Parole di carta

Buen Viaje!

There are those who travel to leave and those to return; some to escape from home and others to come back there.
There are those who travel for passion and those for duty; some with enthusiasm, some with a sore step; there are those who do it with joy and those who are moved by pain; some with passion, others out of desperation.
There are those who travel to know and those to forget; some for the desire to go “beyond” and some in the humble hope of finding a “where”.

There are those who travel to seek love and those after the love is over; someone sets out because he feels a hole inside and others because they attempt to fill up that hole.
There are those who travel in search of a destination and those just for the sake of the journey; some to cross a finish line and some to not stay still.
There are those who travel to meet people and those just to meet themselves.
There are those who travel to challenge themselves and those to come out of the test that life has put in their path.

There are those who travel to get lost and those to face themselves again.
There are those who travel with huge luggage and those only with the essential; some with a soul swollen with thoughts and feelings and some poor and miserable, deprived of everything and everyone.
There are those who travel having carefully planned the way and those simply putting one foot behind the other, following their star.
There are those who travel with courage and audacity and those with fear and despair.

We are all traveling, each with their own passion, following their own dreams or fleeing their own ghosts.
The journey belongs to us or maybe we belong to it.
Life is a journey, a journey to take one step at a time, sometimes towards something other times towards nothing. But always moving

Parole di carta

precari…

Precario fino a qualche tempo fa era l’aggettivo che definiva una persona senza un impiego a tempo indeterminato o, in altri termini, colui che non aveva ancora trovato il classico “posto fisso”, con tutte le garanzie ed i benefit annessi. La precarietà era una condizione che, nel linguaggio comune, era associata quasi esclusivamente al mondo del lavoro, giacché le società occidentali garantivano una discreta forma di protezione, di assistenza e tutela. Si era sì “precari”, lavorativamente parlando, ma dentro un mondo tutto sommato “sicuro” e stabile.

Ho la sensazione che i recenti avvenimenti abbiamo come esteso il dominio semantico di questa parola e la condizione di precarietà abbia in qualche modo abbandonato il ristretto, seppur vitale, ambito professionale. La pandemia prima e la crisi ucraina poi hanno accelerato un processo di “precarizzazione esistenziale” che aveva già segnato la cultura post-moderna della globalizzazione e che oggi ritrova espressioni assai più acute e pervasive.

C’è un senso latente di insicurezza che si insinua nella nostra società, una percezione di incertezza che ammorba il nostro sentire personale e comunitario. Un piccolo virus invisibile allo sguardo ed una violenza bellica che pensavamo ormai estirpata dal suolo europeo hanno fatto vacillare le nostre – forse apparenti – sicurezze e protezioni, lasciandoci esposti all’imprevedibilità incontrollabile della natura e agli umori aggressivi e violenti del cuore umano. Ci siamo ritrovati esposti, deboli, indifesi, insicuri, vulnerabili ed impotenti nei confronti del male che accade fuori e dentro di noi. Al mondo globalizzato, dinamico e competitivo, che aspirava a garantire quanto meno un po’ di sicurezza e di protezione, si sta ora sostituendo una situazione in cui la minaccia sanitaria, lo spettro della guerra e le inevitabili conseguenze economiche che ne potrebbero derivare, rendono il futuro assai incerto e fosco.

In questa nuova condizione di “post-modernità precaria” non sono solo i sistemi economici e sociali ad essere messi sotto pressione ma anche il senso della nostra soggettività, la consistenza della nostra vita, la permanenza della nostra persona. Stiamo diventando persone “esistenzialmente fragili”, gente che è chiamata a fare i conti con un senso profondo di insicurezza personale e familiare. Che ne sarà di me, della mia famiglia, della mia comunità? Che speranza alimenterà il futuro mio e dei miei figli? Quale coraggio saprà spronarci ad andare avanti e a lottare per un mondo migliore?

Forse, a ben vendere, la prima forma di fragilità che sperimentiamo non è quella medica, militare o economica, ma è quella che alberga nella nostra anima, che agita i nostri sogni, che segna indelebilmente le nostre vite, scosse come piccole scialuppe in un mare in tempesta. Percepiamo tutti un bisogno di stabilità che, forse, va al di là del contro in banca o della stabilità lavorativa: è una stabilità che afferisce al senso profondo che diamo alla nostra vita, all’orizzonte di significato in cui collochiamo la nostra esistenza e alla luce che è capace di illuminare il nostro futuro.

