Pensieri e Silenzi

la porta stretta…

Ci sono giorni in cui la vita ti mette di fronte ai tuoi fallimenti, ai tuoi insuccessi, ai traguardi che avresti voluto raggiungere e che invece hai mancato. Sono giorni tristi, malinconici, segnati da un misto di delusione, rammarico, sconforto e smacco.

I fallimenti che più feriscono, quelli che arrivano al cuore con maggiore spietatezza, non sono tanto quelli relativi a ciò che hai fatto, ma piuttosto a quelli che afferiscono a chi sei stato. Avresti voluto essere un buon amico ma con quella persona proprio non ci sei riuscito; avresti voluto essere un padre migliore ma devi costatare i tuoi evidenti limiti ed le tue incapacità; avresti voluto essere un collega più attento ma le incombenze e le scadenze hanno preso il sopravvento; e volendo la lista potrebbe continuare ancora a lungo.

Ogni sensazione di fallimento nasce sempre da uno scarto che percepisci tra ciò che vorresti e ciò che puoi, tra i desideri e la realtà, tra la tua idealità e la nuda concretezza delle cose. È in quella frattura, in quello iato, in quel burrone che riconosci tutta la tua debolezza ed impotenza; è in quella voragine, che si frappone tra ciò che vorresti essere e quello che sei, che ci cela il dolore e la fatica.

Ti guardi allo specchio e vedi tutta la tua pochezza, la tua poca presa, le scarse energia che puoi mettere in campo. Ti guardi attorno e sei costretto a riconoscere come la realtà sia esattamente ciò che sfugge ad ogni pretesa, ad ogni imposizione, ad ogni voglia narcisistica, ad ogni rivendicazione o reclamo.

È così che con ogni fallimento la vita ci rimette al nostro posto, ci indica la via, ci restituisce la misura di chi siamo e di cosa possiamo. C’è una legge dura e spesso indigeribile in ogni esperienza di insuccesso: è la legge dell’obbedienza alle cose, della pazienza verso i tempi ed i momenti, della fortezza come la sola virtù che ci permette di sopravvivere.

Ma ogni fallimento è pure l’occasione, seppur dolorosa, di riprendere in mano le cose che contano, riassaporare ciò che dà gusto al tempo, di fare discernimento tra quanto è essenziale, vitale, vero. Forse è solo attraverso questa “porta stretta” che a ciascuno di noi è concessa la grazia di uscire dal proprio piccolo mondo ed entrare, con rinnovata speranza, nella pienezza della Vita.

Pensieri e Silenzi

mollare l’ancora

Amo viaggiare e chi mi conosce bene lo sa. Sfortunatamente lo faccio meno di quello che vorrei, ma, si sa, nella vita occorre accontentarsi e sforzarsi di vedere il bicchiere mezzo pieno. Benché il viaggio sia una delle esperienze che più adoro, esso non cessa di crearmi una certa inquietudine prima di ogni partenza. Nelle ore che precedono il volo – tendenzialmente amo muovermi in aereo – mi assale una leggera forma di preoccupazione, ansia e agitazione. So benissimo che non appena metterò il piede fuori casa il tutto svanirà in un attimo: l’ho sperimentato un migliaio di volte! Ma, ahimè, la pratica e l’esperienza non sono sufficienti a calmare la tensione. E così ogni volta siamo da capo, con quelle “rane nella pancia” che accompagnano ogni partenza.

Eppure, benché questa fatica iniziale, non abbandono questa mia passione, che cerco di vivere ogni volta che me ne si offre l’occasione. Una cosa amo in modo particolare di ogni viaggio, anche di quelli che più mi agitano e turbano il mio, talvolta precario, equilibrio: partire significa uscire dalla propria comfort zone, dallo spazio delle nostre comodità, delle nostre abitudini, dei nostri riti quotidiani, talvolta un poco autistici e maniacali.

Viaggiare significa lasciare, anche solo per poco, le nostre sicurezze, le cose a cui ci aggrappiamo, quelle che ci confortano e rassicurano; e ci costringere ad esporci verso l’ignoto, verso l’imprevisto e tutto ciò che sfugge il nostro controllo e la nostra presa.

