Storia e Tempi

il cielo di Helsinki

Sono stato ad Helsinki diverse volte nel corso degli ultimi anni, essenzialmente per motivi di lavoro. E ci sono stato in diversi periodi dell’anno, di fatto sperimentando un po’ tutte le stagioni e le diverse condizioni climatiche. Eppure devo confessare, di ritorno dalla mia ultima puntatina nella capitale finlandese, che in questi giorni Helsinki ti toglie davvero il fiato, lasciandoti senza parole.

L’avvicinarsi del solstizio d’estate e la festa di midsummer rendono questo periodo dell’anno particolarmente speciale per una terra ed un popolo abituati ad un rapporto assai particolare e conflittuale con la luce. Dopo mesi di buio quasi completo, il ritorno della luce e della bella stagione vengono qui celebrati con una enfasi che è sconosciuta a noi popoli mediterranei.

È sufficiente guardare il cielo ieri sera per comprenderne immediatamente il motivo: il cielo è di un azzurro intenso e terso, solcato solo da qualche nuvola passeggera; la luce, specialmente al tramonto,  è intensa, pungente, bella tanto da essere accecante e si deposita sulle cose come accarezzandole, facendole vibrare e rivestendole di una vitalità eccezionale per questa latitudine.

È uno spettacolo che difficilmente si può rendere con le parole. Vi è una bellezza delicata, ma intensa, potente, che ha che fare con l’esperienza del sublime. È una bellezza che ti entra dentro, che dilata i pori della pelle e che fa respirare il cuore.

Che cosa straordinaria è la bellezza! Dovremmo nutrircene tutti più frequentemente, come un cibo necessario per l’anima. La bellezza è una carezza leggera, un boccone gustoso, una boccata di aria fresca che rigenera i polmoni.

Osservare il cielo di Helsinki, in queste giornate di midsummer, lascia un particolare retrogusto in bocca ed una singolare sensazione nell’anima. Avverti un invito alla pace, alla contemplazione, a rallentare il ritmo e ad aprire gli occhi, per lasciarti trafiggere da questa luce che tutto avvolge e tutto abbraccia.

Dà pace il cielo di Helsinki, forse perché ci costringe ad alzare gli occhi e a guardare in alto, lasciando che l’azzurro del cielo inondi la nostra anima.

Storia e Tempi

dolore e pudore

I vocali con i colloqui avuti con lo psicologo durante il tempo della malattia: è questa la nuova impresa mediatica dei Ferragnez, in questo caso di Fedez, per essere preciso.

In un crescendo che non pare avere mai fine, finiscono così on-line conversazioni private, intime, parti di un percorso di supporto psicologico ed umano durante il quale il noto cantante esterna tutte le sue paure più segrete: il timore della morte, della dimenticanza da parte dei figli e della sofferenza.

È così che la grande star si scopre umana, fragile, esposta al dolore e alla morte. La divinità dell’Olimpo della musica diviene mortale, terrestre, concreta e, come tutti gli altri umani, condivide la precarietà dell’esistenza e la fragilità della vita. E questa, comunque la si pensi, è una buona notizia, per lui e per noi.

Tuttavia c’è un tratto disorientante in questa confessione, un punto di eccesso e di trasgressione che disturba, perlomeno per quello che mi riguarda. È l’ostentazione dell’anima, questa pubblicità degli affetti, l’esibizione di sé, di ciò che è intimo, personale e segreto. Il senso del pudore non è la vergogna dei sentimenti, ma la custodia di ciò che siamo, di quello che ci abita dentro e che non può diventare oggetto delle voglie altrui, che non può essere “cosificato”, mercificato, venduto o esposto a sguardi invadenti e morbosi

Quando tutto diviene cosa, merce, oggetto di scambio e di pubblicità, occasione di promozione o di vendita, insomma quando tutto perde la sacralità di ciò che personale ed intimo temo che si rischi una pornografia delle parole che degrada, umilia, svilisce e ferisce.