Tra pochi giorni celebreremo la Pasqua annuale, mistero di morte e di vita, annuncio di liberazione di speranza per l’uomo. Quell’evento accaduto duemila anni fa ha la pretesa di modificare il corso delle storia e di offrire all’uomo uno sguardo capace di andare oltre: oltre il dolore ed il fallimento, oltre la sconfitta e la perdita, oltre la rovina e la morte. Quell’uomo nazzareno finito in croce ha l’ambizione di offrire una chance alla nostra fama insaziabile di vita e di sicurezza, di bene e di futuro. Penso che se la nostra fede vuole avere ancora qualcosa da dire all’uomo di oggi, deve tentare non dico di rispondere, ma quanto meno di sintonizzare le proprie frequenze sulla precarietà esistenziale che attraversa le nostre vite. O la fede diviene una luce, seppure flebile, fioca e debole, tuttavia capace di illuminare le tenebre che si addensano fuori e dentro di noi, o rischia di trasformarsi in un oggetto da museo, un pezzo di antiquariato, un soprammobile inutile e, a ben vedere, sterile. 

pubblicato su Il Cittadino del 13 Marzo 2022

Parole di carta

mamme e papà sotto le bombe

È una notte tranquilla nel mio piccolo paese, stranamente quieto e calmo, senza macchine che sfrecciano lungo la strada o giovani che strillano la loro intensa vitalità. C’è silenzio attorno, quasi una pace irreale ma decisamente propizia e benigna. Mia moglie dorme accanto a me e so i miei figli al sicuro nelle loro stanze, stanchi anch’essi dopo una lunga giornata di impegni e di studio.

La televisione che è rimasta accesa, anch’essa muta, rilancia immagini che arrivano dall’Ucraina per l’ennesima notte di guerra e di terrore. Quanto stride la notte silenziosa nella mia casa con quella che altri uomini dovranno trascorrere a poche centinaia di chilometri dal mio paese! La loro notte, come accade da un mese a questa parte, sarà interrotta dal suono delle sirene anti-aereo, dal boato delle bombe, dal pianto dei bambini spaventati, dal botto degli edifici che cadono vicino a loro. Ma forse il “rumore” che davvero inquieterà la loro veglia sarà l’angoscia che nasce da un cuore affranto e provato, dall’apprensione per la vita loro e dei loro figli, lo strazio di non sapere che ne sarà di loro, delle loro cose, della casa, del lavoro, dell’incolumità di tutti coloro che vivono in quella terra martoriata. 

Penso ci sia un dolore lancinante che trafigge il cuore di ogni padre che non sa come proteggere i propri figli; c’è un terrore muto nello sguardo di ogni madre che vede la vita dei propri ragazzi continuamente esposta alla morte. Mettiamo la mondo i nostri figli e vogliamo per loro il bene, sudiamo e fatichiamo per dare loro un futuro quanto meno sereno e promettente. È il senso profondo che abita il cuore di ogni genitore su questo pianeta: fare sì che la vita diventi una promessa buona per coloro a cui abbiamo donato l’esistenza. Nessun figlio chiede di nascere, né di abitare questo mondo. A ben vedere vi è una scelta radicale e persino “violenta” all’origine della loro vita: quella di un padre e di una madre che “hanno imposto” l’esistenza, proprio in nome del fatto che essa è stata buona e affidabile prima di tutto per loro genitori. Poniamo i nostri figli nella vita, senza il loro consenso, perché essa è il dono più grande che possiamo fare loro, un regalo talmente affidabile per noi che merita di essere condiviso.

Ebbene: a quale bene, a quale promessa, a quale futuro può aprire un padre ed una madre di Mariupol quando le bombe cadono minacciose sopra lo loro testa, quando l’acqua è una merce indisponibile, il cibo un lusso per pochi e la vita un bene a tempo?

Vi sono città in Ucraina dove l’umanità appare un miraggio impossibile, dove le regole elementari dell’esistenza vengono sovvertire da una crudeltà immonda e dove essere padri e madri è una sfida che sfiora il confine dell’eroicità e del martirio.  Vi sono padri e madri in Ucraina che non sanno come assolvere il loro basilare compito, incapaci di introdurre i figli, che essi hanno generato, alla fiducia e alla speranza, che sono l’abc di ogni esistenza. È drammatico questo pensiero, è straziante solo l’idea che, vicino a noi come in molte aree remote del pianeta, vi sono padri e madri che provano una tale pena per i loro figli.

