Storia e Tempi

puntare il dito: ma contro chi?

Le cosa cambiano davvero in fretta: è un attimo passare dal cercare lo spacciatore in casa altrui e trovarselo in casa propria… è il lampo di un istante, un batter di ciglia, lo schioccare delle dita.

È sempre pericoloso esercitare una morale rigida e implacabile con gli altri essere umani, giacché la fragilità ed il fallimento appartengono alla nostra carne, senza distinzione di tessera di partito, di censo o di nazionalità.

La cosa che impari presto nella vita, se solo hai l’umiltà di starla ad ascoltare, è che la miseria sta ovunque: nei luoghi dei poteri e nei sacri palazzi come nei sucidi appartamenti di periferia; sta in coloro che battono le strade di notte o che vestono ricche vesti liturgiche in una chiesa. La miseria abita il nostro cuore come una tentazione sempre possibile e come una caduta sempre in agguato. Puntare il dito verso chi ha fallito è qualcosa da fare con parsimonia e moderazione giacché dall’altra parte del dito può capitare che, prima o poi, ci finisca tu.

La purezza, il rigore, l’algido candore non sono di questa terra, benché qualcuno spesso tenda ai dimenticarselo. Chiamatelo peccato originale o umana fragilità o finitudine esistenziale o gettatezza ontologica… comunque preferiate definirlo resta la consapevolezza che la nostra è una umanità ferita, mai pienamente realizzata, mai compuntamente perfetta.

Elevare un popolo, un gruppo, un partito, una chiesa, una squadra, una associazione o una qualunque comunità umana a luogo in cui sperimentare la purezza delle cose è qualcosa di pericoloso, potenzialmente distruttivo ed disumano. Si rischiano tragedia immense o, più prosaicamente, brutte figuracce.

Storia e Tempi

si va a scuola…

Si va a scuola per imparare, per conoscere cose nuove, per apprendere nuovi nozioni e nuovi concetti… è vero..  non va trascurato questo aspetto. C’è in giro molta ignoranza, molta incapacità di conoscere alcuni elementi basilari della nostra storia e della nostra cultura, un analfabetismo di ritorno che preoccupa e che alimenta una convivenza rozza, primitiva, spesso violenta. Qualcuno ha scritto che siamo come nani che camminano sulla spalle di giganti e imparare qualcosa da questi giganti certamente rende il nostro viaggio meno approssimativo, inconsapevole, e in fondo, meno confuso. Ho imparato, con l’età, a non trascurare questa dimensione “nozionistica” della conoscenza: per imparare ad usare criticamente un cacciavite, serve anzitutto possederlo e saperlo prendere in mano. Così come per esprimere la propria creatività artistica e pittorica occorre conoscere almeno come impugnare un pennello, come mescolare i colori, come stenderli sulla tela. Fuori di metafora: c’è un sapere necessario (anche a rischio di nozionismo) che è bene possedere e che rappresenta un importante prerequisito per ogni ulteriore conoscenza.

Si va a scuola per acquisire delle competenze, delle capacità, delle abilità: saper leggere un testo, comprendere un articolo di giornale, possedere delle nozioni basilari della scienze e della tecnica. Le discussioni attorno al vaccino hanno mostrato quanta ignoranza scientifica ci sia in circolazione e come un po’ di sapere scientifico ci permetterebbe di affrontare la vita un po’ più attrezzati. La conoscenza ha sempre una dimensione pratica, un’esigenza di applicazione di quanto appreso nelle cose concrete della vita. Un sapere che non diventi prassi, che non si traduca in azioni, gesti, movimenti, comportamenti ed atteggiamenti rischia di restare astratto, e, a ben vedere, irrilevante. In questo senso si va a scuola anche per trovare un lavoro, per maturare una professionalità, per acquisire competenze che permettano di apprendere un lavoro e così partecipare alla costruzione della società e del mondo.