Ci sono cose che solo il silenzio sa custodire adeguatamente; altre che possono essere condivise solo nell’intimità dei cuori. Sono le cose che non solo dicono qualcosa di noi, ma che rivelano l’unicità della nostra persona e l’irrepetibilità di quello che siamo. Sono cose a cui ci si può avvicinare, come un moderno e laico roveto ardente, solo togliendosi i calzari e coprendosi il viso.

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interessi e valori

Confesso che resto un po’ perplesso di fronte a certi ragionamenti che leggo sulla stampa relativamente alla guerra in Ucraina e il ruolo dell’Europa. Si sostiene che l’Europa dovrebbe assumere una posizione più indipendente da quella americana perché gli europei hanno interessi diversi da quelli americani. È chiaro che si lascia intendere che gli States, essendo lontani e meno impattati da questo conflitto, potrebbero avere interesse a che la guerra continuasse a lungo, ottenendo in tal modo l’indebolimento dello storico avversario, obiettivo ottenuto a spese del partener europeo.

Può essere… è vero che c’è sempre una forte dose di cinico opportunismo in queste cose e leggere la situazione attraverso occhi da anime candide rischia di deformare le cose.

E tuttavia quello che poco mi convince di questo ragionamento è la prospettiva di valutazione, che assume come unico ed esclusivo criterio l’interesse. L’Europa dovrebbe sviluppare una politica esterea più indipendente (e fin qui concordo) per meglio tutelare i propri interessi (e qui seguo meno). Intendiamoci: non dico che in generale non sia vero; dico che mi pare una prospettiva miope e che non coglie la sostanza di quello che, secondo me, c’è in gioco.

L’Europa non è solo una accozzaglia di interessi ma, e spero anzitutto, un mondo di valori, di ideali, di pensieri, di principi morali, spirituali ed economici. Occorre interrompere la guerra non anzitutto perché essa è contraria ai nostri interessi (cosa pur vera…) ma perché essa è la negazione dei nostri valori, di quello in cui crediamo, di quei principi di democrazia, autodeterminazione, pace e giustizia su cui abbiamo fondato la casa comune.

Draghi tempo fa, presentando il Def, se ne uscì con una frase che forse esprime bene quello che intendo sostenere: «Ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace. Preferiamo la pace o il condizionatore acceso? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre»

È indubbio l’interesse dell’Europa a tutelare il proprio benessere economico ma occorre ricordare che questa ricchezza è stata conseguita perché, nel corso della storia, abbiamo tentato di non perdere di vista i valori che innervano la nostra comunità. La ricchezza economica, il benessere materiale, l’agiatezza in cui tutti noi viviamo sono frutto di una visione del mondo e di una concezione dell’uomo che hanno radici lontane ma ben vive nelle nostre vite. Difendere questi valori quando sono così drammaticamente e brutalmente minacciati, significa essere fedeli alla nostra storia e alla nostra identità e, di conseguenza, tutelare il nostro stile di vita e il benessere che abbiamo conquistato.

Vedo in giro, a partire dalla Russia, passando per la Cina, la Turchia, il Brasile (solo per citare i più grandi paesi) una continua riduzione degli spazi di democrazia, una recessione di partecipazione e libertà, una diminuzione di ciò che consideriamo fondamentale per una vita umana. Ci sono in atto tendenze autoritarie preoccupanti, liberticide, spesso disumane e violente. Forse di fronte a queste minacce, è venuto il tempo che l’Europa riprenda in mano la bandiera della libertà, della giustizia e della pace, non come una clava da agitare contro gli altri, ma come una lampada per illuminare il camminino.

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Oksana e Victor

Tra le tante notizie tristi e talvolta drammatiche di questi giorni, una merita di essere ricordata. Parla di Oksana e Victor, lei giovane infermiera ucraina di 23 anni di Lysychansk. Durante un attacco russo, Oksana ha perso entrambe le gambe e quattro dita della mano sinistra. La notizia non è questa però.

