed i reperti archeologici ivi contenuti, introducono il visitatore in un viaggio del tempo sorprendente, quasi collocandolo in uno dimensione spazio-temporale surreale e lontana. Il contrasto, meticolosamente voluto e ricercato, tra l’ambientazione remota e perduta e l’oggetto d’arte così recete ed innovativo è forse l’elemento più curioso e singolare di questa mostra: il vecchio ed il nuovo, la tradizione e la contemporaneità, il fluire lento del tempo e il vertiginoso fuggire dell’attimo presente, le pietre antiche della vecchia Laus e l’utilizzo insolito di materiali e tecniche espressive decisamente moderne e d’avanguardia. Penso stia tutta qui la fascinazione di questo viaggio: l’incontro inatteso e quasi forzato tra vecchie parole e nuove espressioni, tra memoria e futuro, tra oggetti che provengono dal passato ed altri che paiono anticipare l’avvenire.

Difficile rendere in poche righe la ricchezza del percorso, che pone il visitatore di fronte ad una varietà strabiliante di espressioni artistiche che includono le forme più tradizionali di pittura e scultura, insieme alla decorazione di oggetti in ceramica, disegni a china, decorazione di foglie e monili, opere prodotte grazie all’utilizzo di moderne tecnologie informatiche, senza disdegnare componimenti in cui metalli, stoffe, colori e forme si fondono in qualcosa che non è facile descrivere.

Il leit motive della narrazione resta sempre l’antico borgo di Laus Pompeia, cuore pulsante del territorio tra Milano e Piacenza nei secoli che precedono e seguono di poco la nascita di Cristo. Il racconto si dipana nella descrizione dell’antica porta della città, della stazione postale fuori le mura, il cardo ed il decumano, i martiri Naborre, Vittore e Felice, la santa Savina, la cultura romana e la natura straordinaria ed intatta che abitava questa terra a ridosso dell’Adda. Ma la narrazione prosegue nel tempo, includendo nell’affresco la storia della prima comunità cristiana raccolta dal vescovo Bassiano attorno alla mirabile basilica dei XII apostoli, oggi cuore della Chiesa Laudense, la vita spartana che animava le corti delle cascine e dei borghi agricoli, fino alla distruzione definitiva dell’anno 1158, che ne ha segnato indelebilmente la storia.

Eppure – e forse in questo la mostra testimonia tutta la sua attualità – quella storia, interrotta cruentemente secoli fa, è qualcosa di ancora vivo, attuale, vitale, tenace e vibrante, vigile ed eloquente. Quel mondo antico ancora ci parla, non solo come un lontano artefatto della memoria, ma come un elemento essenziale della nostra identità e della nostra cultura. Quelle vecchie pietre abbandonate ci parlano attraverso le opere artistiche di coloro che si sono messi in loro ascolto, che si sono lasciati interpellare dai loro lontani sussurri, dalle loro voci tenue ma eloquenti, dai loro racconti coperti di polvere ma che custodiscono, come braci nascoste sotto la cenere, un’anima ardente capace di scaldare i cuori.

In fondo, a bene vedere, quelle composizioni artistiche, pur nella loro incontrollabile diversità, ci si offrono come piccoli ma preziosi specchi in cui ciascuno di noi ha la possibilità di rivedere un pezzo del proprio volto, della propria storia, della propria identità culturale, religiosa, civile e personale. In ogni oggetto d’arte, di ieri come di oggi, c’è un pezzetto di noi, di chi siamo, di chi eravamo e di chi saremo.

Fare arte è anche questo: è legare i fili della storia e cucire gli eventi in un ordito capace di mostrare la bellezza e la profondità della nostra identità.  

Storia e Tempi

Buon Natale!