Eppure imparare cose nuove e maturare delle competenze, per quanto obiettivi essenziali, mi pare non esprimano ancora il cuore del motivo per cui mandiamo i nostri figli a scuola. Forse si va a scuola non solo per conoscere cose ma per conoscere se stessi. Forse si va a scuola non solo per trovare un lavoro ma per ritrovare se stessi. È la parte più genuinamente umanistica del nostro sapere e, diciamocelo, quello in cui la scuola italiana ha qualche carta in più da giocare.

Si va a scuola per diventare pienamente uomini, per comprendere meglio se stessi, per essere in grado di interpretare la storia, gli eventi, i fatti. Si va a scuola per maturare uno spirito critico, per guadagnare quei piccoli o grandi mattoncini con cui costruire la propria esistenza. Si va a scuola per essere capaci di meraviglia quando si ammira un tramonto o per trovare le parole per raccontare il primo bacio che abbiamo ricevuto. Si va a scuola per dare un nome a quello che sentiamo, per trovare ragioni ai nostri pensieri, per capire meglio chi siamo e chi stiamo diventando.

Non si va a scuola per avere o per possedere. Si va a scuola per essere. Più sapienti, più veri, più umani.

Storia e Tempi

Roberto, il tempo, l’amore

Ecco, se proprio dovessi esprimere un desiderio, mi piacerebbe poter provare intensamente quelle straordinarie parole che Benigni ha rivolto alla compagna alla premiazione del Leone d’oro alla carriera, durante la cerimonia inaugurale della 78esima Mostra del Cinema di Venezia.

Dico “provare”, perché “dire” sarebbe davvero troppo: raggiungere la sua capacità espressiva, il trasporto e la convinzione che mette nelle parole è qualcosa di unico ed irraggiungibile

Ma accontenterei di sentire, provare sulla pelle quel movimento radicale e profondo che ti conduce a riconoscere nella persona amata il senso profondo dell’esistenza, l’orizzonte di significato della vita e l’apice della gioia

Che bello sarebbe possedere quella divina consapevolezza che l’amore sa donare una diversa misura del tempo e la capacità di attraversare i giorni con un passo radicalmente “altro”: “Abbiamo fatto tutto insieme per 40 anni. Io conosco solo una maniera per misurare il tempo: con te o senza di te.” Che bello sarebbe sperimentare la convinzione che si vive per l’altro, sia perché l’altro è esattamente ciò che ci tiene in vita, sia perché esso è la meta a cui tende la nostra vita.

Mi convinco sempre di più che amare non sia nulla di “naturale” o automatico. Non si ama solo per il fatto che si vive. Si ama con un atto umano, pienamente libero ed esigente. Esso è una conquista, un dono, una ascesi da compiersi giorno dopo giorno, atto dopo atto, passo dopo passo.

Tanta gente sta insieme, tanta gente fa sesso, tanta gente condivide la casa e fa figli insieme ma quanti davvero si amano? Quanti percepiscono questo radicale appartenersi, in nome del quale non sono più io, non sei più tu, ma siamo una carne sola? Quanti arrivano a scalare queste vette sublimi degli affetti, a respirare l’area rarefatta che si respira in quota e a provare quel senso di vertigine che genera lo stare così in alto?

Trovo che sia bello che ogni tanto qualcuno ci inviti ad alzare lo sguardo e a riconoscere la grandezza della nostra vocazione umana. Ci servono testimoni capaci di indicare una ulteriorità che si dispiega sopra le mediocrità della vita.

Non posso nemmeno dedicarti questo premio perché è tuo, ti appartiene. Ce lo possiamo dividere: io prendo la coda, il resto è tuo. Le ali, soprattutto, perché se qualcosa ha preso il volo è grazie a te.”

Grazie Roberto!

Storia e Tempi

il verbo amare

Verrebbe da chiedersi: ma chi te lo ha fatto fare? Parlo di Enzo Gallo, giovane papà adottivo, morto dopo aver contratto il COVID mentre era in India ad incontrare sua figlia.