Ogni viaggio inizia quando leviamo l’àncora e ci affidiamo al fluttuare libero delle onde, al nostro senso di orientamento e alla guida delle stelle. Il punto è che, per quanti mari tu abbia navigato, ogni mare è sempre un nuovo viaggio, imprevedibile, misterioso ed incontrollabile. Certo, conta l’esperienza, l’abilità acquisita e la competenza maturata. Eppure nulla potrà toglierci lo sforzo del primo passo, quello che rompe l’inerzia iniziale, quello che ci separa da ciò che eravamo, quello che ci apre verso il futuro.

Pensieri e Silenzi

mattone dopo mattone

E poi arrivano giornate di silenzio, quelle in cui non accade nulla e non fai nulla, quelle in cui il tempo passa senza impegni, senza incombenze, senza scadenze o obblighi. Sono giornate che trascorrono apparentemente piatte ed inutili, nelle quali i secondi si sommano ai minuti ed i minuti alle ore e così il tempo passa senza che te ne renda conto.

Sono giornate di ricarica, di riposo, di recupero delle energie fisiche e mentali. Ma sono soprattutto giornate di ascolto, di orecchie tese e di uno sguardo attento. È proprio in questi giorni pieni di nulla che ti è concessa la grazia di cessare ogni corsa e riprendere in mano per un attimo la tua esistenza. È il tempo dell’osservazione, della memoria e del presente.

Ti fermi e finalmente ti ascolti, ti metti in sintonia con il mondo interiore che forse per troppo tempo hai colpevolmente trascurato. Ascolti le tue frustrazioni nascoste, le gratificazioni ed i successi, le malinconie ed i vuoti che provi, le presenze che riempiono e le assenze che sanguinano. Ritrovi i tuoi legami, le amicizie e gli affetti, e la vasta gamma dei tuoi amori ti si presenta davanti agli occhi come un dono immeritato ed una responsabilità troppo grande. Ascolti la voce dei figli, le loro parole, i mugugni e gli incoraggiamenti, suoni che spesso sono rimasti soffocati sotto il vociare degli impegni e delle commissioni.

Ascolti tutto questo e semplicemente sei, esisti, vivi, rimani presente a te stesso e custodisci i piccoli pezzi del tuo mondo.

Servono questi giorni, giorni che non ricorderemo nella storia della nostra vita, giorni che suonano come lievi interruzioni, temporanee sospensioni, brevi armistizi nella battaglia dell’esistenza. Eppure giorni così preziosi, fecondamente improduttivi, generosamente inutili, giorni che, come la malta, assicurano l’aderenza di ogni mattone di tempo con quello successivo.  

Pensieri e Silenzi

quando la vita è tanto…

Chiudo oggi una settimana intesa, ricca di impegni, appuntamenti e scadenze, ma soprattutto incontri, scambi e relazioni. Questa volta sono per la maggior parte in ambito lavorativo ma la cosa non credo faccia molta differenza. Guardo indietro e mi accorgo della ricchezza di quello che ho vissuto, dell’abbondanza di tutto quanto è accaduto e della bellezza delle persone incontrate.

Confesso una certa stanchezza fisica e mentale ma devo ammettere che non è la fatica la parola che meglio racchiude il segreto di questi giorni trascorsi. Decisamente no. Certo, c’è stata, come pure il peso delle responsabilità, il travaglio della cura, lo sforzo per essere, per quanto possibile, tutto a tutti.

Direi che un’altra la parola che potrebbe essere il leitmotive di questi giorni: forse la parola “eccedenza”. Sì, sono stati giorni eccedenti, dove tutto è stato tanto: tanto intenso, tanto ricco, tanto profondo, talvolta tanto troppo.

Forse la parola eccedenza ha una particolare affinità con un’altra che Giovanni usa frequentemente nella lettura di oggi, ossia il termine “novità”.

C’è una novità che abita la vita, una primizia che viene addirittura annunciata attraverso l’avvento di nuovi cieli e nuove terre. C’è una novità che avanza e che, in qualche modo, va a sostituire le cose di sempre, le abitudini e le consuetudini, tutto quello a cui abbiamo sempre prestato attenzione e cura e capace di spazzare via tradizioni ed usi, assuefazioni e dipendenze. Vi è, per chi sa scorgerla nella propria vita e in quella delle persone con cui vive, una novità sempre veniente, una fioritura inattesa ma straordinaria, maturazioni e cambiamenti che sanno di miracolo. Sono l’epifania della forza della Vita, della sua innata energia, del vigore del suo istinto ma anche del pudore e discrezione del suo manifestarsi.

