Li vedi li, accovacciati agli angoli delle strade, davanti alle fermate della metropolitana o nei luoghi di maggiore passaggio, con i loro abiti luridi e puzzolenti.
Li vedi lì, seduti con davanti un cartello che grida ai passanti la loro disperazione, in una lingua che comprendi benissimo, anche se non conosci l’inglese.
Li vedi lì, di fronte ai fast food, che con una mano impugnano la porta per farti entrare e con l’altra reggono un bicchiere di carta, consumato come il loro corpo, nella speranza che qualcuno ci inserisca qualche penny.
Li vedi lì, agli angoli dei parchi, mentre fumano qualche sostanza o mentre bevono intrugli strani, nell’illusione di lenire la fatica del vivere. Li vedi poi verso le ore serali ed attesti l’effetto di questi cibi maligni, mentre vomitano piegati in due sul marciapiede caldo, inondando la strada di liquidi disgustosi.
Li vedi lì, mentre urlano, pregano o camminano spaesati per le vie affollate, imprecando contro il mondo che non ha un posto per loro, prigionieri di una malattia mentale che manifesta apertamente i suoi sintomi.
Li vedi lì e fatichi a connettere la loro presenza con un ambiente opulento, circondato tra altissimi grattacieli e affollato di gente che vive nel lusso, nell’eccesso e nello spreco. Sono gli scatti della nostra società, i reietti del consumismo, i paria delle società industrializzate. Loro vivono fuori: fuori dalla comunità degli uomini, fuori dal circolo economico, fuori dalla rete di riconoscimento e rispetto.
In fondo non esistono, sono invisibili, trasparenti, innocui, gente a cui non daresti manco uno sguardo. Sono loro i pezzi difettosi, il materiale da scartare, quelle briciole di umanità che nessuno vuole. Anche questa è il New York, anche questo è il nostro mondo.
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