C’è silenzio in questa notte di inizio primavera; c’è pace nella mia casa, sicurezza tra le mie mura. Che in questo nostro silenzio trovi eco il grido di tanti padri e madri la cui voce resta colpevolmente inascoltata.

da Il Cittadino del 31 marzo 2022

Parole di carta

vizi e virtù

Come usciremo da questi tempi faticosi e bui? Dopo una pandemia mondiale anche una guerra inattesa e feroce viene a minare la nostra speranza verso il futuro. All’iniziale ottimismo che confidava che da questo tempo di prova ne saremmo di certi usciti migliori, ecco soggiungere una percezione più moderata e realistica che il bene non è un dato scontato, il miglioramento non ha nulla di automatico e naturale e che la ripresa non rappresenterà necessariamente un passo avanti per la nostra vita. Nasce da questo interrogativo e da questo dubbio esistenziale la mostra “Vizi e Virtù” allestita presso il Conventino dall’associazione culturale “I Ricci”.

È singolare questo fatto: incertezza per il futuro ci spinge a rispolverare parole antiche e un po’ desuete, che pensavamo appartenessero ad un bagaglio ormai dimenticato in soffitta e coperto da tre dita di polvere. I vizi e le virtù sono parole che appartengono ad un’altra epoca, ad una riflessione morale che intendeva indagare il cuore dell’uomo per scoprire quanto vi fosse di buono e di malvagio dentro di sé. Forse la provocazione dei Ricci intercetta questi antichi vocaboli riscoprendone una vitale rilevanza anche per l’oggi: non saranno le prove a renderci automaticamente migliori, se ad esse non sapremo rispondere con comportamenti ed atteggiamenti virtuosi. Tommaso ci ricorda che le virtù sono delle disposizioni naturali dell’animo a compiere il bene, degli “habitus”, delle abitudini, secondo il pensiero dell’aquinate. La domanda allora non è: “saremo migliori?” ma: “sapremo essere virtuosi?”, vincendo quei vizi che mortificano la nostra umanità pienamente liberà e feconda?

Il percorso, suggestivamente ospitato dalle brulle mura in mattone a vista del Conventino, si articola in diverse sezioni a piano terra e al piano superiore. Il piano terra offerte approfondimenti monografici a loro modo sofisticati e suggestivi: artisti di chiara fama offrono un loro personale contributo alla narrazione con pezzi e oggetti di varia fattura e grazie ai quali la proposta artistica segue tangenti ricche e stimolanti. Dioniso Urban per il vizio della lussuria, Regina Queen, De Liguoro e It’s Milly per il vizio dell’invidia, Valerio Brambilla, Claudia Reccagni e De Liguoro per la superbia

La bella esposizione al piano superiore invece segue un percorso più “tradizionale” ed, in certo qual modo, convenzionale, in cui ai ragazzi della 3A della Don Gnocchi è affidato il racconto delle virtù della prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza mentre nel salone centrale un variegata raccolta di oggetti artistici indaga il complesso mondo dei vizi.

Non è difficile per il visitatore lasciarsi interpellare dalle intuizioni che animano le opere esposte nel salone principale: certo c’è la mano abile dell’artista, capace di cogliere quell’elemento, di intercettare un vissuto, di catturare una sensazione o un concetto sulla tela; ma forse, prima di tutto, c’è la forza immediata di quelle debolezze che ci parlano con naturale espressività. Se di fronte alle virtù ci sentiamo tutti un poco impacciati ed in difetto, l’esperienza dei vizi è qualcosa di assai più vicino e tangibile nella nostra vita. In fondo, chi di noi non ha sperimentato, nelle proprie giornate, il piglio  della superbia, la tentazione dell’avarizia, la lusinga della lussuria, il capriccio dell’invidia, il richiamo della gola, la forza dell’ira o la passione triste dell’accidia?

La vitalità dell’arte consiste proprio nella capacità che ogni espressione artistica possiede di raccontare quello che ci si muove dentro, di restituirci un intuizione che getta nuova luce su quello che viviamo talvolta in modo anonimo ed irriflesso. Così come fa, uno sui tanti di cui si potrebbe parlare, Linda Gerlini attraverso una sua suggestiva foto dal titolo “gola”: una meringa a forma di fungo posta nel terreno su sfondo scuro allude alla seduzione del cibo, oggetto del piacere e alimento potenzialmente velenoso, bramato da tre dite che lo sovrastano e che grondano desiderio. Ecco dunque che il cibo è nutrimento e veleno, vita e morte, in questa dialettica irrisolta che l’artista volutamente non scioglie nella sua opera.

