Parole di carta

adulti chi?

Passeggiavo l’altro giorno di fronte al centro anziani del mio paese e notavo la scritta sopra l’ingresso: “Centro diversamente giovani”. Il nome è decisamente intrigante e simpatico ma, a ben vedere, tradisce un tic piuttosto comune e diffuso nella nostra cultura, quello dell’enfatizzazione della giovinezza. C’è un desiderio quasi ossessivo di restare giovani, di non invecchiare, di mantenere quella freschezza e quell’entusiasmo che appartengono alla prima fase della vita, a tal punto che anche un centro destinato a qualcuno che giovane certo non è più, per risultare “attraente”, deve rivestirsi di un non so che di giovanile, di sbarazzino e di fresco. Come se diventare vecchi fosse qualcosa da dimenticare, da rimuovere dal nostro linguaggio, quasi fosse un elemento che turba e destabilizza.

Basta guardare la pubblicità per rendersi ben conto dei modelli che la nostra cultura propugna: i protagonisti sono persone felici, giovani, solari, attive e dinamiche. Qualora si tratti di prodotti destinati ad una fascia anziana, il modello proposto è comunque quello di una vecchiaia energica ed esuberante, con vispi anziani che giocano a tennis o si intrattengono al parco con i nipotini. Testimoniano questa tendenza anche i numeri del mercato della cosmesi, della chirurgia estetica o dell’intrattenimento per persone mature (palestre, viaggi, locali…).

Se esiste un’attesa di salvezza da parte dell’uomo di oggi, questa ha sicuramente un nome: essere e restare giovani. Fuori dalla giovinezza pare non sia possibile sperimentare una vita buona e felice.

Questo giovanilismo di ritorno, questa (talvolta patetica) ossessione a non invecchiare, credo abbia un evidente “effetto collaterale”: la scomparsa della generazione degli adulti. L’adultità, con tutto ciò che esso significa e comporta, non ha più diritto di dimora nel nostro mondo e viene espulsa come un elemento spurio ed incoerente con le logiche di fondo che regolano le società contemporanee. Scompaiono gli adulti e con essi la presenza di persone che compiono scelte definitive ed impegnative, persone che sanno vivere la fedeltà e la responsabilità come cifra essenziale della propria esistenza, persone capaci di progettare la propria vita, assegnandosi mete e obiettivi nobili e superiori. L’età adulta è quella in cui si matura il senso delle cose, una direzione nella vita, un sano dominio di sé e la capacità di fare i conti con la propria finitezza, fragilità e vulnerabilità. Tutto questo oggi manca (o magari solo difetta) e le nuove generazioni sono impossibilitate a misurarsi con adulti che sanno rendere ragione delle loro idee, pensieri e convincimenti. La generazione dei più giovani è costretta a confrontarsi con persone di decenni più anziane ma che condividono le medesime insicurezze emotive, le stesse peregrinazioni esistenziali, le stesse insofferenze ed insoddisfazioni. Alcuni la definiscono una nuova generazione Peter Pan, che fa della mancanza di un approdo definitivo nella vita la cifra simbolica del proprio stato. I moderni Peter Pan sono in perenne ricerca di gratificazioni e riconoscimenti, affamati di legami superficiali ed appaganti, predestinati a un nomadismo esistenziale senza sosta né meta.

Questo mondo senza adulti vive la drammatica assenza di una delle qualità essenziali dell’adultità: l’essere generativo. La crisi di natalità è solo l’epifenomeno di una crisi ben più radicale e profonda e che afferisce a quella sterilità affettiva e spirituale che ammorba la generazione dei neo-adulti. Non facciamo più figli perché prima di tutti abbiamo smarrito la nostra capacità generativa, che è assai di più della sola facoltà riproduttiva. Generare è aprire alla vita, è saper introdurre altri all’esistenza, con gratuità, libertà e passione. Generare è lasciare spazio, dare la vita, sostenere nel cammino, condividere le fatiche e le gioie, essere presente nelle difficoltà, celebrare i successi, lasciar andare e prendere congedo. I moderni Peter Pan sono gente sveglia, brillante, ricca di interessi e di hobbies, in possesso dell’ultimo smart phone e attiva sui social. Peccato che tutta questa energia venga spesa in un narcisistico ripiegamento su se stessi tanto triste quanto infecondo.

pubblicato su Il Cittadino del 23 Novembre 2021

Parole di carta

Vittorio, Facebook e noi

Pensavo di scrivere d’altro, in questo numero che esce in concomitanza con la sagra, ma la realtà, come spesso accade, ci induce a cambiare i nostri piani e modificare le nostre priorità. Un uomo della nostra comunità, Vittorio per non usare un termine troppo vago, si è tolto la vita, in modo talmente imprevisto da lasciare tutti sconvolti e basiti, incapaci di comprendere un gesto tanto estremo quanto dolorosissimo.