Il fatto memorabile è che Oksana e Victor hanno deciso di sposarsi nell’ospedale di Leopoli, dove la donna si trova dopo essere stata sfollata da Dnipro per continuare le cure. Sui media è rimbalzato il video del loro ballo da novelli sposi: lei abbracciato al marito e sostenuta dalle sua braccia in mezzo agli applausi degli altri pazienti e dei pochi amici presenti.

È un video di gioia quello a cui si assiste: frammenti di vita in un contesto violento di morte, una piccola isola di felicità dentro il tunnel spaventoso della guerra. La vedi volteggiare dolcemente sostenuta dal marito ed intravedi la felicità sul loro volto, la gioia per quello che hanno celebrato, la soddisfazione per averlo fatto dopo tanto tempo e nonostante tutto.

Guardo quel video e mi chiedo quanto deve essere forte l’amore tra due persone se è in grado di accendere una piccola fiammella anche nella notte più buia, se è capace di scaldare il cuore pur nel gelo più crudo ed inumano. Che cos’è quel sentimento vigoroso che ci spinge gli uni verso gli altri, che ci fa muovere, alzare, lottare, sfidare le difficoltà, affrontare le cadute, oltrepassare il limite, il dolore, la privazione e la solitudine? Quanta è profonda la parola amore se neanche una guerra è in grado di spegnerne il grido, di sopirne il sussulto, di silenziare il desiderio di pienezza?

La vita brama, desidera,  anela oltre se stessa, oltre le barriere che essa incontra, oltre gli ostacoli che trova sul cammino. La vita invoca altra vita, ambisce l’oltre, sospira l’infinito e desidera quella pienezza che solo nell’abbraccio tenero dell’altro sperimenta un punto di approdo.

Storia e Tempi

Buon 25 Aprile!

Non se è capitato anche a voi ma a me pare che questo 25 aprile abbia un sapore molto particolare, come se si trattasse di una riscoperta, di una ritrovata consapevolezza, di un ritrovamento di un ricordo prezioso e un po’ dimenticato. Forse è davvero così: la guerra a cui stiamo tutti assistendo in diretta social e TV sta risvegliando nella nostra mente e nei nostri cuori il senso di un evento che rischiava di trasformarsi in oggetto da museo, in una celebrazione un po’ retorica e tronfia.

Per quanto molti si sforzassero di parlare di liberazione, di ritrovata libertà, di evento fondativo della nostra comunità nazionale, il 25 aprile ogni anno diventava l’occasione di un dibattito “storico” e accademico, un momento attorno al quale confrontare idee politiche, posizioni ideologiche e opinioni personali. Un po’ come si parla del congresso di Vienna o della rivoluzione russa: eventi centrali nella storia europea ma tutto sommato ininfluenti sull’oggi delle nostre vite, incapaci di parlare e di trasmettere il pathos da cui erano animati. L’effetto complessivo era che la festa della liberazione tendeva ad essere qualcosa buona per i sopravvissuti a quell’evento (sempre meno a dire il vero, per via dell’età) e di una parte politica che si sentiva erede di quel grande movimento di popolo.

Il 25 aprile di quest’anno, beh, mi pare abbia ritrovato il suo appeal, il suo fascino, la sua loquacità. Il popolo ucraino ci sta mettendo davanti agli occhi la testimonianza, drammatica ed eroica, del significato del verbo resistere: resistere all’aggressione, all’ingiusta invasione, lottare per la propria libertà, per i propri valori, per il futuro del propri figli, per il valore della propria comunità nazionale. Resistere per sopravvivere.

