Scrisse tempo fa Enzo Bianchi che, alla luce della sua lunga esperienza, si possono individuare tre fasi nella vita di una persona: nella prima si cerca di cambiare il mondo, nella seconda si cerca di cambiare se stessi e nella terza si lotta per non farsi cambiare dagli altri. Mi pare una buona intuizione.
In effetti c’è un momento della vita in cui ci si impegna per cambiare le cose, per modificare le situazioni, per migliorarle, renderle più aperte, più umane, più accoglienti e giuste. C’è uno sforzo per la giustizia, in tutte le forme in cui essa può apparire, che segna un pezzo implorante della nostra vita. Segue poi una fase in cui ci si rende conto che il primo cambiamento parte da se stessi e dal modo in cui si affrontano le cose. Non è una forma di disillusione o di disperazione ma il riconoscimento che la nostra umanità possiede dei limiti e che il nostro senso di onnipotenza chiede di essere moderato, educato ed orientato verso ciò che è praticabile. Ci si rende conto che esiste un terreno su cui è possibile fare immediatamente presa e che risulta docile alla nostra azione: la nostra interiorità. Ecco quindi che la battaglia, che prima avevamo intrapreso contro nemici esterni, ora si trasferisce verso avversari più intimi e vicini.
Ma il viaggio non è finito: presto emerge la consapevolezza che anche il dominio di sé è un operazione coraggiosa ed ardua, mai scontata né definitivamente raggiunta. Comprendi che il mondo che prima volevi cambiare ora è lui che vuole cambiare te, condizionarti, influenzare i tuoi valori, il tuo stile di vita e le tue priorità. La vera battaglia – questo è la consapevolezza – è quella di restare se stessi dentro un mondo che vuole omologarti, renderti funzionale, efficiente, performante.
Detta così questa parabola pare avere un tratto discendente e rinunciatario: dalle ampie ambizioni iniziali si arriva a obiettivi più “miti” e realistici; il decollo lascia intravedere mete lunari ma l’atterraggio appare più prosaico e normale. Confesso che può essere una chiave di lettura possibile. È vero, d’altro canto, che la maturità ci insegna che il possesso di se stessi, il dominio dei propri sentimenti, la consapevolezza di chi siamo e dove andiamo è un dato assai meno ovvio e scontato di quello che appare: è solo quando hai percorso un tratto consistente di strada che comprendi che il vero mistero non è la strada né la meta verso cui stai andando, ma il gesto stesso del camminare.









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