Il fatto, di per sé già tragico, ha avuto una risonanza mediatica particolare giacché il tutto è avvenuto in una dimensione che è una singolare fusione di reale e virtuale, uno strano (e tragico) cocktail di quanto avviene nella vita concreta e quello che avviene (altrettanto concretamente) nel mondo dei social. Non mi riferisco solo allo sciagurato dettaglio della diretta Facebook della morte, ma anche a quanto ha preso vita sui social prima e dopo il tragico gesto. È come se, mimando una versione locale di The Truman Show, il virtuale abbia preso il posto del reale, generando una “chimera” in cui non è più possibile riconoscere cosa appartenga ad una e cosa all’altra dimensione.

Il disagio esistenziale di Vittorio ha presto preso la via dei social come suo luogo “naturale” di espressione e di condivisione. Lì ha trovato ascolto, conforto ed empatia; lì ha trovato parole buone di consolazione ma anche, forse, parole di rabbia, di violenza e di disperazione. Chi si è preso cura di Vittorio nella vita reale (perché, credetemi, queste persone ci sono state)  ha dovuto convivere con una “realtà parallela” che lentamente ha preso il sopravvento, riducendo gli spazi concreti di intervento e di aiuto. Non voglio soffermarmi sulla scelta drammatica di trasmettere in diretta social la propria morte (cosa che dovrebbe a tutti noi far riflettere ed interrogare) ma la virtualità della vicenda non è terminata dopo il tragico gesto: i social hanno continuato ad essere il luogo in cui esprimere, insieme al dolore e alle condoglianze, anche il giudizio, la valutazione, le critiche e le accuse a tutti gli involontari protagonisti della vicenda.

Certo qui vale l’invito, sempre vero, a non giudicare, né di persona né sui social: quello che è accaduto appartiene al mistero della vita e credo nessuno di noi possieda la chiave per leggere e interpretare in pienezza quanto accaduto. Non giudicare non è solo un gesto di rispetto ma prima di tutto di verità, di ragionevolezza, di umiltà nel prevenire parole che sarebbero violente, eccessive, fuori luogo.  Nella tragica storia di Vittorio c’è qualcosa di più da riconoscere. Essa testimonia la drammatica “realtà” dei social: in beffa a chi li vuole ridurre a luoghi fantastici ed illusori, in essi scorrono le esistenze delle persone, i lori problemi, le loro esperienze, i loro pensieri e, nel caso di Vittorio, persino l’atto estremo del vivere. Il mondo del virtuale possiede una propria “realtà”, forse effimera, forse impalpabile, ma non per questo meno concreta ed effettiva.

Vi è una responsabilità che siamo chiamati a vivere sui social che nasce dal riconoscimento che quello che vi scriviamo, i commenti che lasciamo, le foto che postiamo, giungono alla vita delle persone che lì virtualmente incontriamo, come qualcosa di reale, di tangibile, di vivo. Che la vita e la morte di Vittorio ci donino, quanto meno, questa consapevolezza.

articolo pubblicato su Lodivecchio Mese di Ottobre.

Si riferisce ad un drammatico fatto di cronaca successo recentemente nella nostra comunità (QUI)

Parole di carta

the mask and the rice

I should admit that, on the subway, people pay a lot of attention to the use of masks: they wear them with care, covering their mouth and nose well, donning it not only inside the carriage but also on the platform and on the escalators to the exit. I must confess that it is strange in Italy to see this scrupulous respect for the rules. It is strange and at the same time comforting, because it testifies to a respect for others that I did not think was so common.  

Observing these people, masked with colorful strips, each of them with their own style and habit, I thought about how this damned virus forced us to take care of each other, perhaps in an unconscious or forced way, nevertheless in a sincere and essential way.

