Il premio Nobel per la pace alla giornalista e attivista iraniana Narges Mohammadi ci ricorda quanta strada dobbiamo ancora fare per il vero riconoscimento della dignità delle donne. Narges, 51 anni, è rinchiusa nel carcere di Evin a motivo del suo impegno a favore dei diritti delle donne e l’abolizione della pena di morte.
Ci sono zone del pianeta dove la donna vale meno che niente, dove è abusata, oppressa, non riconosciuta come soggetto politico e sociale. Paesi come l’Iran, l’Afganistan e molti altri Paesi sono testimoni di violenze di stato, di persecuzioni “istituzionalizzate”, di aggressioni sistematiche contro coloro che semplicemente rivendicano il loro sacrosanto diritto di parola, di scelta e di pensiero. Pare davvero incredibile che in certi Paesi le donne non possa godere di una normale istruzione, che non possano decidere come portare i capelli, che non sia libere di decidere chi sposare, quando uscire di casa, con chi parlare, fino all’assurdo di negare loro il diritto di guidare una macchina o di votare.
Le cose vanno certo meglio in occidente dove però il sopruso non è scomparso ma assume forse meno “plateali” ma non per questo meno subdole. Ci sono forme eclatanti di violenze fisiche, minacce, botte, stupri, ma ci sono anche infinite parole e pensieri che non riscuotono la medesima popolarità ma che alimentano una mentalità maschilista e patriarcale. Sono le cose di cui non siamo consapevoli, quelle che non vediamo o di cui non ci accorgiamo che inquinano i pozzi da cui beviamo: sono le mentalità maschiliste, la cultura machista, le morali costruite attorno ad una idea fasulla di maschilità, quella percezione distorta ed escludente che abbiamo dell’altro sesso e quell’aurea di superiorità che avvolge il maschio in ruoli o ambienti.
La strada è ancora lunga e, a qualunque parte del mondo guardiamo, restano ancora molti, moltissimi, i passi da compiere perché all’altra metà del cielo venga riconosciuta la dignità che merita.









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