Speravamo tutti sarebbe stato un Natale diverso, lontano dall’incubo del COVID, liberi da vincoli e restrizioni. Ed invece eccoci di nuovo qui a combattere contro il nemico invisibile, forse ancora più contagioso anche se, pare, meno cruento. E tuttavia sempre presente, a condizionare le nostre celebrazioni e le nostre feste, ospite fastidioso di queste festività natalizie. Il senso di frustrazione e di insofferenza per quello che sta accadendo sta crescendo: proviamo ormai tutti un certo fastidio per questa situazione che pare non finire mai e per questa nuova normalità che fatichiamo ad accettare. Quando ne usciremo? Quando riavremo la nostra vita? Quando torneremo a fare le cose di sempre?

La fatica e l’affanno che proviamo per tutto questo non ci impedisca, tuttavia, di alzare o sguardo e di ricordare che su questo nostro pianeta non siamo i soli a vivere un momento di crisi e che, insieme a noi, moltissime altre persone attraversano giorni certo non facili.

Basta farsi un veloce “giro” in internet per assistere, anche se a distanza, ad una serie numerosa di crisi, di guerre, di vere e proprie tragedie, che, nonostante le luci natalizie, si celebrano negli angoli più remoti del pianeta.

Senza andare troppo lontano ricordiamo i tanti profughi assiepati a Lesbo e sulle altre isole greche, accampati ai confini meridionali dell’Europa, trattenuti in una “terra di mezzo” senza via di uscita. Oppure, andando un più a est, ai tanti disperati che attendono compassione ai confini polacchi dell’Europa, usati cinicamente come merce di scambio per negoziati ed interessi politici. Andando ancora un po’ più a est ricordiamo le popolazioni della Bielorussia che stanno lottando per la propria libertà e a quella Ucraina, impegnata in una guerra senza memoria. Ancora più a est difficile dimenticare il popolo Siriano, martoriato da anni e anni di conflitti, insieme a quello Afgano, ripiombato in cupo passato che pensava di aver lasciato alle spalle.

Il continente africano poi è gravido di conflitti: dalla guerra del Tigrai in Etiopia alla guerra nello Yemen ed in Somalia; dalla guerra civile nella repubblica Centrafricana alla violenza religiosa in Nigeria. Anche il nuovo mondo non è libero da sofferenze: tra tutte ricordiamo il popolo venezuelano, vittima di una crisi demografica e sociale e le migliaia di profughi che dal Sud America si mettono in viaggio per cercare speranza negli Stati Uniti.

E tutte queste sono solo un piccola parte di tutte le sofferenze nascoste di cui siamo ignari testimoni: milioni di bambini e di famiglie trascorreranno un Natale che non sarà certo di festa…

Questo il mio augurio: che il tempo di prova che stiamo attraversando in occidente ci faccia sentire un po’ più in comunione con le popolazioni che da tempo immemore vivono di dolore e di fame; che le difficoltà che oggi sperimentiamo ci educhino a vivere quella fraternità così ferita e dimenticata; che il nostro dolore ci aiuti a sintonizzarci con il dolore del mondo e ci spinga ad impegnarci per una Speranza comune. Auguri!

Storia e Tempi

un mattone dopo l’altro

Ci sono doni attesi, cercati, agognati quasi fossero mete ambite e desiderate. E poi ci sono doni inattesi, delle vere e proprie sorprese, eventi che capitano sul tuo cammino in modo miracoloso.

Ieri mattina è accaduto qualcosa che appartiene alla seconda “tipologia”: i miei colleghi, rispondendo a degli auguri natalizi fatti con semplicità e sincerità, hanno voluto esprimere il loro ringraziamento verso la mia persona ed il mio lavoro. Che sorpresa! Confesso che non mi sarei mai aspettato questa manifestazione di affetto; la mia reazione, tra l’impacciato ed il commosso, penso abbia tradito la mia meraviglia.

Non dobbiamo sottovalutare il potere della parola “grazie”: insieme a poche altre, credo sia una delle più potenti contenute nel vocabolario della lingua italiana.