Se la precedente mostra de “I Ricci” ci offriva un viaggio nelle vicende della vecchia Laus, ora il percorso si fa più personale, quasi intimo direi, alla scoperta non dei fatti storici accaduti secoli fa ma di quei moti interiori che animano tuttora il nostro spirito, di quelle passioni, sane o distruttive, che muovo l’uomo di oggi, come quello di sempre.

In fondo è lo specchio appeso in fondo alla sala e che il visitatore incontra alla fine del percorso della mostra, la chiave di volta del viaggio che l’arte ci invita qui a fare. È l’invito a guardarsi dentro, ad indagare la propria interiorità, a sondare il proprio spirito, mossi dalla domanda “Tu di che vizio sei?

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Marzo di LodiVecchio Mese

Parole di carta

resiste chi ha legami solidi

Chiunque osservi con occhi un po’ ludici e disincantati la vita delle nostre comunità non può che costatarne un progressivo impoverimento, una evidente riduzione dei suoi spazi vitali ed una tendenza ad un triste ripiegamento su se stesse. Il tempo della pandemia ha provocato ferite e strappi all’interno del tessuto della vita comunitaria che non saranno facili da ricucire e da sanare. Penso, qui in primis, alle nostre comunità ecclesiali, ma credo che una considerazione analoga valga per le diverse comunità umane che abitiamo: quelle civili, culturali, politiche, lavorative, etc. Il tempo dei COVID ha depotenziato la vitalità delle nostre comunità, lasciando i suoi membri spesso in preda dello spaesamento, del dubbio, dell’incertezza sul domani, come paralizzati nel muovere un passo in avanti.

Alcune comunità hanno saputo resistere con maggior resilienza alla sfida della pandemia e si sono rivelate maggiormente attrezzate per affrontare i tempi avversi; altre invece hanno patito maggiormente la fatica ed il disorientamento che questi tempi hanno portato. Una po’ come accade nella parabola raccontata da Matteo: “cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa” ma le stesse intemperie ebbero effetti diversi sui due edifici, a motivo delle diverse fondamenta poste alla base della costruzione.

Alcune comunità hanno mostrato una maggior capacità di adattamento e di risposta alle sfide dell’oggi, probabilmente a motivo delle maggiori energie e risorse presenti, per la maggior fantasia e creatività dei suoi membri, per il coraggio e l’audacia che le contraddistingue e pure per la presenza di risorse umane, morali, economiche e tecnologiche che le hanno aiutate ad affrontare la minaccia. Altre sono state assai più esposte alle intemperie e portano cicatrici profonde e che resteranno nel tempo.

Penso, tuttavia, che, oltre a quelli già indicati sommariamente prima, vi sia stata una “roccia” ancora più solida che abbia rappresentato il vero fattore di resistenza di quella fortunate comunità: la salda rete di legami che strutturano la vita comunitaria.

Le comunità ecclesiali (ma, in egual misura, anche di altra natura) che avevano fatto dell’elemento esteriore, formale ed istituzionale il solo fattore di appartenenza, hanno subito una violenta, e talvolta rovinosa, scossa. L’impossibilità di riconoscersi in momenti, riti, cerimonie, prassi ed appuntamenti pubblici hanno, di fatto, impedito a queste comunità di continuare a percepirsi come tali e le hanno spinte lungo una china triste in cui l’allentamento dei legami e l’individualizzazione della fede rischiano di essere i soli punti di approdo.

Ci sono state invece altre comunità in cui il calore dei legami, la forza e la profondità delle relazioni e l’appartenenza ad un “noi” sono statti fattori decisivi di sopravvivenza e resistenza. Sono comunità in cui il principio affettivo ha innervato quello formale ed istituzionale e ha fornito energie e risorse per resistere.

Mi chiedo se queste considerazioni non ci forniscano, indirettamente, anche indicazioni circa la strategia da adottare per uscire da questa crisi. Mi chiedo se la pandemia non rappresenti un appello alle nostre comunità, ecclesiali e non solo, a diventare fucine di relazioni, crogiuoli di legami, luoghi in cui la fraternità diventi cifra e stile della nostra appartenenza. Temo che senza una charitas affettivamente percepita e vissuta, senza la forza di legami resistenti e motivanti, senza un vincolo fraterno emotivamente connotato, il principio formale ed istituzionale non basterà a garantire la sopravvivenza di comunità numericamente sempre più ridotte e culturalmente sempre più marginali.  