Chi te lo ha fatto fare di partire in un periodo di pandemia e, per di più, verso uno stato che non brilla per avere un sistema sanitario efficiente.. Non si poteva aspettare? Non si potevano attendere tempi migliori? Non c’è stata un po’ di imprudenza nel fare quel viaggio così pericoloso?

Domande più che lecite e risposte scontare se non ci fosse di mezzo quella dannata cosa che si chiama amore. Perché vedete, quando sai che tuo figlio ti aspetta dall’altra parte del mondo e sai che ti aspetta da una vita, così come tu attendi lui da una vita, ebbene, quando un pezzo di te vive a qualche migliaio di chilometri di distanza è difficile essere cauti e prudenti.

Ne sanno qualcosa i genitori, tutti i genitori: quando tuo figlio sta male, non conti le ore di sonno che perdi al suo capezzale, pensando che domani sarà una giornata lavorativa; o quando è fuori a cena non lesini le volte che pensi a lui, preoccupandoti se starà bene oppure no, anche se alla tv danno la tua serie preferita; o quando ha un esame scolastico l’ansia scorre abbondante anche se sai benissimo che non serve a nulla angustiarsi.

L’amore è così: teneramente illogico, radicalmente irragionevole, spaventosamente dissennato. L’amore non conta, non valuta la conseguenze, non considera i rischi, non calcola le probabilità di successo. L’amore, quando è vero, parte, afferra, si butta, vola, si getta a capo fitto, senza pensarci due volte, senza ponderare pro e contro, senza stimare i benefici o le perdite.

C’è molta pazzia nell’amore? Si molta, tantissima, forse troppa… Eppure l’unica misura dell’amore sta nel non avere misura; ogni suo possibile limite si dispiega nella sua sconfinata gratuità ed eccedenza. Non c’è logica, non c’è calcolo, non c’è misura: si ama, punto. Senza se e senza ma, senza condizioni o limiti, senza vincoli o confini.

Il verbo amare non possiede rafforzativi o forme intensive, non conosce il condizionale o l’esortativo. Il verbo amare è un verbo strano, che si coniuga all’infinito come sua condizione minima di esistenza.

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La sindaca Ni-Vax

Quando si dice la forza della diplomazia e dell’equilibrio politico… La sindaca di Roma Raggi, parlando della campagna vaccinale, ha da poco dichiarato: “Non mi sento di dire se sono favorevole o contraria”. Che dire? Un esempio di equilibrismo politico-istituzionale. Per non scontentare i duri e irriducibili No-Vax del MS5 e per non impallidire di fronte alla realtà dei fatti, sceglie questa posizione “pilatesca”, di “terzietà vaccinale”, in nome della quale ciascuno faccia quello che vuole, tanto entrambe le posizioni sono ragionevoli ed accettabili.

Ora: comprendo la difficoltà della sindaca che, a pochi mesi dalle elezioni, non vuole disperdere quel piccolo patrimonio di voti che le è rimasto (decisamente lontana dal boom elettorale dell’ultima tornata) ma ogni tanto occorrerebbe anche guardarsi allo specchio e fare un’opera di serietà personale e politica. Che significa “non sono né favorevole né contraria?” Non è che ci si può sempre tirare fuori dalle questioni scegliendo la comoda posizione di neutralità. Ci sono momenti (e questo è uno di quello) in cui, come direbbero gli antichi “terzium non datur”: o si sta da una parte o dall’altra. Posizioni intermedie non sono previste. Non schierarsi convintamente a favore della vaccinazione significa, di fatto, alimentare quell’ambiguità tutta italica che strizza l’occhiolino a chi vede scie chimiche, complotti pluto-sio-massonici e che confonde, con imperdonabile ignoranza, la stella di Davide cucita sui vestiti degli Ebrei con il green pass.