Grazie significa “sono grato per quello che sei e per quello che fai”, “onoro il bene che circola tra noi”, “riconosco il debito di riconoscenza che abita, con reciprocità, il nostro legame”, “celebro attraverso di te la liberalità della vita”. Sì, perché ogni grazie dato e ricevuto, possiede sempre una straordinaria capacità transitiva: va sempre oltre la persona a cui l’abbiamo destinato e, a ben vedere, oltre pure colui che l’ha pronunciato.

Ringraziare è il verbo che appartiene a quel movimento di meraviglia e di stupore che anima l’esistenza. La parola “grazie” diretta all’altro apre una finestra sull’oltre, celebra la munificenza dell’esistenza, l’abbondanza dei legami, l’eccedenza degli affetti ed indica quel confine sottile e prezioso che introduce al Mistero della vita.

Sono grato della gratitudine dei miei colleghi e penso che il senso stia tutto in questo strano gioco di parole: il grazie evoca altro grazie ed altro grazie ancora. È così che si alimentano i legami, è così che si costruiscono gli affetti, un mattone dopo l’altro, un grazie dopo l’altro.

Grazie ragazzi!     

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quattro imbecilli…

Qualcuno potrebbe dire a quei quattro imbecilli che a Novara, per protestare contro il green pass, hanno sfilato con della casacche a righe stile lager, che l’unica cosa davvero a rischio non è la libertà individuale ma il loro buon senso e la loro dignità?

Perché vedete, la costituzione riconosce a tutti la libertà di espressione e di pensiero ma non la libertà di offendere chi ha subito la tragedia dei campi di concentramento e lo sterminio di massa. Scriveva Evelyn Beatrice Hall: “disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo“. Eppure mi chiedo se davvero si tratti di libertà quella che tende a creare un qualche assurdo collegamento tra un evento che ha portato allo sterminio di sei milioni di ebrei ed una misura sanitaria (discutibile certo..) che ha solo cercato di proteggere delle vite e di creare le condizioni per una (parziale) libera circolazione in questo Paese.  

C’è davvero da chiedersi se loro signori abbiamo mai aperto un libro di storia o, se la cosa è troppo difficile, visto uno dei molti film sull’argomento, o ascoltato le migliaia di testimonianze dei pochi che da quei luoghi di morte sono usciti vivi. Sorprende come delle persone normodotate, con a disposizione un archivio sconfinato di informazioni sul proprio cellulare o pc, possano permettersi una tale volgarità ed una negazione così evidente della realtà delle cose.

È preoccupante la cosa: logoriamo le parole, logoriamo i simboli, trasformiamo ciò che è tragico in una commedia risibile e oltraggiosa; perdiamo il senso delle proporzioni, il peso degli eventi, la consapevolezza di quello che è stato. Prendiamo tragedie e, senza alcun rispetto per le vittime, ne facciamo una bandiera per battaglie al confine tra il delirante ed il maniacale. Cosa ne sarà di quelle parole e di quei simboli una volta che sono stati bestemmiati così spudoratamente? Come ridiremo quel dramma, come racconteremo quella tragedia quando le parole sono state in tal modo consumate e svilite?

Poveri noi: incapaci di custodire ciò che è sacro, ciò che indicibile, quanto è immensamente doloroso, esposti ad una pornografia della parole e del sentimenti indegna della nostra umanità. Che le vittime innocenti della shoah abbiamo pietà per la pusillanimità e le sconcezza che circolano tra noi…

Storia e Tempi

non chiamatele solo foto…

Le parole possiedono sempre un tratto universale: quando dico la parola uomo, albero, casa, amore, amico, con esse alludo a concetti generali, a quanto vi è di comune tra tutti gli uomini, tutti gli alberi e tutte le case.  Le immagini possiedono il potere della concretezza, la forza del dettaglio, il vigore del particolare. Un uomo non è mai solo un uomo ma è quell’uomo, con quel particolare volto, con quei tratti somatici, quella strana forma degli occhi, con quella cicatrice sulla fronte e quella macchia sotto al naso.