Pubblicato su Il Cittadino di oggi

Parole di carta

breathe… breathe…

“Breathe … breathe .. take a breath …” we usually say to those who go through a moment of anxiety, fear or panic. Regularizing your breathing is always an excellent strategy to calm down and to deal with difficulties, without that weight on the stomach that takes away clarity and consciousness. “Breathe!” is an invitation to stop, not to lose the control, not to be overwhelmed by the events. “Breathe!” is the strategy to survive in face of the problems that suffocate and that, in fact, take your breath away. Breathing is a natural and unconscious movement which anxiety is able to interrupt. Like a melodic song that comes out of the genuine mouth, that dread cuts off with unwanted intervals and sighs.

The invitation to breathe oversteps the pure biological mechanics and the natural lung physiology. It evokes a much more radical and vital dynamic for our life: the one that relates to inhaling and exhaling, to receiving and releasing air. Breathing is the act that moves between taking and leaving, assuming and losing. It is the dynamic that accompanies all of life, made up of continuous grasping and releasing. The experience is structured around these two gestures as elementary as they are vitally fruitful: in our times we welcome and give words, people, gestures, events and pains, affections and smiles, joys and efforts. Our time is animated by this singular “trade” between us and the world, this  exchange which makes life fully human and joyfully fruitful.

Then the invitation to breathe refers to something more than a simple relaxation technique: it is the encouragement to tune in with the progress of life, the logic that governs the passage of time, the mechanics that make life possible. In other words: remember to accept but also to let go; remind yourself to hold back but also to liberate, to dissolve, to release. How many times in life do we feel so morbidly attached to something to the point of feeling imprisoned by it? How many times does our grasp become a prison, our welcome a cage, our hospitality a confinement? Let’s learn to take and let go, just like we do with the air we inhale; let’s practice embracing but also distancing, letting go, creating distances.

One thing I have learned over time: perhaps we never really possess what we by force hold back and sometimes letting go is just an alternative way to enjoy something with unpredictable novelty…

Parole di carta

Grazie Presidente!

Termina, in questi giorni, il settennato del presidente della repubblica, un settennato complesso e ricco, forse uno dei più impegnativi della storia repubblicana. Sono stati anni attraversati da forti cambiamenti sul piano internazionale ed interno, percorso da intense spinte populiste che hanno destabilizzato ed, in alcuni casi, messo a rischio la tenuta istituzionale del nostro Paese. Ci stiamo lasciando alle spalle un tempo in cui la globalizzazione squilibrata della finanza ha fomentato pulsioni antisistema ed urti populisti che hanno scosso alla radice le società occidentali e non solo. Lunghi anni culminati con la non facile gestione dell’ondata pandemica, forse uno dei momenti più difficili e critici del nostro paese e dell’intera Europa, dalla fine della seconda guerra mondiale.

Non è stato certamente facile rappresentare il vertice dell’unità nazionale e la suprema magistratura repubblicana in questi tempi di burrasca, ruolo che il presiedente Mattarella ha svolto con riconosciuto apprezzamento ed evidente equilibrio.

Rileggendo l’ultimo messaggio di fine anno, che rappresenta quasi un lascito del presidente alla nazione, tra le molte che si potrebbero citare, tre mi paiono le parole essenziali che hanno segnato il settennato che si sta ora concludendo: sobrietà, speranza e comunità.

Il presidente Mattarella ha sempre testimoniato una presenza sobria, asciutta, quasi dimessa: lo stile discreto, le parole misurate, i gesti controllati ed umili lo hanno fatto apprezzare come una persona integra, saggia, insensibile alle sirene della spettacolarizzazione mediatica, alle luci della ribalta, della parola o del gesto ad effetto. Lo stile pacato ha, tuttavia, saputo coprire distanze che la boria di taluna politica mai sarebbe stata capace di colmare. Il presidente ha parlato al cuore della nazione, con garbo ma anche con verità e franchezza, indisponibile a “lisciare il pelo” alle pulsioni più in voga o a cavalcare lo sdegno e il disagio sociale. Quella del presiedente è stata una sobrietà responsabile, matura, oserei dire paterna, capace, da una parte, di sintonizzarsi con le istanze più profonde del Paese e, dall’altro, di non venire mai meno alla propria responsabilità istituzionale e civile. Una sobrietà lucida ma mai disillusa, mai cinica, mai rinunciataria.