Riconosci l’avverarsi di questa novità da un suo tratto particolare: essa è sempre eccedente! Essa è sempre oltre, è sempre di più, è sempre ancora! La osservi giungere nella tua vita, ne celebri il lieto avvento e comprendi che vi è sempre una sproporzione tra i tuoi sforzi e il suo accadere, tra la fatica che ne propizia l’arrivo e la ricchezza del suo manifestarsi. La novità della vita è così: possiede i tratti dell’eccedenza, della sovrabbondanza, dell’eccesso, del sovrappiù che ci viene donato senza alcun merito o diritto.

Lavori, fatichi, sudi e ti impegni ma quanto raccogli non è il frutto del tuo sforzo in quanto non corrisponde equamente al tuo impegno. È come ricevere una somma di interessi sproporzionata a rispetto all’importo investito o come mietere un raccolto che va ben oltre i semi che avevi precedentemente gettato tra i solchi. Vi è uno iato, una frattura ed una dismisura che rende il tutto misteriosamente prezioso e ingiustificatamente bello.

Chiudo questa settimana con il cuore colmo di gratitudine perché, nonostante tutto, la Vita non cessa di rassicurarmi della sua inesauribile ricchezza, della sua strabordante magnificenza, della sua immotivata prosperità. Essa, direbbe il filosofo, è Fondamento sfondato, sorgente senza limite né sosta, Mistero incontenibile e discreto.   

Pensieri e Silenzi

la resa

La Pasqua di quest’anno mi hai insegnato una cosa: il valore della resa. È una lezione dura da apprendere ed ancora più difficile da praticare.

Ci hanno sempre insegnato a resistere ai problemi, alle situazioni difficili, ai legami problematici e alle varie sfide che la vita ti mette davanti. La resistenza, talvolta, è percepita come l’unica strategia praticabile per affrontare i piccoli e grandi problemi.

La vita poi lentamente, ma con mano ferma, ti insegna che vi è una soluzione diversa per gestire quello che ti accade: sperimentare una resa incondizionata verso le cose. Credetemi, non è una cosa facile né pacifica la resa; non è rinuncia, apatia o fuga. Essa ha più a che fare con il valore dell’obbedienza che siamo tutti che siamo chiamati a maturare verso le cose che sfuggono al nostro controllo. La resa afferisce a quella dimensione di passività che ci abita, a quel senso del limite che struttura la nostra vita.

L’esperienza della resa assomiglia a quella dell’accoglienza, della docilità, della disponibilità sincera verso le cose e le persone. Arrendersi non è cedere, né acconsentire o rinunciare, ma abbracciare, pur con sofferenza, quello che eccede il nostro dominio e la nostra presa. La resa è lo stile di chi onora la concretezza e la irriducibilità delle cose e celebra la loro intrinseca alterità rispetto a chi siamo e a cosa possiamo.

L’esperienza di essere “inchiodati” alla realtà della nostra vita, di essere legati a quel “patibolo”, che talvolta pare uno strumento di morte, non è cosa da anime candide. Accogliere questa “crocifissione” come una grazia indesiderata, ma comunque una grazia, beh non è proprio un giro in giostra.

Giunge il tempo in cui – sarà l’età, sarà la maturità o la fatica – comprendi che la resa suona come un lieto annuncio, come una via d’uscita, un opzione da considerare.

La differenza sta tutta qui: assumere ciò che la vita mette sul tuo cammino indipendentemente dalla tua volontà come una violenza, una minaccia o un attacco alla volontà narcisistica di dominio;  oppure accoglierla come qualcosa da offrire, qualcosa a cui abbandonarsi e a cui obbedire. È la differenza che passa tra la condanna ed il sacrificio.

Pensieri e Silenzi

un gancio affidabile

Ogni dolore possiede un tratto di solitudine, una dimensione talmente intima e personale che spesso esso diviene incomunicabile. C’è qualcosa di unico in ogni dolore, un elemento che è singolare e difficilmente condivisibile.