Le immagini si offrono per essere degli ottimi antidoti contro ogni generalizzazione dei concetti, contro la vaghezza delle idee, contro la lontananza di esperienze e fatti che possiamo dire ed ascoltare, ma da cui, in realtà, ci difendiamo e proteggiamo. Discorriamo tutti di povertà ma il volto di un ragazzo povero e malconcio accorcia quella distanza che inconsapevolmente poniamo, a mo’ di difesa, tra noi e lui; sappiamo tutti cosa sia la guerra e la violenza ma le immagini di persone coinvolte in questi drammi rendono tutto estremamente reale, fisico, quasi carnale.

Forse sta tutto qui la forza delle immagini e della fotografia: i libri talvolta spiegano fenomeni, le immagini raccontano delle storie singole, individuali, precise, storie da cui difficilmente puoi interporre la trincea dell’astrazione, il fossato del dubbio ed il muro dell’indifferenza.

È esattamente quello che sperimenti quando attraversi, con sguardo incuriosito e spesso turbato, le differenti mostre che compongono il festival della fotografia etica di Lodi. Certo ogni area ha un proprio tema, ma muovendosi tra i suoi pannelli espositivi, hai la netta percezione che non stai “affrontando un tema” bensì “incontrando delle persone”. Come quando, un esempio su tutti, ammiri gli scatti di Nicolò Filippo Rosso a palazzo Barni: il suo il reportage “Exodus” racconta lo straziante viaggio verso la terra promessa degli Stati Uniti d’America. Racconta l’autore: “Per quattro anni ho percorso le rotte migratorie documentando il viaggio di rifugiati e migranti dal Venezuela alla Colombia e dall’America Centrale al Messico e agli Stati Uniti. Raccontando le storie di bambini, adolescenti, donne incinte o che allattavano, provenienti da diversi paesi, ho avuto modo di vedere come le innumerevoli storie di perdita si fondessero in un’unica narrazione attraverso gli occhi dei migranti più vulnerabili: quelli che nascono, crescono e muoiono in movimento.” È grazie alle istantanee di Nicolò se quel vago (per noi europei) fenomeno della migrazione sudamericana, che trova spazio in qualche trafiletto in settima pagina, diviene la collezione di volti, di uomini e donne, di mamme e papà che stanno cercando di strappare i loro figlioletti dalla disperazione della fame. È grazie a quegli scatti che puoi sperimentare una vicinanza affettiva con quegli anonimi protagonisti, giacché comprendi che non vi è alcuna seria ragione per cui tu e loro vi troviate sui due lati opposti della fotografia: loro come vittima, tu come spettatore. Stessa carne, stesso capacità di patire, medesima amore per i figli, stessa voglia di futuro per te e la tua famiglia.

Penso sia proprio questo l’incontro che vivi attraversando le mostre del Festival: il mondo visto attraverso gli occhi dei perdenti, degli ultimi, degli sconfitti, di chi non guadagna titoli sui giornali o un posto nei notiziari. E quando, per uno singolare scherzo del destino magari ci finisce, diviene parte di un fenomeno più grande in cui la storia del singolo si dissolve come fa una goccia nel mare.

Forse è questa la battaglia che combatte una mostra come questa: quella di cambiare il mondo attraverso i tanti volti di coloro che restano indietro, di coloro che abitano le periferie fisiche e simboliche della vita, di quelli a cui la coscienza umana (se vuole continuare a chiamarsi tale) deve non solo rispetto ma pure giustizia.

Storia e Tempi

puntare il dito: ma contro chi?

Le cosa cambiano davvero in fretta: è un attimo passare dal cercare lo spacciatore in casa altrui e trovarselo in casa propria… è il lampo di un istante, un batter di ciglia, lo schioccare delle dita.