È infatti la parola speranza la seconda che, a mio avviso, descrive bene la parabola del presidente. Mattarella è stato un grande costruttore della speranza collettiva del nostro Paese, anche in tempi (gli ultimi, in ordine di tempo, segnati dalla pandemia) in cui non era facile mantenere e custodire uno sguardo aperto al futuro. La speranza a cui il presidente ha più volte richiamato il Paese non era un vago senso di ottimismo né l’illusione che le cose sarebbero andate necessariamente meglio. La speranza invocata e testimoniata da Mattarella nasce dal riconoscimento delle straordinarie potenzialità e risorse che sono nascoste nel tessuto sociale e comunitario del nostro popolo. La speranza nasce dal saper onorare i beni morali, intellettuali, religiosi e sociali che hanno segnato la storia del nostro popolo e che, benché un po’ offuscati, ancora costituiscono l’architettura portante del nostro vivere insieme. 

C’è in fondo, e veniamo qui alla terza parola, un senso profondo e ricco della comunità nelle parole e nei gesti del presidente della Repubblica. Per Mattarella la nazione è anzitutto comunità, rete di relazioni e di vincoli sociali, luogo nel quale si esercitano i diritti di cittadinanza ma anche i doveri di solidarietà e di aiuto reciproco. Siamo popolo ma non in senso nazionalista, autocratico o identitario. La comunità a cui il presidente ha sempre richiamato ha sempre i tratti dell’inclusione, della solidarietà, del rispetto della persona umana, della cura dell’altro e dell’attenzione al fratello ed al povero. Siamo chiamati ad essere una comunità aperta ed accogliente, giusta e rispettosa, nella quale il valore della legalità sa coniugarsi con l’imperativo etico della solidarietà.

Mi piace pensare che sia questa l’eredità morale e politica che il presidente Mattarella lascia al popolo italiano: la testimonianza di una politica seria e sobria, lo sguardo di speranza sul domani e il riconoscimento delle relazioni vitali che fanno di noi una comunità nazionale.

(pubblicato su Il Cittadino del 26 Gennaio 2022)

Parole di carta

Natale: che stupore!

Natale è la festa dello stupore, del dono inatteso, dell’accadimento imprevisto, dell’avvenimento sorprendente. Basta leggere alcune pagine dei Vangeli, che raccontano questa nascita tanto attesa quanto impensabile, per rendersi conto che è la meraviglia l’atteggiamento che attraversa questo tempo dell’anno. Maria, Giuseppe, i pastori, i Magi, la gente, Simeone ed Anna, persino Pilato sono tutti esterrefatti per quello che è accaduto, per un evento che nessuno di loro avrebbe mai messo in conto di vivere o di cui essere spettatore.  

Anche oggi la sorpresa è la cifra più vera di questi giorni a cavallo tra il vecchio ed il nuovo anno: mi chiedo se il nostro scambiarci regali o fare doni ai più piccoli, non siano in realtà gesti che vanno al cuore della questione: quella di farci nuovamente sperimentare la meraviglia per quello che accade, lo stupore per l’esistenza, la sorpresa per il bene che ci viene elargito senza che magari lo abbiamo chiesto.  In un mondo che pianifica, prevede, progetta, valuta, definisce, pronostica e controlla, sperimentare nuovamente la meraviglia dell’inatteso e lo stupore dell’ineffabile non è certo cosa da poco. Significa guardare all’esistenza, almeno per un attimo, da un punto di vista differente e forse un po’ eretico: quello che fa del dono, dell’attesa, della speranza e della fiducia la grammatica della vita, il vocabolario dell’esperienza.

Ma da dove genera questa sorpresa, dove nasce la meraviglia, dove si accende lo stupore? Cosa rende i nostri occhi pieni di sorpresa, quale sbigottimento sequestra il cuore, quale notizia scuote il nostro sonno pigro? “Lo stupore cristiano non trae origine da effetti speciali, da mondi fantastici, ma dal mistero della realtà: non c’è nulla di più meraviglioso e stupefacente della realtà! Un fiore, una zolla di terra, una storia di vita, un incontro… Il volto rugoso di un vecchio e il viso appena sbocciato di un bimbo. Una mamma che tiene in braccio il suo bambino e lo allatta. Il mistero traspare lì.” (Francesco, omelia al Te Deum, 31 gennaio 2021)