È bello e consolante avere delle persone accanto quando si attraversano momenti faticosi ed impegnativi ma la vicinanza, per quanto benedetta, non significa immediatamente condivisione e partecipazione. Per quanto un amico stia vicino, resta un alone di inaccessibilità per ogni piccolo o grande dolore, un’ombra che non viene illuminata, un angolo che non può essere visitato.

Si viene al mondo da soli e ritorneremo alla terra da soli e forse in ogni piccolo o grande dolore riecheggia questa radicale solitudine da cui siamo abitati. Ogni patimento è un esigente richiamo alla nostra irriducibile singolarità, una memoria di come la nostra originalità viva sempre di questa irrisolvibile dialettica di autenticità e solitudine. Siamo un po’ come un pendolo, che nel suo ondeggiare muove da un punto all’altro senza mai potersi realmente riposare in alcuno.

Il dolore riverbera in modo unico nelle nostre membra, come ogni corda vibra in modo singolare ad ogni tocco. Le onde che la sofferenza crea in noi rimbombano nella nostra interiorità creando tonalità che solo le nostre orecchie riescono ad ascoltare.

La solitudine del patire ci spinge a trovare un punto interno su cui fare presa, un fulcro sul quale appoggiare la nostra esistenza. È proprio in questo momenti di smarrimento che sentiamo forte il desiderio di un porto di sicuro, di una roccia affidabile, di un gancio solido. Il dolore ci invita a trovare un riparo, un fondamento, un radicamento nella vita, capace di reggere all’urto delle cose.

Pensieri e Silenzi

come note su un pentagramma…

Vi è un potere inesplorato nel gesto dell’ascolto, una forza mite, umile, docile, eppure efficace, vigorosa e generosa. La nostra mentalità efficentista, capace di valorizzare e apprezzare solo ciò che è attivo e funzionante fatica a riconoscere il valore straordinario di un atto così passivo, indifeso e talvolta impotente.

Qualcuno ha scritto che il nostro problema è che ascoltiamo per rispondere e non per comprendere ed accogliere e temo che questo sia il vulnus del nostro atteggiamento esistenziale. In fondo vale ciò che è attivo, ciò che fa, ciò crea effetti, produce risultati, muove le situazioni. Tutto quanto afferisce ad una dimensione di radicale passività e ricettività intercetta poco il nostro interesse e, se lo fa, crea un qualche disturbo e fastidio. È il mito dell’homo faber o, in salsa più moderna, del self-made man: il soggetto che è signore del proprio destino, autore della propria esistenza, protagonista unico della propria vicenda.

L’esperienza dell’ascolto muove su binari completamente divergenti e percorre traiettorie assai distanti: ascoltare implica un gesto pacato e mansueto di accoglienza, di disponibilità, di apertura e di simpatia. Vivi l’arte dell’ascolto solo nel momento in cui sai sopire gli stimoli che vengono dal mondo esterno e dal tuo universo interiore e tutta la attenzione è posta sulle parole dell’altro, su ciò che esso dice e, soprattutto, su ciò che esso non dice. Sì perché ascoltare è assai più che udire; esso eccede il semplice fatto biologico del timpano sollecitato dalle onde sonore.

L’ascolto esige la capacità di mettersi nei panni dell’altro, di tentare, per quanto ci è possibile, di vedere il mondo con i suoi occhi, di sentire le cose come le percepisce lui. È in questo sforzo che comprendi che la parola pronunciata è solo una piccola parte del mondo che l’altro sta condividendo: ci sono le pause, le intonazioni della voce, i sospiri, le smorfie della faccia, il movimento delle mani, la postura del corpo, l’intensità dello sguardo ed il silenzio tra voi. Ascoltare è come leggere una spartitura musicale, in cui il segno della singola nota acquista valore e significato nella melodia complessiva del pentagramma. Vi è anzitutto una sintonia dei cuori, un accordo dei sentimenti, un’intesa delle menti che rendono ogni gesto di ascolto un piccolo evento di incontro e di relazione.