È sempre pericoloso esercitare una morale rigida e implacabile con gli altri essere umani, giacché la fragilità ed il fallimento appartengono alla nostra carne, senza distinzione di tessera di partito, di censo o di nazionalità.

La cosa che impari presto nella vita, se solo hai l’umiltà di starla ad ascoltare, è che la miseria sta ovunque: nei luoghi dei poteri e nei sacri palazzi come nei sucidi appartamenti di periferia; sta in coloro che battono le strade di notte o che vestono ricche vesti liturgiche in una chiesa. La miseria abita il nostro cuore come una tentazione sempre possibile e come una caduta sempre in agguato. Puntare il dito verso chi ha fallito è qualcosa da fare con parsimonia e moderazione giacché dall’altra parte del dito può capitare che, prima o poi, ci finisca tu.

La purezza, il rigore, l’algido candore non sono di questa terra, benché qualcuno spesso tenda ai dimenticarselo. Chiamatelo peccato originale o umana fragilità o finitudine esistenziale o gettatezza ontologica… comunque preferiate definirlo resta la consapevolezza che la nostra è una umanità ferita, mai pienamente realizzata, mai compuntamente perfetta.

Elevare un popolo, un gruppo, un partito, una chiesa, una squadra, una associazione o una qualunque comunità umana a luogo in cui sperimentare la purezza delle cose è qualcosa di pericoloso, potenzialmente distruttivo ed disumano. Si rischiano tragedia immense o, più prosaicamente, brutte figuracce.

Storia e Tempi

si va a scuola…

Si va a scuola per imparare, per conoscere cose nuove, per apprendere nuovi nozioni e nuovi concetti… è vero..  non va trascurato questo aspetto. C’è in giro molta ignoranza, molta incapacità di conoscere alcuni elementi basilari della nostra storia e della nostra cultura, un analfabetismo di ritorno che preoccupa e che alimenta una convivenza rozza, primitiva, spesso violenta. Qualcuno ha scritto che siamo come nani che camminano sulla spalle di giganti e imparare qualcosa da questi giganti certamente rende il nostro viaggio meno approssimativo, inconsapevole, e in fondo, meno confuso. Ho imparato, con l’età, a non trascurare questa dimensione “nozionistica” della conoscenza: per imparare ad usare criticamente un cacciavite, serve anzitutto possederlo e saperlo prendere in mano. Così come per esprimere la propria creatività artistica e pittorica occorre conoscere almeno come impugnare un pennello, come mescolare i colori, come stenderli sulla tela. Fuori di metafora: c’è un sapere necessario (anche a rischio di nozionismo) che è bene possedere e che rappresenta un importante prerequisito per ogni ulteriore conoscenza.

Si va a scuola per acquisire delle competenze, delle capacità, delle abilità: saper leggere un testo, comprendere un articolo di giornale, possedere delle nozioni basilari della scienze e della tecnica. Le discussioni attorno al vaccino hanno mostrato quanta ignoranza scientifica ci sia in circolazione e come un po’ di sapere scientifico ci permetterebbe di affrontare la vita un po’ più attrezzati. La conoscenza ha sempre una dimensione pratica, un’esigenza di applicazione di quanto appreso nelle cose concrete della vita. Un sapere che non diventi prassi, che non si traduca in azioni, gesti, movimenti, comportamenti ed atteggiamenti rischia di restare astratto, e, a ben vedere, irrilevante. In questo senso si va a scuola anche per trovare un lavoro, per maturare una professionalità, per acquisire competenze che permettano di apprendere un lavoro e così partecipare alla costruzione della società e del mondo.

Eppure imparare cose nuove e maturare delle competenze, per quanto obiettivi essenziali, mi pare non esprimano ancora il cuore del motivo per cui mandiamo i nostri figli a scuola. Forse si va a scuola non solo per conoscere cose ma per conoscere se stessi. Forse si va a scuola non solo per trovare un lavoro ma per ritrovare se stessi. È la parte più genuinamente umanistica del nostro sapere e, diciamocelo, quello in cui la scuola italiana ha qualche carta in più da giocare.