Qualche anno, riferendomi ad un altro politico nostrano, prendevo a prestito le parole del Manzoni che, parlando di don Abbondio, chiosava  “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare”. Ahimè è davvero così: non ci si inventa leader politici né si diviene punti di riferimento per una comunità grazie ad una semplice ovazione popolare. La vita prima o poi presenta il conto e puoi anche aver ricevuto molti like ma il “physique du rôle” non te lo inventi dalla sera alla mattina.

Storia e Tempi

curiose inversioni

Chi limita oggi la nostra libertà è il virus non gli strumenti e le regole per sconfiggerlo”. Sembrerà una banalità la frase di Mattarella ma evidentemente il presidente ha sentito il bisogno di ribadirla alla luce dei “movimenti” degli ultimi giorni.

Curiosa inversione tra mezzi e fini. L’illusione di credere che sia colpa del medico la malattia e che sia la terapia la causa del malessere e non il morbo che ha aggredito il corpo.

Non è così strano se ci pensate bene: accade spesso con i bambini. La confusione tra causa e conseguenze è piuttosto comune in giovane età, sicché è frequente colpevolizzare chi previene dal rischio rispetto alla minaccia del rischio stesso. Un po’ come illudersi che sia la chemioterapia il motivo del male invece che il tumore che ammorba il corpo.

Eppure stupisce che un tale consapevolezza nasca da gente adulta e matura (sic!) che dovrebbe essere in grado di riconoscere le cause di questa situazione pandemica. C’è sempre sotto la medesima (subdola) ragione: la fatica a fare i conti con la cruda durezza della realtà con l’inevitabile tentazione di trovare qualche colpevole su cui riversare le colpe.

È decisamente più rassicurante pensare che sia colpa del lockdown o delle misure di contenimento del virus se non possiamo fare tutto quello che vorremmo. E che sia il green pass la causa della limitazione delle nostre libertà personali e collettive. Il governo, il CTS, i medici ed i politici sono sicuramente persone assai più identificabili e accusabili rispetto ad un microscopico virus che circola nel droplet della respirazione. Più facile scaricare rabbia e frustrazione su qualcuno di ben visibile, rispetto ad accettare la frustrazione di una situazione che, ahimè, nessuno di noi può pienamente controllare ed indirizzare. Così come è più rassicurante pensare che sia tutta una invenzione, che ci sia un grande complotto di Big-Pharma, che sia tutto un “magna-magna”: questa visione strabica ci assolve dalla fatica di guardare in faccia il nemico misterioso difficile da combattere.

La creazione complottista e un po’ paranoica del nemico immaginario è tipica di chi fatica a misurarsi con la realtà delle cose e preferisce trastullarsi in un universo immaginario e un po’ autistico.

Storia e Tempi

“sono per la libertà…”

Confesso che, in tutta onestà, fatico a capire le ragioni di coloro che rifiutano la vaccinazione, i cosiddetti No-VAX. Comprendo benissimo la paura e la preoccupazione per i possibili effetti collettarli di un farmaco che ha avuto poco tempo per la sperimentazione e che, anche quando  sarà ampiamente testato, lascerà qualche residuo effetto collaterale. Capisco il sospetto e l’apprensione. Ma fatico a seguire i tentativi di argomentazione e giustificazione di queste paure.

Ecco: quando si passa dal timore all’argomentazione razionale, beh, lì non li seguo più. Certe paranoie complottiste, certe diffidenze antiscientifiche e soprattutto il rifiuto di aprire gli occhio sulla realtà con i suoi 130.000 morti e i moltissimi malati ed ospedalizzati, ebbene tutto questo lo trovo qualcosa al limite della stupidità e dell’ottusità. Gli eventuali dubbi iniziali dovrebbero essere stati ampiamente confutati da come stanno andando le cose: non sono fatti “opinabili” la riduzione dei malati, la ridotta incidenza sui ricoveri e il calo della morbosità del virus. Sono cose sotto gli occhi di tutti, per chi non li vuole chiudere.

Ma se fatico a capire certi pruriti antiscientifici, capisco ancora meno il comportamento irresponsabile ed eticamente discutibile di una certa classe dirigente nostrana, che, ancora una volta, non perde l’occasione per capitalizzare in termini di consenso, i mal di pancia che inquietano il popolo italiano.