È come se il popolo ucraino ci stesse facendo fare un viaggio nella memoria, stesse resuscitando consapevolezze perdute, pensieri dimenticati, valori un po’ obnubilati. La gente dell’Ucraina ci sta rieducando al senso della parola libertà che forse le nostre società occidentali, un po’ opulenti e stanche, avevano pensato di poter mettere in un cassetto.

Resistere è ricordare che la libertà non è una cosa guadagnata per sempre, non è un bene a lunga conservazione, non è un oggetto che si trova a suo agio nelle polverose stanze di un museo. Resistenza è anzitutto uno stile quotidiano, una pratica feriale, l’atteggiamento di chi, consapevole del carattere fragile e volatile della propria libertà, è disponibile a combattere ogni giorno perché esse sia custodita, riaffermata, celebrata.

Pur nella drammaticità degli eventi, spero che resti questa lezione a noi italiani del 2022: la lotta di liberazione, che i nostri nonni e bisnonni hanno combattuto, esige oggi di essere riassunta come una esigenza vitale, improrogabile, ineludibile. Resistere significa restare umani, non perdere il senso del proprio valore, il peso della propria identità. Resistere significa sentirsi solidali con chi, anche oggi e non lontano da casa nostra, sta resistendo, si sta sacrificando per la propria libertà ed il proprio futuro.

Buona festa del 25 aprile allora, nella consapevolezza che talvolta la storia ci chiede di resistere nella nostra umanità, anche a caro prezzo.

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resistenza

Francamente non capisco come si possa da una parte ricordare e onorare la guerra di liberazione partigiana che l’Italia visse nel lontano ‘45 e dall’altra assumere una posizione di terzietà verso quello che sta accadendo in Ucraina.

Non comprendo l’appello alla neutralità e alla equidistanza che sento da diverse parti politiche e non solo, come se l’aggressore e l’aggredito, la vittima ed il carnefice fossero da trattare allo stesso modo e con uguale considerazione. Vi è una guerra di aggressione in atto, in cui un popolo viene massacrato da un violento invasore. Utilizzare l’analisi storica o geopolitica per attenuare la responsabilità di una parte rispetto all’altra lo trovo un atto, non solo poco comprensibile, ma anche ingiusto.

Sì, perché, pur condividendo convintamente gli appelli alla pace e alla cessazione delle ostilità, occorre non dimenticare che la pace esige la giustizia e che imporre una pace ingiusta è non solo immorale ma anche poco saggio. Magari mi sbaglio, ma un richiamo alla cessazione della violenza di fronte ad un invasore che non vuole cessare le ostilità rischia di essere un atto di codardia, di ingiustizia e di irresponsabilità verso l’altro.

Le armi non sono mai una soluzione e servirebbe davvero un processo di disarmo su scala mondiale, ma usare questo appello come un alibi per non sostenere l’aggredito lo trovo inopportuno.

Forse bisognerebbe davvero ricordare la lotta di liberazione che i nostri nonni e bisnonni hanno combattuto decenni fa e comprendere che, di fronte a certi fatti della storia, l’equidistanza e la terzietà sono opzioni inaccettabili e miopi. Credo ci siano situazioni in cui occorre avere il coraggio di chiamare giusto ciò che è giusto ed ingiusto quello che non lo è,  senza semplificazioni, senza atteggiamenti manichei e senza pregiudizi ideologici.

Siamo tutti consapevoli che la storia è una cosa complessa e che non è mai facile – non so neanche se sia possibile  – districare la matassa delle responsabilità, per dividere i buoni dai cattivi. Eppure la consapevolezza della complessità non ci deve far piombare in una notte in cui, come direbbe Kant, tutte le vacche sono grigie. Non è tutto uguale, non è tutto identico, le responsabilità, benché condivise, non sono simili.

La storia ci ha già insegnato cosa comporta un atteggiamento attendista ed equivoco. Nessuno vuole la guerra, nessuno qui spinge per una corsa al riarmo o per posizioni belliciste, tuttavia, di fronte alla aggressione, non ci è concesso il lusso dell’indifferenza.