Si va a scuola per diventare pienamente uomini, per comprendere meglio se stessi, per essere in grado di interpretare la storia, gli eventi, i fatti. Si va a scuola per maturare uno spirito critico, per guadagnare quei piccoli o grandi mattoncini con cui costruire la propria esistenza. Si va a scuola per essere capaci di meraviglia quando si ammira un tramonto o per trovare le parole per raccontare il primo bacio che abbiamo ricevuto. Si va a scuola per dare un nome a quello che sentiamo, per trovare ragioni ai nostri pensieri, per capire meglio chi siamo e chi stiamo diventando.

Non si va a scuola per avere o per possedere. Si va a scuola per essere. Più sapienti, più veri, più umani.

Storia e Tempi

Roberto, il tempo, l’amore

Ecco, se proprio dovessi esprimere un desiderio, mi piacerebbe poter provare intensamente quelle straordinarie parole che Benigni ha rivolto alla compagna alla premiazione del Leone d’oro alla carriera, durante la cerimonia inaugurale della 78esima Mostra del Cinema di Venezia.

Dico “provare”, perché “dire” sarebbe davvero troppo: raggiungere la sua capacità espressiva, il trasporto e la convinzione che mette nelle parole è qualcosa di unico ed irraggiungibile

Ma accontenterei di sentire, provare sulla pelle quel movimento radicale e profondo che ti conduce a riconoscere nella persona amata il senso profondo dell’esistenza, l’orizzonte di significato della vita e l’apice della gioia

Che bello sarebbe possedere quella divina consapevolezza che l’amore sa donare una diversa misura del tempo e la capacità di attraversare i giorni con un passo radicalmente “altro”: “Abbiamo fatto tutto insieme per 40 anni. Io conosco solo una maniera per misurare il tempo: con te o senza di te.” Che bello sarebbe sperimentare la convinzione che si vive per l’altro, sia perché l’altro è esattamente ciò che ci tiene in vita, sia perché esso è la meta a cui tende la nostra vita.

Mi convinco sempre di più che amare non sia nulla di “naturale” o automatico. Non si ama solo per il fatto che si vive. Si ama con un atto umano, pienamente libero ed esigente. Esso è una conquista, un dono, una ascesi da compiersi giorno dopo giorno, atto dopo atto, passo dopo passo.

Tanta gente sta insieme, tanta gente fa sesso, tanta gente condivide la casa e fa figli insieme ma quanti davvero si amano? Quanti percepiscono questo radicale appartenersi, in nome del quale non sono più io, non sei più tu, ma siamo una carne sola? Quanti arrivano a scalare queste vette sublimi degli affetti, a respirare l’area rarefatta che si respira in quota e a provare quel senso di vertigine che genera lo stare così in alto?

Trovo che sia bello che ogni tanto qualcuno ci inviti ad alzare lo sguardo e a riconoscere la grandezza della nostra vocazione umana. Ci servono testimoni capaci di indicare una ulteriorità che si dispiega sopra le mediocrità della vita.

Non posso nemmeno dedicarti questo premio perché è tuo, ti appartiene. Ce lo possiamo dividere: io prendo la coda, il resto è tuo. Le ali, soprattutto, perché se qualcosa ha preso il volo è grazie a te.”

Grazie Roberto!

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il verbo amare

Verrebbe da chiedersi: ma chi te lo ha fatto fare? Parlo di Enzo Gallo, giovane papà adottivo, morto dopo aver contratto il COVID mentre era in India ad incontrare sua figlia.

Chi te lo ha fatto fare di partire in un periodo di pandemia e, per di più, verso uno stato che non brilla per avere un sistema sanitario efficiente.. Non si poteva aspettare? Non si potevano attendere tempi migliori? Non c’è stata un po’ di imprudenza nel fare quel viaggio così pericoloso?

