In questi giorni sono due i pensieri che trovo strazianti, per quanto riguarda la tristissima vicenda di Giulia e Filippo. Anzitutto è dolorosissimo pensare alla cruenta fine della giovane ragazza, al dolore dei suoi genitori e dei suoi familiari per questa incomprensibile dipartita, lo sgomento che la morte di una ragazza nel fiore dell’età può aver lasciato in tutti coloro che la conoscevano. È un dolore immenso, inspiegabile, muto e profondissimo, di fronte al quale non si può che esercitare quel poco di umana pietà che ci possediamo.
Vi è poi un secondo dolore, altrettanto lancinante, che segna la seconda famiglia che è stata distrutta dall’accaduto: la disperazione della madre e del padre di Filippo, la loro afflizione e patimento. Due genitori come molti altri, con i loro difetti e le loro risorse, che, da un giorno all’altro, si sono sentiti precipitare in un abisso senza fine ed in cui non giunge neanche un bagliore di luce. Mi trovo a pensare spesso: ma cosa penserà il papà di Filippo? Cosa proverà nel suo intimo? Che dolore immerso starà lacerando la sua carne?
Chi è genitore penso possa intuire quello a cui mi riferisco: cresci i tuoi figli, dai loro il meglio di te stesso, spendi le migliori energie e risorse che possiedi per loro e ti rendi conto immediatamente che essi crescono, giustamente, come individui autonomi, indipendenti, con un loro sguardo sulle cose e una particolare prospettiva sul mondo. Dai loro tutto quello che puoi ma essi non ti appartengono: vengo al mondo grazie a te ma non sono una tua proprietà, non un bene a tua disposizione. L’amore che a loro rivolgi non rappresenta alcuna garanzia di successo per la loro vita poiché il tuo affetto si “incastra” in modo misterioso con la loro libertà. Il tuo dono e la loro libertà di mescolano in un magma che è impossibile da decifrare. La cosa straordinaria è che nonostante tutto, nonostante quello che possono fare, dire o pensare, restano i tuoi figli, radicalmente tuoi, non in senso possessivo ma in senso relazionale e radicalmente affettivo. Cresci qualcuno a cui doni libertà e responsabilità ma non finisci mai di sentirti corresponsabile della sua vita, partecipe del suo futuro, coinvolto nelle sue decisioni.
Ecco, con questo in testa penso al papà di Filippo e mi feriscono i dubbi che immagino possano nascere nella sua testa: dove abbiamo sbagliato? Cosa potevamo fare diversamente? Come abbiamo fatto a non accorgerci? Come può essere questo nostro figlio? Perché vedete, a volte penso che Filippo potrebbe essere mio figlio, tuo figlio, figlio ci ciascuno di noi. Nessuno di noi è talmente sicuro di se stesso da essere immune da questa possibilità.
Filippo ha compiuto un gesto enorme, tragico, assurdo, folle e per questo suo errore deve pagare severamente; ma guai a noi trattarlo come un reietto, come un escluso, uno che non appartiene alla nostra comunità, uno che deve essere bandito dalla umana socialità. Nessuna scusa, nessuna giustificazione o attenuante. E tuttavia, pensando al papà di Filippo, penso che nessuno di noi può pensare di esorcizzare quello che è accaduto semplicemente espellendo l’elemento “malato”, bandendo il soggetto “sbagliato” e rimuovendo così dalla coscienza collettiva il crimine che ha compiuto.









Lascia un commento