All those who wear the mask do not do it primarily to protect themselves but to protect others. The choice to wear this annoying device is not aimed at self-protection but at mutual protection. This measure is effective in so far as everyone decides to respect this precaution.

Do you remember the story about the rice, the heaven, and the hell? The wiseman tells that hell is like a large dining room: each of the guests is seated at the table with a huge cup of steaming rice in front of them and two very long chopsticks in their hands. Unfortunately, the length of the chopsticks prevents the fellow diners from eating all of God’s gift, leaving them a sour taste in their mouths. The astonishing thing comes when the wiseman recounts that the dining room of heaven is identical to that of hell. With one difference: the fellow diners, using their long chopsticks, feed the guests seated in front of them, allowing everyone to enjoy the excellent hot rice.

The logic is clear, isn’t it? Both the mask and the rice remind us that our happiness sometimes consists in making others happy.

Parole di carta

referendum, internet e la democrazia

La raccolta di firme per sostenere il referendum sull’eutanasia è proceduto più speditamente di quello che ci si potesse attendere. Anche quello a favore della liberalizzazione della cannabis raccoglie giornalmente un numero significativo di adesioni. Chi ricorda la raccolta delle firme in era pre-informatica non può che restarne sorpreso: allora il processo era lungo e macchinoso, con migliaia di banchetti nelle piazze ed un tam tam porta a porta per invitare le persone a recarsi in comune a depositare la propria firma. L’esito poi non era per nulla scontato: diversi tentativi andavano a vuoto giacché il numero necessario di firme non veniva raccolto nel tempo previsto.

Oggi le cose vanno ben diversamente e occorre riconoscere che, accanto all’indubbio interesse per le tematiche referendarie, anche la firma apposta elettronicamente gioca un ruolo significativo.

Sostenere una battaglia da casa, dalla comodità della propria scrivania, attraverso un semplice click anonimo al computer rende tutto assai più facile ed agevole. Non intendo dubitare della convinzione e della serietà di chi ha firmato “virtualmente”, tuttavia credo che questo crescente fenomeno meriti attenzione e qualche considerazione. L’accessibilità del processo, fatto in sé positivo, influisce sulla logica e la dinamica che la legge impone in queste situazioni. In fondo converrete con me che firmare un referendum o mettere un like a Facebook sono due operazioni tecnicamente non così distanti tra loro. Come ricordava Marshall McLuhan, in un suo famoso libro, il mezzo diventa il messaggio: la tecnologia, in qualunque situazione o circostanza, non è mai solo uno strumento neutro ed imparziale, bensì incide profondamente sul processo stesso che esso permette.

La democrazia, così come la conosciamo, a partire dall’antica Grecia fino al parlamentarismo moderno, richiede tempi e spazi specifici. Essa impone il rispetto di un processo che possiede tempi e ritmi definiti. Vale per ogni aspetto della vita democratica: dalle elezioni alle approvazioni delle leggi; dai tempi di discussione in parlamento fino alle ordinanze di una giunta comunale. Questa precisa costruzione di tempi e spazi si struttura in una specifica “ritualità democratica”. Se ci pensate bene, la democrazia vive di riti, di particolari cerimonie che scandiscono il susseguirsi degli eventi: le elezioni (a qualunque livello), i comizi, le discussioni negli organi rappresentativi, l’emanazione delle leggi, gli atti di governo, etc. 

I riti sottraggono la pratica democratica al capriccio dei singoli, la proteggono dall’istintività e dall’emotività di coloro che devono decidere. I riti obbligano, (o forse, meglio, educano) ad un processo decisionale che sia il più possibile rispettoso, meditato, ponderato e razionale. Il rito  tende a evitare la decisone istintiva, la scelta frettolosa, il provvedimento maldestro, e costringe al tempo lungo del pensiero, alla pausa di riflessione, alla valutazione attenta e ponderata del caso.  

È evidente come l’utilizzo delle tecnologie vada ad incidere su questo delicato meccanismo di protezione, rischiando di bypassare quelle norme di controllo che ne tutelano lo svolgimento. Non intendo dubitare dell’utilità delle tecnologia come occasione per allargare la partecipazione ed il coinvolgimento. Tutt’altro. Tuttavia occorre essere saggiamente vigili nel riconoscere le potenzialità ed i rischi che ogni cambiamento inevitabilmente porta con sé.

articolo pubblicato su Il Cittadino di oggi

Parole di carta

cinquecentomila firme…

Le cinquecentomila firme necessarie per chiedere l’indizione del referendum sono state raccolte con una velocità sorprendente, complice anche la possibilità di utilizzare la firma digitale. La rapidità della sottoscrizione dice molto di quanto il tema dell’eutanasia sia sentito dal popolo italiano. Diverse proposte di legge sono state depositate in parlamento, il quale però, nonostante chiare indicazioni della Corte Costituzionale, non è ancora stato capace di legiferare in materia.