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colpa di chi?

Certe discussioni sulle colpe dell’occidente, della NATO, dell’Unione Europea e degli Stati Uniti circa una loro possibile responsabilità sulla crisi ucraina mi ricordano tanto le disquisizioni di taluni che, di fronte allo stupro di una ragazza, cercano argomentazioni di scusa per giustificare o, come dicono loro, “comprendere” l’accaduto: la ragazza aveva una minigonna troppo corta, aveva un trucco pesante, un atteggiamento equivoco o sguardi maliziosi.

È così che, lentamente e senza neanche accorgersene, si fa di una vittima un colpevole e si ribalta il piano della realtà grazie ad un vergognoso cambio di ruoli.

Non dico che non ci siamo stati errori nell’estensione così rapida della NATO verso est ma creare un rapporto di causa-effetto tra questa scelta e la brutale invasione di un paese non solo non è corretto ma è pure vergognoso. Vergognoso perché non riconosce il gap incolmabile ed ingiustificabile che esiste tra stipulare alleanze e sparare bombe sui civili, tra il gioco geopolitico e l’uccisione di innocenti. Proseguire su questa linea del ragionamento significa, implicitamente, ammettere una qualche forma di continuità e di progressione, l’esistenza di un filo comune che permette di transitare dalla strategia politico-militare alla guerra verso una popolazione inerme.

È in fondo alludere al fatto che l’occidente se l’è cercata la guerra, proprio come la ragazza che esce con vestiti scollati ha una qualche – seppur piccola – parte di responsabilità.

Se non accetteremo il fatto che alla violenza e alla guerra non c’è giustificazione alcuna e che ogni aggressione, personale o militare, è da rifiutare senza se e senza ma, non ne usciremo vivi.

Esiste uno iato, una frattura incolmabile, un burrone profondissimo che separa l’umanità dalla guerra e dalla violenza. Prima lo riconosciamo, prima possiamo sperare di salvarci.  

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fino a quando?

Comprendo le ragioni di opportunità che ci spingono a non farci coinvolgere nel conflitto in Ucraina, ad esempio imponendo una no-fly zone per impedire bombardamenti sulla popolazione civile. Capisco che ci sono motivi di precauzione e, a ben vedere, anche di protezione della stessa popolazione ucraina: una escalation nucleare, Dio ce ne scampi, sarebbe una sciagura per lo stesso popolo ucraino, possibile prima vittima di una rappresaglia russa.

Eppure, benché la ragione cerchi di comprendere la situazione, confesso che il cuore fatica a darsi ragione della nostra immobilità di fronte all’ingiustizia che si sta celebrando sotto i nostri occhi.  Guardi la popolazione civile bersaglio di bombe russe, civili uccisi, ospedali colpiti, scuole distrutte e ti chiedi fino a quando ci sarà concesso di non fare niente in nome di un bene superiore. Pensi a quelle famiglie rimaste senza casa, allontanate dalla loro abitazioni, costrette a vivere come profughi a migliaia di chilometri di distanza e ti domandi fino a quando potremo stare a guardare senza muovere un dito.

Sì, lo so, la diplomazia è all’opera, la macchina dei soccorsi lavora a pieno regime e l’accoglienza dei profughi è attiva da tempo. Eppure mi pare di assistere a quelle scene che succedevano in classe alle medie quando il prepotente di turno si accaniva su qualche compagno più debole, minacciando chiunque avesse pensato di schierarsi a fianco della vittima. Certo, c’è il buon senso che ti suggerisce che talvolta è meglio non agire per evitare danni ben peggiori, ma non è che questa cosa aiuti molto a placare la coscienza dal senso di colpa e da quel sentimento di frustrazione che ti assale il cuore.

Un male resta male anche quando è più “saggio” non reagire; una vittima rimane vittima anche se la sua difesa mette a rischio molte più vite di quelle che si vuole salvare.

