Il destino di Gilles pare segnato: il giovane, figlio di un rabbino di Anversa, sta cercando di fuggire in Svizzera ma viene catturato dalla truppe naziste e sta per venire giustiziato insieme ad altri ebrei francesi. Siamo nel 1942 ed il secondo conflitto mondiale ancora infiamma il vecchio continente.
Durante il tragitto al luogo dell’esecuzione, Gilles scambia un pezzo di pane con un libro prezioso scritto in persiano che un altro arrestato ha rubato nella ricca casa dove lavorava. Pare uno scambio innocuo e, tutto sommato irrilevante, ma che, alla luce dei fatti successivi, rappresenta una vera svolta nella vita del giovane.
Scampato allo sterminio del gruppo di ebrei, Gilles convince i suoi aguzzini che egli non è un ebreo bensì un persiano che parla il parsi e il libro è una prova attendibile di quella menzogna. Accade un fatto singolare: un ufficiale tedesco, responsabile delle preparazione dei pasti in un campo di concentramento, è alla ricerca di un prigioniero persiano per impararne la lingua. Gilles viene quindi internato e messo a diretto servizio del capitano Koch per il quale svolge il ruolo di sguattero nelle cucine e di insegnante di parsi.
Il giovane Gilles si trova a dover insegnare una lingua che in realtà egli non conosce ed così escogita uno stratagemma. Oltre che al lavoro in cucina il capitano Koch affida al “persiano” (così Gilles è conosciuto nel campo) il compito di tenere i registri degli ingressi e dei decessi, una lunga lista di nomi diversi che egli tutti i giorni aggiorna con cura. Questa lista di nomi e cognomi nelle più svariate lingue rappresenta per Gilles lo spunto per inventare di sana pianta una nuova lingua che “spaccerà” al suo allievo come parsi: ogni giorno entrambi si applicheranno nella memorizzazione di moltissimi nuovi termini che, lentamente, andranno a costituire una vera e propria lingua che i due useranno per comunicare.
Tra alterne vicende, tra Gilles ed il capitano Koch nasce un forte intesa ed amicizia, a tal punto che l’ufficiale tedesco proteggerà il persiano anche quando le truppe alleate rioccuperanno la Francia, obbligando ad un repentino trasferimento dei prigionieri.
Nella speranza di ricongiungersi con il fratello emigrato a Teheran, Koch tenta una fuga in aereo ma al controllo di sicurezza scopre la menzogna di cui è stato vittima inconsapevole. Da parte sua Gilles, fuggito dal campo, viene salvato dagli alleati e, grazie al suo singolare stratagemma, permette di ricostruire i nomi di 2840 prigionieri del campo, che avrebbero rischiato di essere dimenticati per sempre.
“Lezioni di persiano” (Persischstunden) è un film del 2019 diretto da Vadim Perelman, scritto da Ilya Zofin e basato sul racconto di Wolfgang Kohlhaase. Ispirato ad una storia vera, è un singolare e doloroso racconto della vita nei campi di reclusione nazista, luoghi in cui la dignità della persona viene annientata da una violenza cieca e animale. Attraverso la strana vicenda di Gilles, emergono la brutalità della guerra, l’efferatezza della prigionia, la crudeltà del trattamento inferto ai prigionieri, insieme a piccole schegge di umanità che riescono ad affermarsi anche nel dramma di un campo di concentramento.
I nomi, le parole, la lingua, la comunicazione ed il dialogo, la pronuncia e la traduzione non sono solo gli espedienti che Gilles inventa per restare in vita, ma sono tenui ma resistenti ricordi di una umanità che comunque non scompare totalmente, tracce di qualcosa che ancora non è andato perduto, flebili scintillii di braci che ancora ardono sotto le ceneri della violenza.









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