C’è lo stupore dell’irrealtà, di quanto ci porta lontano dalla quotidianità delle cose, di ciò che spalanca verso dimensioni etere, mistiche, luoghi nebulosi ed esotici, atmosfere oniriche, falsamente spirituali, posti dove la suggestione si mescola con la fantasia e l’utopia. E poi c’è la meraviglia tutta cristiana di un bambino che nasce, di un corpo debole e indifeso, di una realtà talmente misera da rischiare di essere irrilevante. Eppure “il mistero traspare da lì”, da quelle cose feriali e banali che abitano le nostre esistenze, da quella quotidianità fatta di terra, di volti, di incontri, di fiori e di sguardi, di abbracci e di tocchi. Il Natale ci racconta e ci testimonia che la nostra povera carne sa custodire il Mistero della Vita, che le cose sono assai più “dense” di quello che i nostri occhi sanno intravvedere, che c’è “un di più” nelle banali ore dell’esistenza che chiede di essere riconosciuto, accolto ed onorato.

Mi chiedo se non sia questo un buon augurio che ci potremmo fare vicendevolmente per il nuovo anno: quello di custodire quel divino senso dello stupore che ci fa scorgere la bellezza della vita dentro ogni piccola cosa, dentro ogni timida gioia ed ogni acuto dolore; quello di alimentare lo sguardo che sa scorgere oceani dentro una pozzanghera e orizzonti infiniti al di là del pezzetto di cielo che scorgiamo attraverso le finestre di casa nostra.

Pubblicato su Il Cittadino di oggi

Parole di carta

un amico sotto l’albero

L’arrivo tra pochi giorni del Natale porta con sé il tradizionale scambio di auguri: per tutti c’è un auspicio di salute, benessere, serenità, ricchezza e pace. È un rito ormai abituale e, tutto sommato, piacevole: con tutto il dolore che c’è nel mondo, augurarsi l’un l’altro un po’ di bene è qualcosa che rinfranca un po’ il cuore.

Per non tradire le usanze vorrei quindi dedicare questo pezzo natalizio all’espressione di alcuni auguri che rivolgo in primis a me stesso e ai miei cari ma che estendo a tutti coloro che leggono con fedeltà questo giornale.

Riflettevo su quello che sarebbe bello sperare per noi, in occasione di queste nuove feste e del nuovo anno che ci attende. Ebbene, per questo Natele vi auguro di trovare un amico. Lo so, è una cosa semplice, forse un po’ banale e convenzionale, un po’ scontata e prevedibile, eppure, in questi tempi duri che stiamo tutti ancora attraversando, non riesco a pensare ad un regalo più bello per le feste che ci attendono.

Vi auguro allora di incontrare qualcuno che, nel vostro cammino, vi faccia il dono della sua amicizia, che vi regali un pezzo della sua esistenza, che sia disponibile a condividere un tratto di strada con voi.

Vi auguro di trovare qualcuno che sperimenti la gioia di trascorrere del tempo con voi, che goda della vostra presenza, che partecipi dei vostri giorni con tutte le sue gioie e le sue fatiche.

Vi auguro di incontrare qualcuno che sia un rifugio sicuro nei giorni difficili e faticosi e che sappia celebrare con voi i successi, per quanto apparentemente minimi ed insignificanti per gli altri.

Vi auguro di imbattervi in qualcuno che potete chiamare quando un grande dolore vi ha sequestrato il cuore o quando un gioia immensa vi ha inebriato l’animo.

Vi auguro di non accontentarvi di amici di seconda mano, di amicizie tiepide, distaccate, superficiali. Vi auguro di avere il coraggio di ambire agli affetti che abitano le alte vette e non a quei deboli sentimenti che si assestano a mezza costa.

Vi auguro di avere il coraggio e la forza di lottare per i vostri amici, anche quando la delusione ed il rancore minacceranno la vostra anima. Se nella vita c’è qualcosa che merita il nostro sacrificio e la nostra passione, quella cosa è proprio l’amicizia. C’è poco altro per cui valga la pena passare notti insonni e provare l’amarezza del cuore.

Vi auguro di incontrare qualcuno che vi faccia sentire a casa, accolti, capiti, qualcuno che abbia il coraggio di abitare anche le vostre oscurità più intime e che non fugga alla vista delle tenebre che serbate dentro. Vi auguro qualcuno che vi guardi e che, senza bisogno di troppe parole, si sieda accanto al vostro cuore e sappia medicare le ferite che nessuno vede.

Vi auguro un amico, fedele, mite, sincero, uno di quelli che è balsamo per la vostra anima e che sa, su questa terra, spalancarvi un pezzetto di paradiso. Auguri!