Dio solo sa quanto oggi le gente che vive attorno a noi ha fame di persone capaci di ascolto, di quell’atto mite e disinteressato che ci fa sentire al centro dell’attenzione dell’altro, nel cuore del suo cuore, nel punto più vivido della sua mente. Vi è davvero un potere poco praticato in questo gesto tanto semplice quanto esigente, allo stesso tempo disarmato e vitale, riservato e nobile.  

Se è vero che ciascuno di noi fa esperienza della propria singolare unicità, talvolta della propria solitudine ed incomunicabilità, nell’esperienza dell’ascolto sperimentiamo la grazia di sentirci simili, affini, vicini. L’ascolto è capace di rompere quella bolla di isolamento che esclude e ci sa donare la gioia della prossimità dell’altro.

Pensieri e Silenzi

benvenuta new gen

Talvolta per incontrare il guizzo dell’ingegno non devi cercare tra i nomi famosi dell’arte, tra i capolavori della creazione artistica, ma è sufficiente visitare, molto più modestamente, una di quelle mostre che trovi “sotto casa”. Capita così che, nell’autore esordiente, ti imbatti in qualcosa capace di catturare la tua curiosità.

Mi è capitato qualcosa di simile con questa opera di Luca Fiorani, esposta alla mostra “Vizi e Virtù” organizzata dall’associazione “I Ricci”. L’autore esprime il vizio dell’accidia con questa singolare opera su vetro, raffigurante un giovane di oggi, ridotto ad uno scheletro sulla propria poltrona, circondata da una vasta gamma di mezzi di comunicazione e di divertimento. Il titolo dell’opera è “Benvenuta Next Gen” (anche se l’artista si diverte a scriverlo con caratteri un po’ particolari).

Ci spiega la Treccani che l’accidia è una forma di “inerzia, indifferenza e disinteresse verso ogni forma di azione e iniziativa”. Chiosa Umberto Galimberti: l’accidia è “la condizione che caratterizza molti giovani del nostro tempo, afflitti da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, sensazioni di immobilità, vuoto interiore, rallentamento del corso del tempo”.

Luca Fiorani trova un modo suggestivo per rendere tutto questo, dimostrando di cogliere un nodo centrale di questo sentimento triste e deprimente: l’utilizzo del vetro. L’indifferenza, la noia, l’apatia è proprio quel sentimento che rende il mondo “trasparente”, invisibile, evanescente. Gli occhi dell’ozioso sono incapaci di osservare le cose attorno a lui, sono insensibili al bello ed al brutto che lo circonda. Il suo sguardo è come se “attraversasse” la realtà senza saper cogliere nulla e nessuno. Chiunque abbia sperimentato in prima persona questo triste moto dell’animo, o abbia incontrato qualcuno che ne sia stato afflitto, riconosce qui un punto essenziale: l’accidia – oggi la chiameremmo una leggera depressione – rende tutto inutile, vuoto, scarno, inespressivo ed insensibile, proprio come una lastra di vetro.

E se da un lato l’accidia trasforma la realtà in un pezzo di mondo trasparente allo sguardo, dall’altra essa toglie al soggetto che ne soffre tutta la sua sensibilità. Chi è colpito dalla noia, perde la propria sensibilità, la capacità di farsi toccare e coinvolgere dalle cose, dalle parole, dagli accadimenti e dalle persone. Egli diviene, appunto, uno scheletro seduto su una poltrona, un uomo a cui è stata sottratta la pelle e la carne, ossia quelle parti di noi che ci rendono essere sensibili e ricettivi.

Ecco quindi che, nel linguaggio dell’arte, quello scheletro dipinto sul vetro, diviene il racconto di una condizione oggi sempre più diffusa e pericolosa, non solo per la “new gen” ma per ogni essere umano che vive su questa terra.

In fondo, se ben ci pensate, l’arte serve proprio a questo: a tenere accesi i sensi, ad educare le nostre percezioni delle cose, ad attivare quei pori della nostra pelle che rischierebbero di chiudersi irrimediabilmente sul mondo.

Pensieri e Silenzi

riannodare i fili…

E poi, talvolta, la vita riannoda i fili dei cuori, riallaccia legami che si erano sciolti o allenatati e fa incrociare strade che parevano destinate a separarsi irrimediabilmente.