Prendete l’ultimo tweet del Capitano, nel quale, in maniera un po’ velata, lasciava intendere della sua avvenuta vaccinazione. Ci siamo abituati a vedere Salvini mentre mangia, quando fa colazione, quando fa acquisti, mentre balla o è in spiaggia, persino in camera da letto, insomma in ogni possibile occasione e circostanza. Penso che non sarebbe stato una violazione della privacy mettere una foto più esplicita della vaccinazione: che ne so, un cerotto sul braccio come abbiamo fatto un po’ tutti..  Invece no: la comunicazione resta ambigua, parziale, sempre sottotraccia, quasi a non lasciarsi compromettere o coinvolgere,… si preferisce qualcosa per continuare a tenere un ruolo istituzionale, quando serve, e a lisciare il pelo ai No-Vax, quando risulta più comodo.  Per non parlare poi della dichiarazione fatta alla stampa: «Non sono pro o no-Vax, sono per la libertà». Capite l’assurdità? Suona un po’ come dire: “io non sono pro o contro il codice della strada, sono per la libertà di circolazione”. Ma che idea di libertà ha in mente il Capitano? Voi lo capite?

Ci ricorda De Siervo, ex presidente della Corte costituzionale: “Mi muovo sul piano di ciò che è scritto nella Costituzione. Un articolo assolutamente essenziale, l’articolo 2, dice che la nostra convivenza è fondata sui “diritti inviolabili dell’uomo” ma anche  sui “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Tutto qui”. Essere un cittadino consapevole significa esercitare i propri diritti costituzionalmente sanciti ma anche onorare i propri doveri verso la comunità in cui si vive. Se si dimentica questo, essere per la libertà significa solamente essere per il libero arbitrio, che trasformerebbe il nostro paese in un far-west. Non serve essere un costituzionalista per capirlo.

Sarò un po’ ingenuo ma mi irrita la palese e sfacciata irresponsabilità di chi dovrebbe esercitare alte funzioni istituzionali, politiche e sociali. A loro sarebbe chiesto un “di più” che fatico a riconoscere nelle loro parole e azioni.

Del resto – chiosa ancora De Siervo  – siamo il paese dell’elusione fiscale a cui ora si aggiunge, con compiacenza di certa politica, l’elusione vaccinale.”

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Bum ha i piedi bruciati

Bum è un piccolo peluche marrone, uno scimpanzè dai piedi bruciati. Bum è quel piccolo filo rosso che lega il racconto dell’attore protagonista con la vicenda personale e civile di Giovanni Falcone. L’interrogativo sul perché Bum abbia i piedi bruciati accompagna lo spettatore attraverso la narrazione intensa e convincente di Dario Leone, autore e interprete di “Bum ha i piedi bruciati”, monologo teatrale, ultima fatica dell’attore lodigiano, sulla vita e l’opera del magistrato siciliano ucciso dalla mafia.

Dario Leone conduce lo spettatore in un viaggio affascinante, a tratti commuovente, in altri rabbioso, attraverso gli eventi, gli incontri, i successi e le sconfitte di Giovanni Falcone e del pool di magistrati che con lui si sono resi protagonisti di uno dei momenti apicali delle lotta alla criminalità organizzata nel nostro Paese.

L’autore offre un squarcio realistico e affidabile di quei giorni, quasi una asciutta indagine giornalistica capace di mettere in evidenza il contesto siciliano del tempo, la rete di connivenza che garantiva vigore ed influenza alla rete malavitosa, così come l’innovativo approccio investigativo e di contrasto alle mafie “inventato” dal magistrato siciliano.

