La notizia non è certamente da prima pagina e tuttavia incuriosisce per la sua stranezza ed interroga il pensiero, proprio a motivo della sua singolarità. La polizia britannica ha informato che sta indagando per un caso di violenza sessuale ai danni di una sedicenne suddita di sua maestà. La notizia, per quanto dolorosa, non avrebbe raggiunto i clamori della cronaca se l’atto di violenza non fosse avvenuta nel metaverso. Per chi non fosse familiare con il tema, le cose sono andate più o meno così: la tecnologia informatica ci permette di abitare delle realtà virtuali (attraverso degli schemi, visori o tute nel caso di esperienze immersive) nel quale una sorta di alter ego dell’utente, in gergo chiamato avatar, compie le stesse azioni che potrebbe eseguire nel mondo reale: si muove, parla, cammina, canta e così via. In pratica una “copia virtuale” di noi vive in un altrove che non è soggetto alle regole del reale, ai suoi vincoli e ai suoi limiti. Nella realtà virtuale, il nostro avatar potrebbe volare, andare sulla luna o prendere un thè in compagnia di Cleopatra, facendo esperienze che si avvicinano sempre di più, in termini di coinvolgimento e credibilità, a quelle reali.
Il caso riportato dal Daily Mail racconta di una sedicenne inglese che, nel metaverso, è stata aggredita “virtualmente” da altri utenti, a tal punto che, secondo quanto riportato dal giornale britannico, «ha sperimentato lo stesso trauma psicologico ed emotivo di chi viene violentata nel mondo reale». Benché non sia il primo caso segnalato, è evidente che il fatto apra scenari decisamente inediti non solo per la cultura giuridica ma anche per la nostra comprensione dell’umano. È possibile parlare di violenza quando questa viene compiuta da degli avatar in una realtà che, per definizione, è virtuale? Essa deve essere trattata alla stregua di una violenza fisica o possiede una sua fattispecie particolare? È possibile individuare un soggetto responsabile? Ma prima ancora esiste una responsabilità oggettiva dell’utente? Chi è chiamato a regolare un comportamento all’interno di un mondo che “non esiste” ma che produce i propri effetti sulla sensibilità dei suoi utenti?
La rapidissima evoluzione tecnologica pone problemi sempre più complessi alla nostra capacità etica e di comprensione del mondo. Il confine tra reale e virtuale diviene sempre più fluido e labile, il senso dell’agire umano viene sfidato su terreni sconosciuti e rivoluzionari, in cui il significato delle parole perde consistenza e spessore ed in cui emergono categorie, valori ed individualità che fatichiamo a comprendere e normare.
Potrà forse sembrare strano ma credo che lo sviluppo vertiginoso della tecnologia esiga uno sforzo filosofico ed etico nuovo, non solo per regolare o punire gli eccessi, ma per maturare categorie nuove attraverso cui leggere quella particolare forma di esperienza umana che si sta affermando nel mondo post-moderno ed ipertecnologico. Chi è l’uomo, cosa significa agire, che valore hanno le parole ed i gesti, che senso assume la responsabilità e la libertà, cosa siano la legge e la giustizia, sono tutte domande a cui non possiamo rispondere utilizzando categorie che appartengono ad un mondo che non esiste più. È come pensare di spiegare cosa sia l’elettricità cercando le risposte nei testi di Platone.
Servono parole nuove, nuovi pensieri, nuove categorie che ci permettano di abitare il nostro tempo senza tradire il senso profondo della nostra umanità. Benché fatto della stessa carne, l’uomo del 2024 non è lo stesso che abitava nell’antica Roma o nel tempo della cristianità medioevale. Occorre un’opera di traduzione che sappia nuovamente raccontare i fondamentali dell’umano all’inizio del terzo millennio.
La scienza e la tecnologia ci permettono di fare ogni giorno cose nuove, esperienze innovative e ci spingono a tagliare nuovi traguardi, spalancando dimensioni inedite e disorientanti. Queste nuove opportunità esigono di essere accompagnate da una rinnovata capacità di comprendere il senso delle cose, riconoscendo nuovi significati a quanto accade. Chi sono, da dove vengo e dove vado sono le eterne domande che accompagnano l’uomo ma che chiedono oggi risposte capaci di sostenere il peso del tempo.
Pubblicato su Il Cittadino del 12 gennaio 2024









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