Eppure il dolore innocente non ci dà pace, turba i nostri pensieri lucidi e freddi e disturba le nostre certezze razionali. Che lo si voglia o no siamo tutti testimoni oculari di quello che sta accadendo ed è onestamente difficile dire che non sappiamo. Sappiamo bene quello che accade, quasi in presa diretta, ma scegliamo di non agire.

È tutto terribilmente complicato ma mi chiedo spesso fino a quando potremo sopportare tutto questo senza perdere l’anima. Fino a quando sarà lecito assistere inermi all’ingiusta aggressione, alla violenza arrogante, alla brutalità disumana e alla ferocia di un delitto che pretende di restare impunito.

Fino a quando?

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Non possiamo voltare lo sguardo

Nella follia dei giorni che stiamo attraversando, nell’incubo collettivo in cui siamo piombati, una cosa ha stupito molti: la gara di solidarietà che è scattata a sostegno della popolazione ucraina. Nel mio piccolo paese, circa settemila anime, le associazioni di volontariato, che si sono rese disponibili a raccogliere beni da spedire alla popolazione profuga, sono state letteralmente sommerse da donazioni di ogni tipo di bene: cibo, vestiti, giochi, coperte, farmaci, detergenti, etc.

Ai pochi scatoloni attesi si sono aggiunti centinaia di pacchi che hanno letteralmente mandato in tilt la macchina organizzativa, che ha dovuto trovare soluzioni alternative per gestire un flusso così inteso di donazioni. Questa non è stata un’eccezione o una stranezza: basta vedere la TV o seguire internet ed i social per rendersi conto che l’onda lunga della solidarietà ha invaso il Bel Paese, proprio come due anni fa il virus aveva contagiato le nostre terre. Siamo tutti testimoni di una straordinaria diffusione del “virus della solidarietà”, di una nuova pandemia della condivisone e della compassione.

Il gesto del dono – lo si capisce bene dall’ampiezza del fenomeno – nasce da una intensa empatia per quello che accadendo in Ucraina. Non è un atto distaccato o freddo, bensì intensamente partecipato, emotivamente connotato, mosso da sensibilità e pietà umana. Dà da pensare tutto questo: un tempo buio, tacciato di egoismo, individualismo e menefreghismo, è invece attraversato da lampi di solidarietà, da folgori di passione e da bagliori di condivisione.

Come mai tutto questo? Che cosa sta accadendo? Come spiegarselo?

Lasciando ad altri l’analisi profonda del fenomeno, mi interessa qui mettere in luce due fattori che mi paiono centrali in questo moto collettivo di solidarietà.

Anzitutto credo sia palese a tutti l’ingiustizia di cui siamo testimoni: al di là di valutazioni geopolitiche o strategiche, è indiscutibile la prevaricazione che è stata compiuta. Vi è un esercito aggressore ed un popolo aggredito, vi è da una parte un invasore e dall’altra una vittima.  Possiamo perderci a discutere per ore sulle ragioni, i prodromi, i fattori scatenanti o che altro, ma la verità dei fatti è sotto gli occhi di tutti. Vi è dunque una repulsione collettiva per l’arrogante violenza di alcuni, per la pretesa egemonica di una oligarchia che pretende di sovvertire la volontà democraticamente espressa da un altro popolo. Assistiamo ad atti palesi di abuso, di tirannia, di una violenza gratuita ed infame a cui tutti, spontaneamente, reagiamo con un gesto di stizza e disappunto.