Domande più che lecite e risposte scontare se non ci fosse di mezzo quella dannata cosa che si chiama amore. Perché vedete, quando sai che tuo figlio ti aspetta dall’altra parte del mondo e sai che ti aspetta da una vita, così come tu attendi lui da una vita, ebbene, quando un pezzo di te vive a qualche migliaio di chilometri di distanza è difficile essere cauti e prudenti.

Ne sanno qualcosa i genitori, tutti i genitori: quando tuo figlio sta male, non conti le ore di sonno che perdi al suo capezzale, pensando che domani sarà una giornata lavorativa; o quando è fuori a cena non lesini le volte che pensi a lui, preoccupandoti se starà bene oppure no, anche se alla tv danno la tua serie preferita; o quando ha un esame scolastico l’ansia scorre abbondante anche se sai benissimo che non serve a nulla angustiarsi.

L’amore è così: teneramente illogico, radicalmente irragionevole, spaventosamente dissennato. L’amore non conta, non valuta la conseguenze, non considera i rischi, non calcola le probabilità di successo. L’amore, quando è vero, parte, afferra, si butta, vola, si getta a capo fitto, senza pensarci due volte, senza ponderare pro e contro, senza stimare i benefici o le perdite.

C’è molta pazzia nell’amore? Si molta, tantissima, forse troppa… Eppure l’unica misura dell’amore sta nel non avere misura; ogni suo possibile limite si dispiega nella sua sconfinata gratuità ed eccedenza. Non c’è logica, non c’è calcolo, non c’è misura: si ama, punto. Senza se e senza ma, senza condizioni o limiti, senza vincoli o confini.

Il verbo amare non possiede rafforzativi o forme intensive, non conosce il condizionale o l’esortativo. Il verbo amare è un verbo strano, che si coniuga all’infinito come sua condizione minima di esistenza.

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La sindaca Ni-Vax

Quando si dice la forza della diplomazia e dell’equilibrio politico… La sindaca di Roma Raggi, parlando della campagna vaccinale, ha da poco dichiarato: “Non mi sento di dire se sono favorevole o contraria”. Che dire? Un esempio di equilibrismo politico-istituzionale. Per non scontentare i duri e irriducibili No-Vax del MS5 e per non impallidire di fronte alla realtà dei fatti, sceglie questa posizione “pilatesca”, di “terzietà vaccinale”, in nome della quale ciascuno faccia quello che vuole, tanto entrambe le posizioni sono ragionevoli ed accettabili.

Ora: comprendo la difficoltà della sindaca che, a pochi mesi dalle elezioni, non vuole disperdere quel piccolo patrimonio di voti che le è rimasto (decisamente lontana dal boom elettorale dell’ultima tornata) ma ogni tanto occorrerebbe anche guardarsi allo specchio e fare un’opera di serietà personale e politica. Che significa “non sono né favorevole né contraria?” Non è che ci si può sempre tirare fuori dalle questioni scegliendo la comoda posizione di neutralità. Ci sono momenti (e questo è uno di quello) in cui, come direbbero gli antichi “terzium non datur”: o si sta da una parte o dall’altra. Posizioni intermedie non sono previste. Non schierarsi convintamente a favore della vaccinazione significa, di fatto, alimentare quell’ambiguità tutta italica che strizza l’occhiolino a chi vede scie chimiche, complotti pluto-sio-massonici e che confonde, con imperdonabile ignoranza, la stella di Davide cucita sui vestiti degli Ebrei con il green pass.

Qualche anno, riferendomi ad un altro politico nostrano, prendevo a prestito le parole del Manzoni che, parlando di don Abbondio, chiosava  “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. Ahimè è davvero così: non ci si inventa leader politici né si diviene punti di riferimento per una comunità grazie ad una semplice ovazione popolare. La vita prima o poi presenta il conto e puoi anche aver ricevuto molti like ma il “physique du rôle” non te lo inventi dalla sera alla mattina.