Il racconto “nudo” dei fatti è accompagnato, o forse sarebbe meglio dire animato, da continue incursioni nella vita privata e personale di Falcone: la sua gioventù, gli affetti, le passioni giovanili, le amicizie, l’amore per il mare e per la sua terra, le delusioni e l’isolamento di cui è stato vittima. Le parole appassionate e potenti di Leone restituiscono un Giovanni a tutto tondo: uomo, marito, magistrato, amico, uomo delle istituzioni e servitore dello Stato, cercatore di giustizia e investigatore fine ed acuto.

Dario sa coinvolgere lo spettatore in una densa maratona di parole, gesti, musiche ed immagini, in uno spettacolo che, sebbene recitato da un solo attore, non perde efficacia e trasporto. La scenografia essenziale, le immagini e le musiche proiettate sui pannelli,  i gesti misurati ma sapientemente ricercati e studiati, gli inserimenti di musiche e video sanno rendere il clima di quegli anni, tra Totò Schillaci e Maradona, il pool antimafia ed il maxi-processo alla cupola mafiosa.

C’è un filo che cuce insieme questo intenso spettacolo: la passione civile, l’impegno generoso, il desiderio di giustizia ed il sentimento viscerale per il bene comune, che emergono dalla vicenda personale e civile di Giovanni Falcone e dalla parole intense di Dario Leone. Dario sa testimoniare un amore per la giustizia, un senso dell’etica comune, una responsabilità per le vittime della storia che trovano il loro punto sorgivo nella vicenda di Giovanni Falcone ma che l’attore fa proprio, come creando una eco fedele e veritiera, convinta e assolutamente personale.

C’è un coraggio civico che anima questa piece teatrale, il gusto della lotta, della denuncia, l’ardire di non voltare lo sguardo altrove ma di guardare in faccia la crudeltà della vita, le sacche di ingiustizia e violenza che ancora la abitano ed il coraggio di alcuni eroi laici che, ancora oggi, dopo molti anni dal loro assassinio, sanno interrogare le coscienze e smuovere gli animi.

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ddl Zan

Il “genio femminile” non lo si ritrova solo nei gesti concreti e quotidiani delle donne ma ne riconosci la presenza anche nei pensieri e nelle parole profonde che esse sanno pronunciare, andando al di là dell’ovvio e offrendo un punto di vista non solo originale ma decisamente suggestivo.

Ritrovo questa particolare sensibilità nella dichiarazione che l’associazione delle teologhe italiane ha voluto rendere pubblico in occasione del dibattito attorno al ddl Zan, di cui tutti abbiamo più o meno letto. Ho apprezzato questo comunicato perché, con singolare equilibrio, è capace di guardare in faccia alla realtà, riconoscendo le luci e le ombre del testo in discussione al Senato.

Da un lato le teologhe italiane evidenziano immediatamente il bene che è in gioco, stabilendo le necessarie priorità etiche e politiche:   

“Tuttavia è scaduto il tempo per gli indugi: sono assolutamente insopportabili e inaccettabili le cattiverie, le chiusure, gli insulti che feriscono le sorelle e i fratelli omosessuali o che affrontano difficili e delicati percorsi psicologici e sanitari per sintonizzarsi con sé stessi e con la loro esperienza intima. È ora di scegliere da che parte stare. Non dalla parte di chi giudica senza capire, non dalla parte di chi vuole controllare la grazia di Dio, non dalla parte di chi teme che le differenze possano corrompere il bene, non dalla parte di una cultura che misura l’amore senza mai riferirsi alla disponibilità di dare la vita per coloro a cui vogliamo bene.

I dibattiti a cui abbiamo assistito finora sembrano schiacciati da una concezione misera di pluralità e da una cultura affettiva senza differenze, finendo per mancare l’essenziale: si tratta di nominare come fuori legge tutto ciò che offende, discrimina, emargina e violenta le storie d’amore impreviste, così come abbiamo imparato a condannare tutto ciò che denigra e umilia le persone disabili o le donne (almeno sulla carta).”