E poi vi è un secondo elemento che merita attenzione. L’informazione globalizzata è stata capace di creare una sorta di “opinione pubblica mondiale” assai sensibile a quello che accade anche in una parte periferica del globo. Siamo tutti assai più vicini di quello che pensiamo e comprendiamo come il destino di alcuni è connesso al destino di tutti. Abbiamo assistito in diretta all’invasione dei carrarmati russi, al cadere delle bombe, alla distruzione di case, alla resistenza del popolo. La TV, internet ed i social ci restituiscono una “presa diretta” che ci fa sentire “sul pezzo”, come se la guerra si stesse combattendo a poche centinaia di metri da casa nostra. Ciò che decenni fa si leggeva in un articolo di giornale oggi lo si vede on line sul proprio telefonino, sicché tutti noi abbiamo la percezione di essere testimoni oculari di quanto accade. Non possiamo voltare lo sguardo proprio perché, volenti o nolenti, assistiamo in prima persona al massacro in atto ed il dolore di donne, uomini e bambini sta entrando crudelmente nelle nostre case.

Pur nell’assurdità del momento, la guerra ci sta insegnando e ricordando che, sebbene geograficamente lontani, non siamo poi così distanti. La sofferenza ci rammenta che l’altro può facilmente diventare fratello e che il destino di un popolo è legato con doppio filo al futuro di tutti.

Storia e Tempi

perchè?

È uno strazio vedere alla sera in TV le notizie che riguardano la guerra in Ucraina. Vedi gente rifugiata in scantinati buoi o che scappa da casa con poche cose salvate di fortuna. Vedi edifici sventrati, strade distrutte, fiamme e fuoco che avvolgono luoghi che una volta erano casa per qualche famiglia. Vedi famiglie rifugiate nei paesi vicini, soprattutto madri con i figli che hanno lasciato i mariti ed i padri al fronte a combattere.

Resti sgomento di fronte a tutto questo, giacché comprendi bene che è una guerra che sta accadendo poco lontano da casa tua, senza che la lontananza possa in qualche modo attutire o stemperare la sofferenza di cui sei testimone.

Sei lì, seduto sul divano di casa o a cena con i tuoi figli e vedi volti di gente in fuga, sconvolta da un dolore imprevedibile e incomprensibile; godi della pace della tua casa e pensi a chi la casa l’ha vista sventrata da una granata o da un missile, che ha perso tutto quello che possedeva e che sentito sulla propria pelle la forza urticante della violenza, del sopruso, dell’inganno e dell’ingiustizia.

Guardi e ti chiedi: perché tutto questo? Perché questo dolore innocente, questa sofferenza senza ragione, questo strazio gratuito e insensato? Perché questo odio senza limite, questa pazzia collettiva, assurdità che pensavamo non potesse più trovare casa nel vecchio continente?

Dopo soli settant’anni dall’ultima tragedia mondiale il dramma si ripete, sempre lo stesso, sempre crudelmente fedele a se stesso: un popolo che alza le mani contro un altro popolo, proprio come accadde con la Cecoslovacchia nel ’39. Cosa serve celebrare quella vittoria, ricordare le vittime di quel tempo, commemorare chi ci ha lasciato la vita se la storia non insegna nulla, se tutto torna, se la disgrazia si ripete, se non viene bandita definitivamente dal cuore e dalla testa dell’uomo?

C’è una compassione da vivere con le vittime di questa guerra e di ogni guerra, una compassione che va oltre il concetto di ragione o di torto, di legittime aspirazioni o violente pretese; c’è una pietà che abita il cuore e che afferisce al semplice fatto di essere uomini, di avere un DNA umano nelle nostre cellule; c’è una misericordia da provare al di là delle lingue, delle religioni, delle opinioni politiche o credenze ideologiche. Osservi il dramma e provi quella povera pietà del cuore che ci rende uomini, non bestie, che fa di noi essere razionali e sensibili. Assisti alla violenza e senti nel cuore la lacerazione che nasce quando le tue stesse viscere sono state ferite, il tuo corpo umiliato, la tua stessa anima offesa.

Non c’è risposta a questo perché. Nessuna replica all’interrogativo del dolore innocente. Solo la pietà del cuore, la vicinanza del pensiero, la com-passione che tiene viva la fiammella della nostra umanità.