Il referendum intende abrogare la norma che punisce un soggetto che concorre a dare la morte ad un persona terza consenziente, escludendo i casi di minor età, infermità mentale e di consenso estorto con violenza. In altri termini se una persona vuole darsi la morte (e non rientra nelle tre casistiche sopraindicate), chiunque l’assista nel suo gesto non è punibile a norma di legge.

Prima che si entri nella contesa elettorale, cosa assai probabile allo stato attuale delle cose, e prima che le rispettive fazioni inizino la loro (doverosa) contesa, mi piacerebbe si facesse lo sforzo di ascoltarsi per un attimo l’un l’altro, mostrando disponibilità a comprendere le motivazioni che muovono il fronte opposto. Lo strumento referendario si presta poco ad una dinamica di confronto e mediazione: la dialettica si/no stimola più le opposizioni che le convergenze. Eppure sono convinto che lo sforzo per capire le ragioni altrui sia un passaggio necessario non solo per non trasformare la campagna in una guerra integralista, ma anche perché da chi non la pensa come noi possiamo cogliere istanze utili, anche se non necessariamente condivisibili.

Semplificando molto le cose, credo che i promotori del referendum pongano la legittima istanza dell’autodeterminazione del soggetto. Il soggetto moderno rivendica il diritto di compiere scelte autonome sulla propria vita e si rende indisponibile ad accogliere vincoli e norme percepite come estranee e potenzialmente violente. L’esperienza della morte appartiene al soggetto e spetta a lui la decisione di come vivere ed attraversare questa esperienza radicalmente umana. Un punto qui mi pare essenziale: la centralità della coscienza. L’uomo moderno non è insensibile a verità etiche o religiose ma riconosce nella propria coscienza il luogo imprescindibile di ogni scelta morale. Detto diversamente: il bene morale non può essere imposto “esternamente” ma richiede l’assunzione libera e responsabile della coscienza.  

Sul fronte opposto coloro che contestano il referendum, in prima fila la Chiesa e parte del mondo cattolico, sottolineano un’istanza altrettanto vitale: il ragionamento sotteso alle argomentazioni a favore dell’eutanasia rischiano di enfatizzare una visione individualistica e libertaria del soggetto che lo priva della sua intrinseca dimensione relazionale. L’uomo non è un’isola nel mare della solitudine. Noi siamo le nostre relazioni; i nostri legami ci costituiscono e ci sostengono. La preoccupazione è che il referendum sia l’esito finale di una concezione nichilista, che rifiuta il legame sociale e la responsabilità verso i rapporti familiari e  comunitari. La rivendicazione dell’autonomia del soggetto, se non inserita in una rete relazionale, rischia di diventare arbitrio, pulsione egoistica ed autistica.  La vita e la morte ci appartengono, vero, ma non in senso privatistico bensì relazionale e comunitario.

A breve il tema dell’eutanasia entrerà nel vivo del dibattito: il mio auspicio personale è che ci si ponga in atteggiamento di ascolto reciproco, provando a trovare e dare rilevanza anche a ciò, che in questa riflessione ci unisce.

editoriale di LodivecchioMese, settembre 2021

Parole di carta

comunità virtuali

Credo che una cosa l’abbia insegnata questo terribile tempo di pandemia: che le community virtuali che abbiamo abitato sui social non bastano a soddisfare la nostra fame di relazione.

Forse ci eravamo illusi che bastasse avere tanti amici su Facebook o essere membro di affollati gruppi di WhatsApp per avere una vita ricca e piena di legami; o che fosse sufficiente possedere una rubrica piena di contatti per uscire dal quella bolla autistica che ci isola dal mondo. Ci era sembrato che bastasse una buona connessione internet per sentirsi “insieme” e che, in fondo, i mille collegamenti virtuali fossero una buona risposta al nostro desiderio di compagnia.