Questa pressa di posizione netta e “senza se e senza ma” affinchè la legge venga votata, non impedisce tuttavia alle studiose di sottolineare anche i tratti di problematicità che attraversano il testo :

“Una volta espressa questa nostra chiara posizione di fondo, ci permettiamo anche di muovere alcune critiche al linguaggio che la proposta di legge ha assunto: è un linguaggio problematico per come usa le categorie di sesso e di genere e per l’antropologia sottesa al testo, che tende a separare, anziché a distinguere, il piano dell’esperienza corporea sessuata da quella più propriamente interpretativa. È come se non si riuscisse a cogliere che l’esperienza corporea è già fin dall’inizio psichica e che l’esperienza interpretativa, personale e sociale insieme, è fin dall’inizio in qualche modo radicata nei corpi. Dovremmo sapere – le donne solitamente lo sanno – che la differenza sessuale è il segno della finitezza di ogni vita che viene al mondo, e che questa differenza è al contempo biologica, psichica, simbolica e sociale e che con tutti questi tratti essa si fa storia. Invece ancora non lo abbiamo capito. È dunque questo lavoro ermeneutico a essere urgente e dovremmo iniziare a farlo nelle scuole, nelle nostre catechesi, nelle nostre famiglie. L’omotransfobia si evita così, con un’educazione alle differenze.”

La teoria del genere – mi permetto qui io di ridire – oltre che ancora oggetto di studio e di riflessione non unanimemente accettati, si mostra poco capace di restituire una visione ricca e unitiva della persona umana: se è vero che l’identità di genere non di risolve nel puro dato biologico o genitale, è altrettanto vero che, come ricordano le teologhe, esso si origina in una esperienza corporea che la teoria del genere tende troppo sbrigativamente a bypassare. La pretesa di sancire in una legge un concetto che richiede ancora approfondimento e studio, rischia di essere un gesto non solo forzato ma anche un po’ ideologico.   

Storia e Tempi

post o iper-moderni?

Siamo post-moderni o, in realtà, iper-moderni? Se lo chiede Gilles Lipovetsky, contraddicendo la “vulgata” comune che ci vorrebbe tutti immersi in un tempo di post-modernità. Dobbiamo la definizione di post-modernità, ormai entrata nella cultura ufficiale, a Lyotard, che voleva indicare, con questo prefisso “post”, la fine della modernità nata dal solco del rinascimento e cresciuta con la rivoluzione francese, la rivoluzione industriale e l’affermarsi della ragione scientifica e tecnologica. È la modernità che emerge dal riconoscimento che “l’uomo è misura di tutte le cose”, prendendo a prestito una nota sentenza di Protagora, un uomo che con la sua ragione e l’uso della tecnica diviene artefice del proprio destino, capace di modificare e controllare quella natura, che, come un pezzo di argilla, si mostra obbediente alle sua mani.

Mercato, individualismo e tecnica sono i tre ingredienti essenziali che Lipovetsky identifica come costituitivi della modernità e che egli riconosce come determinanti anche dei nostri giorni. Secondo il pensiero del filosofo francese, non saremmo in un tempo post-moderno bensì iper-moderno: la recente pandemia non avrebbe fatto altro che amplificare ed accelerare questo percorso verso quelle mete che la modernità da sempre indica e che ora divengono sempre più promettenti.

Se da una parte la post-modernità segnerebbe la fine del soggetto moderno e con esso la crisi delle grandi narrazioni capaci di incorniciare la sua esistenza in un orizzonte di senso, la iper-modernità sarebbe l’enfatizzazione dei suoi tratti specifici, che, come anticipato,  Lipovetsky riconosce nell’assunzione del mercato come unico paradigma economico, nell’individualismo esasperato come criterio orientativo dell’agire e la ragione tecnologica quale unica prospettiva salvifica per l’umanità.

Il punto sta tutto qui: se la modernità con la sua ragione solida ed affidabile sia ancora un criterio interpretativo valido per la nostra esistenza personale e comunitaria, o se la fluidità che deriva dal sentirsi senza più riferimenti, sia la vera chiave di volta della nostra vita.