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Dicembre di LodivecchioMese

Parole di carta

adulti chi?

Passeggiavo l’altro giorno di fronte al centro anziani del mio paese e notavo la scritta sopra l’ingresso: “Centro diversamente giovani”. Il nome è decisamente intrigante e simpatico ma, a ben vedere, tradisce un tic piuttosto comune e diffuso nella nostra cultura, quello dell’enfatizzazione della giovinezza. C’è un desiderio quasi ossessivo di restare giovani, di non invecchiare, di mantenere quella freschezza e quell’entusiasmo che appartengono alla prima fase della vita, a tal punto che anche un centro destinato a qualcuno che giovane certo non è più, per risultare “attraente”, deve rivestirsi di un non so che di giovanile, di sbarazzino e di fresco. Come se diventare vecchi fosse qualcosa da dimenticare, da rimuovere dal nostro linguaggio, quasi fosse un elemento che turba e destabilizza.

Basta guardare la pubblicità per rendersi ben conto dei modelli che la nostra cultura propugna: i protagonisti sono persone felici, giovani, solari, attive e dinamiche. Qualora si tratti di prodotti destinati ad una fascia anziana, il modello proposto è comunque quello di una vecchiaia energica ed esuberante, con vispi anziani che giocano a tennis o si intrattengono al parco con i nipotini. Testimoniano questa tendenza anche i numeri del mercato della cosmesi, della chirurgia estetica o dell’intrattenimento per persone mature (palestre, viaggi, locali…).

Se esiste un’attesa di salvezza da parte dell’uomo di oggi, questa ha sicuramente un nome: essere e restare giovani. Fuori dalla giovinezza pare non sia possibile sperimentare una vita buona e felice.

Questo giovanilismo di ritorno, questa (talvolta patetica) ossessione a non invecchiare, credo abbia un evidente “effetto collaterale”: la scomparsa della generazione degli adulti. L’adultità, con tutto ciò che esso significa e comporta, non ha più diritto di dimora nel nostro mondo e viene espulsa come un elemento spurio ed incoerente con le logiche di fondo che regolano le società contemporanee. Scompaiono gli adulti e con essi la presenza di persone che compiono scelte definitive ed impegnative, persone che sanno vivere la fedeltà e la responsabilità come cifra essenziale della propria esistenza, persone capaci di progettare la propria vita, assegnandosi mete e obiettivi nobili e superiori. L’età adulta è quella in cui si matura il senso delle cose, una direzione nella vita, un sano dominio di sé e la capacità di fare i conti con la propria finitezza, fragilità e vulnerabilità. Tutto questo oggi manca (o magari solo difetta) e le nuove generazioni sono impossibilitate a misurarsi con adulti che sanno rendere ragione delle loro idee, pensieri e convincimenti. La generazione dei più giovani è costretta a confrontarsi con persone di decenni più anziane ma che condividono le medesime insicurezze emotive, le stesse peregrinazioni esistenziali, le stesse insofferenze ed insoddisfazioni. Alcuni la definiscono una nuova generazione Peter Pan, che fa della mancanza di un approdo definitivo nella vita la cifra simbolica del proprio stato. I moderni Peter Pan sono in perenne ricerca di gratificazioni e riconoscimenti, affamati di legami superficiali ed appaganti, predestinati a un nomadismo esistenziale senza sosta né meta.

Questo mondo senza adulti vive la drammatica assenza di una delle qualità essenziali dell’adultità: l’essere generativo. La crisi di natalità è solo l’epifenomeno di una crisi ben più radicale e profonda e che afferisce a quella sterilità affettiva e spirituale che ammorba la generazione dei neo-adulti. Non facciamo più figli perché prima di tutti abbiamo smarrito la nostra capacità generativa, che è assai di più della sola facoltà riproduttiva. Generare è aprire alla vita, è saper introdurre altri all’esistenza, con gratuità, libertà e passione. Generare è lasciare spazio, dare la vita, sostenere nel cammino, condividere le fatiche e le gioie, essere presente nelle difficoltà, celebrare i successi, lasciar andare e prendere congedo. I moderni Peter Pan sono gente sveglia, brillante, ricca di interessi e di hobbies, in possesso dell’ultimo smart phone e attiva sui social. Peccato che tutta questa energia venga spesa in un narcisistico ripiegamento su se stessi tanto triste quanto infecondo.

pubblicato su Il Cittadino del 23 Novembre 2021