Più efficace di mille riflessioni filosofiche e sociologiche, il COVID ci ha insegnato che non è esattamente così: la tecnologia funziona bene come estensione e potenziamento dei nostri legami, ma non come loro surrogato. Attraverso i social si possono alimentare i rapporti a distanza, custodire amicizie, proseguire discussioni, ma tali contatti sono efficaci e funzionali solo nella misura in cui diventano amplificatori di connessioni già esistenti. Benché potenti ed intriganti, quanto avviene nella rete non può in alcun modo rimpiazzare la concretezza e la carnalità dei nostri affetti: ciascuno di noi sente un bisogno “fisico” di contatti, abbracci, tocchi e  sguardi che nessuna virtualità potrà in alcun modo pareggiare.

È così che il periodo post-COVID (speriamo sia tale) potrebbe rappresentare una rivincita della comunità: dopo aver ridimensionato le mille community virtuali, le nostre esistenze sentono la fame di comunità vere, concrete, in cui condividere pezzi significativi delle nostre vite e che siano luoghi in cui il camminare insieme (il tanto citato syn-odòs) divenga lo stile della vita e la sorgente di una fraternità fattiva e arricchente.

Eppure le mille comunità concrete delle nostre città paiono restare indifferenti a questo afflato comunitario, come se la fame di legami che la pandemia ha suscitato non riesca a trovare nelle nostre comunità una risposta soddisfacente. È singolare questa dinamica e credo meriterebbe riflessioni non improvvisate o autoconsolatorie. Questo snodo riguarda le varie forme di comunità che abitano il nostro territorio: le comunità ecclesiali come quelle politiche, le mille comunità legate al volontariato e quelle connesse ai tanti corpi intermedi che strutturano la nostra società. Come è possibile che la fame di relazionalità non trovi risposta in luoghi comunitari tradizionali e ormai ampiamente collaudati?

Azzardo una ipotesi: temo che le comunità così come le abbiamo conosciute finora siano risposte vecchie a domande nuove. Inutile mettere vino nuovo in otri vecchi: al vino nuovo servono otri nuovi.

Forse abbiamo ancora in mente comunità dalla forte matrice identitaria, in cui al singolo è chiesta una appartenenza “ideologica”, esclusiva e totalizzante. Pensiamo ancora a comunità in cui vive la rigida logica dentro-fuori, in cui la libertà del singolo è spesso mortificata dalla freddezza dell’istituzione ed in cui al calore dei legami si preferisce l’astrattezza anaffettiva dei principi. Sogniamo, in fondo,  un ritorno a comunità che difficilmente intercettano il desiderio di libertà e di autenticità (con tutte le contraddizioni, intendiamoci) che abita il cuore dell’uomo di oggi.

«Vivranno le comunità che sanno abitare sull’orlo del proprio precipizio. Una buona comunità (…) può solo essere comunità tragica, che va a dormire ogni sera non sapendo se domani si risveglierà ancora comunità, e ogni mattina ringrazia perché c’è ancora», scrive Luigino Bruni su Avvenire. Aggiungo che vivranno comunità che sapranno vivere di legami, di rapporti fraterni e caldi, di amicizie intense, di fraternità gratuite, di riconoscimenti reciproci, di solidarietà concrete e vitali. Vivranno forse quelle comunità che sapranno essere dei porti per i nuovi navigatori di oggi: capaci di accoglienze incondizionate, di aperture gratuite e di libertà sconfinate. Vivranno quelle comunità che sapranno accogliere senza chiedere conto e lasciar andare senza pretendere restituzioni.

Editoriale pubblicato su IlCittadino di oggi.

Parole di carta

nuovi italiani

Una delle immagini che resteranno nella storia di queste olimpiadi di Tokyo – tra le moltissime che hanno segnato indelebilmente la testa ed il cuore – è l’istantanea dei quattro corridori italiani della 4X100 maschile al termine della gara (Lorenzo Patta, Lamont Marcell Jacobs, Eseosa Fostine Desalu e Filippo Tortu). Lo stupore e l’incredulità stampata sui loro volti esprimono la freschezza di una gioia inattesa, anche se molto desiderata e sudata. Osservi gli occhi di quei quattro giovani italiani e provi un orgoglio indicibile per il traguardo che hanno saputo raggiungere in maniera così sbalorditiva. Ti accorgi che sono l’espressione migliore del nostro Paese e la testimonianza visibile della nuova “italianità” che sta prendendo forma nella nostra comunità nazionale. A dispetto di tante visioni miope o settarie, i quattro giovani raccontano un’Italia assai lontana da quella dipinta da certi stereotipi identitari e populisti: due di loro hanno cognomi che difficilmente avresti trovato in una guida telefonica di qualche decennio fa ed il colore della pelle di Eseosa tradisce le sue origini non proprio nostrane.