È strano come tutto questo accada, seguendo logiche e tempi inattesi ed imprevedibili. È strano assistere ad incontri che risuscitano vecchie amicizie e che sanno ridare vigore a connessioni talmente flebili che pensavi ormai esaurite o esauste.  

Confesso che amo straordinariamente questa qualità della vita, questa sua imprevedibilità e la sorpresa che è ancora in grado di portare nel fluire sempre identico dei giorni; amo quella singolare capacità rigenerativa che essa possiede, quel suo saper ricongiungere ciò che sembrava perduto, smarrito e disorientato. Amo tutto questo perché mi rassicura sulla competenza della vita di custodire i nostri legami, anche quelli che ci paino perduti, anche quelli da cui ci siamo allontanati di corsa, anche quelli che abbiamo sepolto sotto una spessa coltre di risentimento e rancore.

La vita, fortunatamente, non bada a questi moti umorali, e talvolta impulsivi, del nostro spirito e sa alimentare le braci dell’affetto anche sotto la cenere fredda dell’indifferenza. Mi rincuora tutto questo perché mi dona la speranza che, per quanto minima, esiste una possibilità per ogni legame infranto, per ogni affetto raffreddato, per ogni sentimento che sta attraversando un freddo inverno.

Pensieri e Silenzi

quando scrivo…

Chiunque pubblichi qualcosa in rete accarezza una speranza: quello che altri possano leggere quello che egli scrive.

Intendiamoci: non è questa una prerogativa solo della rete. Vale lo stesso per tutti coloro che scrivono libri, articoli, pubblicazioni o recensioni, contributi o interviste. Internet ha semplicemente reso assai più facile la cosa, abbattendo quel muro che una volta separava lo scrittore dal lettore. Oggi la cosa è assai più fluida ed indeterminata: colui che legge talvolta diviene anche colui che produce un testo, in una circolarità di ruoli sconosciuta prima dell’avvento della rete.

Anche questo blog ovviamente non fa eccezione.

Chi scrive sa benissimo che anzitutto scrive per se stesso, come un esercizio di espressione, di analisi o, nel mio caso, quasi di terapia. Eppure egli è pienamente consapevole che ciò che compone giungerà, in un modo o nell’altro, all’attenzione di un lettore, che sarà chiamato a prendere parte di ciò che si vuole condividere. Vi è un movimento intrinsecamente “pubblico” in ogni scritto: l’altro a cui si arriva non è un accidente o una casualità del processo, ma un elemento costitutivo e necessario.

Tuttavia mi è capitata una cosa singolare che mi ha spinto ad osservare a questa dinamica di scrittura/lettura in modo un po’ differente. Capita che alcuni dei miei (non molti) lettori rilancino in FB, sugli stati di WhatsApp o su altri social qualche frase tratta da un mio testo. Ecco, lì mi accorgo che è accaduto qualcosa di particolare e di significativo. Perché, vedete, quando il numero degli accessi o delle visite aumenta, significa che sei stato capace di raggiungere un numero ampio di persone e di solleticare il loro interesse e la loro curiosità. Quando invece qualcuno rilancia le tue parole, beh, lì la faccenda è assai più seria.

In queste occasioni comprendi che hai fatto centro, che hai raggiunto l’obiettivo, che tagliato il traguardo. In realtà non è una tua vittoria personale ma la vittoria dalla parola e del linguaggio. La ripresa di una tua frase o di un tuo pensiero significa che quelle tue povere parole sono state capaci di interpretare (non di creare) un pensiero, un vissuto o un esperienza che giaceva sepolta nel cuore di qualcuno e che attendeva solo una eco, un richiamo o un invito ad emergere. È il mistero della parola che è capace di mettere in contatto degli universi interiori, che sa creare ponti tra i cuori e connessioni tra i pensieri. Quando vedo un “mia” parola rilanciata mi dico: ecco la forza verbo! Ecco la sua innata capacità di generare incontri, raccordi, affinità e contatti!

È così che, con il tempo, impari a sperimentare una piccola ma intensa gioia. Essa non consiste nella possibilità di arrivare a molti, di ottenere grande visibilità o riconoscimento. Essa si nutre della soddisfazione di aver toccato quella singola persona in modo unico e singolare, attivando la sua sensibilità e sollecitando una restituzione di cui quella ripresa è una testimonianza benedetta.