travel notes – 2

L’impatto con Time Square toglie il fiato: emergi dalla metropolitana in un luogo che è difficile da descrivere a parole, complicato da raccontare e, a ben vedere, esigente pure da vivere. Il nome suggerirebbe una piazza ma in realtà la parola “piazza” rende davvero poco, per un italiano, il tipo di vita che scorre in questo angolo di mondo: è un incrocio di diverse strade, un passaggio per veicoli e persone che lo attraversano in gran numero, uno spettacolo impressionante di luci, immagini, suoni, colori, ritmi, voci, urla, cartelloni pubblicitari, clacson di autoveicoli, grida di venditori, vociare di coloro che stanno facendo un picchetto di protesta, fischi di poliziotti e chissà quanto altro.

Ti ritrovi come frastornato da quel brulicare incessante di vita che si celebra in quel pezzetto di terra, come strattonato dai mille stimoli visivi e uditivi di cui resti vittima. Fatichi a trovare l’orientamento, a mantenere la concentrazione e a non disperderti in quel mare magnum di sensazioni che invadono la Square.

Da una parte non si può che restare affascinati dalla vitalità di questo posto: tutto pare scorrere ad una velocità straordinaria, in un vortice impressionante che tutto trascina e coinvolge. Si resta come ammaliati dalla vitalità che innerva questo posto, dalla vivacità e dal dinamismo che lo attraversano, dal ritmo vertiginoso che lo anima. Ti senti come al centro dell’universo del mondo occidentale, nel cuore della civiltà capitalistica, nel grembo della cultura moderna dove tutto scorre ad una velocità che toglie il respiro ed i punti di riferimento.

Quando però riesco a riacquistare un po’ di lucidità mi sorge un dubbio, magari stupido, magari banale, che tuttavia mi interroga e mi provoca: è ancora vita “umana” quella che scorre sotto i miei occhi. Intendo: quella vita, quella frenesia, quel perenne correre, andare, quella infinita stimolazione, quella persistente eccitazione ci rendono più uomini, accrescono la nostra umanità e la nostra consapevolezza? È un posto umanizzante o che rischia di allontanarci da chi siamo e da chi vorremmo essere? Magari mi sbaglio e leggo il mondo con gli occhi del provinciale giunto nella capotale del mondo. Può essere. Eppure l’impatto emotivo con Time Square mi provoca, mi interroga, mi stimola a ragionare su dove stiamo andando, su che umanità stiamo indicando ai nostri figli, su che modello di sviluppo stiamo perseguendo, su che civiltà stiamo alimentando e, in poche parole, su che mondo stiamo costruendo.

Credetemi: lontano da me ogni facile moralismo o datato pauperismo. Non è questo il punto. Mi chiedo solo se il modello a cui tutti guardiamo sia davvero in grado di mantenere la sua promessa di una vita piena, ricca, feconda ed umana.

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