Qualora ce ne fosse ancora bisogno, i volti dei campioni olimpici indicano che la parola “italiano” oggi possiede un campo semantico ben più vasto e ricco, ampio ed includente. Non sono più i soli tratti somatici, il cognome ricevuto dal padre o l’appartenenza ad una linea genealogica a fare di una persona un italiano. Non più.

Oggi è italiano chi parla una determinata lingua, sapendo che essa non è una un sistema freddo di segni, ma veicolo ed incarnazione di una cultura, di una sensibilità, di un orizzonte complessivo di senso, di un modo per abitare il mondo. Dentro la lingua c’è il senso dell’umano e la ricchezza inesauribile delle sue esperienze.

Oggi è italiano chi accoglie e si riconosce in quei valori che la prima parte della nostra Costituzione espone in modo straordinario:  la dignità della persona, il valore del lavoro e della solidarietà, le libertà individuali e sociali, politiche e di impresa, la responsabilità e doveri comunitari.  È italiano colui per il quale la nostra Carta diviene la bussola che orienta il comportamento individuale e sociale.

Oggi è italiano chi sente un vincolo di riconoscenza e di responsabilità verso il suo popolo, che onora il debito di vivere in questo straordinario Paese e di appartenere ad una storia che affonda le sue radici negli albori della civiltà umana. Oggi è italiano chi sente il senso di un “noi” che unisce, al di là delle differenze e delle contrapposizioni e che avverte la responsabilità di un destino condiviso e di un progetto da costruire insieme, con impegno, sacrificio e solidarietà. Nel nostro mondo globalizzato e pluricentrico, essere italiano ha sempre meno a che fare con un rigido riferimento territoriale. Esso afferisce – in maniera più radicale e simbolica – alla coscienza del proprio passato e alla responsabilità per il proprio futuro. La parola “italiano” non descrive tanto “di dove sono” quanto “chi sono”, riconoscendo quel luogo simbolico che ci radica e che ci fa sentire a casa assai più di semplici riferimenti geografici.

Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 10 Agosto 2021

Parole di carta

il senso della comunità

Ci voleva la mitezza e la moderazione del presidente Mattarella per confermare quello che è ovvio. Talvolta stupisce come le ovvietà facciano così tanto rumore e appaiano così “rivoluzionarie”.

Durante la tradizionale cerimonia del ventaglio il presidente della repubblica si è così espresso: “Auspico fortemente che prevalga il senso di comunità, un senso di responsabilità collettiva. La libertà è condizione irrinunziabile ma chi limita oggi la nostra libertà è il virus non gli strumenti e le regole per sconfiggerlo. Se la legge non dispone diversamente si può dire e pensare: ” In casa mia il vaccino non entra”. Ma questo non si può dire per ambienti comuni, non si può dire per gli spazi condivisi, dove le altre persone hanno il diritto che nessuno vi porti un alto pericolo di contagio; perché preferiscono dire:” in casa mia non entra il virus”. Non fa una grinza.

Non esiste un senso di libertà assoluto, ossia sciolto (ab-solutus) dai legami e dalle relazioni in cui siamo immersi. Vivere in una comunità significa non solo accettare alcune limitazioni alla propria libertà personale (cosa che facciamo tutti i giorni ogni qual volta ci fermiamo davanti alla luce rossa del semaforo) ma anche sentire il senso di responsabilità che la presenza dell’altro invoca. L’irriducibilità del volto dell’altro, come ci ricorda Levinas, appella la mia responsabilità. Di fronte all’altro non mi è concesso di voltare lo sguardo con supponenza o indifferenza.

Se c’è una cosa che questa maledetta pandemia ci ha insegnato è proprio il “senso della comunità”, per usare le parole di Mattarella. Il virus ci ha mostrato, con drammatica evidenza, che nessuno di noi si può chiamare fuori, che non esistono salvezze solitarie, che le speranze di redenzioni individuali si scontrano contro la durezza incontrovertibile del reale. Esiste un senso radicale e vitale di co-appartenenza che innerva la nostra vita e che sostiene le nostre esistenze. Un certo individualismo libertario e anarchico credo abbia ormai il fiato corto: la religione dell’io che sa coniugare i verbi solo alla prima persona singolare mostra ormai tutta la sua fallacia ed inconsistenza.

Nessuno di noi può dire “io” se non grazie ad un “noi” che lo precede e che rende possibile l’individualizzazione del soggetto. Ogni uomo è frutto del dono di una comunità, di un gesto originante che proviene non solo dal ventre di una madre biologica, ma, ancor di più, dal grembo di una cultura che dona le parole per esprimersi, che traccia un orizzonte complessivo di senso all’esistenza, che istituisce legami e vincoli che sostengono le vite. Affermare questa originaria alterità – che non solo ci ha messo al mondo, ma che ogni giorno ci sostiene nell’esistenza – non è frutto di uno sguardo dogmatico o integralista sul mondo, né di una prospettiva moralista o dottrinale. Esso origina dalla disponibilità ad accogliere l’umano nella sua multiforme ricchezza  e nella sua irriducibile trascendenza. L’appello del presidente della repubblica non è un bonario accenno ad un vago solidarismo, né un pio riferimento ad un caritatevole atteggiamento verso il prossimo. Esso traduce ed esprime una visione alta ed integrale dell’uomo, capace di riconoscere ed onorare quelle dimensioni di fondo che strutturano la nostra umanità.

Questo mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 4 Agosto 2021

Parole di carta

ogni viaggio…

Qualche tempo fa c’era una pubblicità accattivante che compariva qua e là nella metropolitana di Londra, volta a reclamizzare l’efficienza del servizio pubblico inglese.  “Every journey matters” recitava la parte conclusiva del video: ogni viaggio conta, ogni viaggio fa la differenza, ogni spostamento è importante e, a suo modo, “importa”.

Ricordavo questo slogan ad effetto pensando al tratto di strada faticoso ed accidentato che abbiamo percorso fin qui ed al tempo incerto che ci attende nell’avvenire. Ogni pezzo di strada che facciamo conta per la nostra vita; ogni piccola tappa, ogni minimo traguardo, ogni impercettibile movimento fanno la differenza. Vale in generale per l’esistenza di ciascuno ma forse questa considerazione è ancora più vera in questo tempo di lotta e di incertezza.

Se guardiamo con un po’ di lucidità alla nostra vita, non è difficile riconoscere che ci sono tratti impegnativi e particolarmente significativi, tappe che hanno impresso un tono speciale a tutto il viaggio, mete che abbiamo raggiunto con orgoglio e audacia, con coraggio e successo.

Se accettiamo la sfida di andare un poco oltre le apparenze, siamo messi di fronte alla consapevolezza che ogni miglio percorso ha fatto la differenza, così come ogni passo compiuto con gioia e fatica ha di fatto composto la sequenza del nostro cammino. Pur nella imperscrutabile enigmaticità che avvolge l’esistenza, ogni sosta vale, ogni pausa, ogni deviazione o arretramento, ogni fuori pista o deragliamento, smarrimento o ritrovamento, ogni caduta o sbucciatura. Ogni singolo istante è stato importante per dove siamo arrivati.

Non “pesano” solo gli eventi clamorosi, quegli istanti in cui abbiamo tagliato il traguardo a braccia alzate e con la gioia sul volto. Conta ogni singolo momento, anche quello triste e affannato, quello doloroso e vissuto in solitudine, quello che ci ha inspiegabilmente ferito e offeso. Ogni minuto della nostra vita fa la differenza e ci conduce là dove siamo attesi.

Vale questo nell’economia “spiccia” della nostra piccola esistenza ma vale pure per il senso generale delle cose, nella catena degli eventi che compongono la storia che tutti stiamo scrivendo. Mi chiedo se questa consapevolezza non abbia in qualche modo a che fare con la parola speranza: quella “bambina da nulla” per usare un’espressione di Charles Peguy, che “avanza tra le sue due sorelle grandi e non si nota neanche…”. Professare che ogni viaggio conta significa in fondo onorare la profondità di ogni istante, la bellezza di ogni attimo, la meraviglia di ogni minuto che attraversiamo su questa terra, anche quando esso ha il tono greve della lotta, il sapore amaro delle sconfitta, l’umore affranto della perdita.

Every night out matters, every discover matters, every moment matters, every match matters, every adventure matters, every chapter matters, every gig matters. Every journey matters!

Questio mio articolo è stato pubblicato su Il Cittadino del 15 Luglio 2021

Parole di carta

Non mi piace chi non dorme, dice Dio…

L’estate è ormai alle porte e siamo onesti: dopo questi mesi faticosi di restrizione, non vedevamo l’ora che arrivasse. Estate significa vacanza, mare e montagna, passeggiate, serate con gli amici, pausa di riposo ed, in fondo, la sospensione di quella lunga lista di impegni, responsabilità e occupazioni che la vita “ordinaria” esige da noi ogni giorno, con inflessibile puntiglio. Quindi viva le vacanze? Senza dubbio, ma non senza qualche “nota a margine”…

Il riposo, così come il sonno, è qualcosa di cui ciascuno di noi ha radicalmente bisogno, come spazio prezioso di rigenerazione, di pace e di serenità. Eppure i tanti disturbi che accompagnano la fase dell’’addormentamento testimoniano che esso, benché atto necessario e vitale, non manca di celare un tratto “problematico” della nostra umanità. Il riposo, alla stregua del sonno, chiede la capacità di mollare la presa, di sospendere il controllo, di lasciare incurate quelle cose a cui, durante tutto l’anno o tutto il giorno, abbiamo dedicato fatica, impegno e sollecitudine. Il riposare implica la capacità di lasciar andare: se da una lato questo è fonte di sollievo, dall’altro esso rischia di generare quel vago senso d’ansia che si origina ogni qualvolta percepiamo l’assenza di controllo sulla nostra vita.  È bello andare in vacanza, ma in quei giorni di assenza il vostro mondo (il lavoro, gli affetti, i problemi, le situazioni…) continuano senza di voi, che lo vogliate oppure no. Ogni riposo, così come l’esperienza del sonno testimonia ogni giorno, è una esperienza che esige un atto di fiducia: la fiducia di “lasciare tutto” affinché le cose possano continuare anche in vostra assenza. Il riposo, per quanto anelato e desiderato, è atto assai esigente e, per certi versi, faticoso: esso esige l’umiltà di chi sa di non essere indispensabile, di chi sa che può affidare ad altri l’oggetto della propria fatica e della propria cura. 

Mi è capitato sotto mano uno straordinario testo di C. Peguy  tratto da “Il portico del mistero della seconda virtù”.  Si tratta di un monologo nel quale Dio rimprovera all’uomo la sua indisponibilità al sonno. «Non mi piace chi non dorme, dice Dio.. Chi ha il cuore puro, dorme. E chi dorme ha il cuore puro. E’ il grande segreto per essere instancabili come un bambino». Dio irride la pretesa dell’uomo di avere tutto sotto controllo: «Governano benissimo i loro affari durante il giorno. Ma non vogliono affidarmene il governo durante la notte. Come se io non fossi capace di assicurarne il governo durante una notte. Chi non dorme è infedele alla Speranza.(…) Poveri ragazzi, amministrano nella giornata i loro affari con saggezza. Ma venuta la sera non si risolvono, non si rassegnano ad affidarne il governo alla mia saggezza per lo spazio di una notte ad affidarmene il governo. E l’indomani mattina li ritrovereste forse non troppo sciupati. L’indomani mattina non starebbero forse peggio. Sono forse ancora capace di condurli un po’».

Vi sono un sonno ed un riposo che sono pigrizia, svogliatezza, indifferenza e torpore. E poi vi è un riposo che è abbandono, fiducia, affidamento alla vita, nella speranza che essa sappia custodire con cura e competenza ogni cosa. Riposare può significare fuga, dimenticanza, disinteresse, pura voglia di evasione; oppure il riposo può trasformarsi in quella occasione in cui facciamo i conti con la nostra finitudine, col il senso del nostro limite, con quella fiducia radicale che, sola, ci permette di abitare il mondo con speranza.

«La saggezza umana dice: Disgraziato chi rimette a domani. E io dico Beato, beato chi rimette a domani. Beato chi rimette. Cioè Beato chi spera. E che dorme.» Buon riposo!

Questo mio articolo è stato pubblicato sul numero di Luglio di LodiVecchioMese