quanto vale la vita di un palestinese?

Siamo tutti contenti della liberazione di alcuni ostaggi israeliani che da moltissimi giorni, da quel lontano 7 ottobre, erano stati fatti vittime della furia omicida di Hamas. Non si può che gioire per il loro ritorno a casa e per la possibilità che è stata data loro di riabbracciare i lori cari e i loro amici.

Tuttavia si resta sconvolti al pensiero che la salvezza di queste vite è stata raggiunta attraverso l’uccisione di centinaia di altre innocenti: secondo le fonti palestinesi, sarebbero più di 270 i militari e civili uccisi nell’operazione israeliana. Fosse anche un dato propagandistico e i morti reali fosse solo un quarto, la dimensione sarebbe comunque inaccettabile.

In fondo queste proporzioni rispecchiano esattamente la logica adottata dalla Stato ebraico nella risposta alla violenza dell’Ottobre scorso: a fronte della devastante uccisione di 1.200 cittadini di Israele, ad oggi sono stati uccisi 36.000 cittadini palestinesi, la maggior parte dei quali vittime civili della guerra. La sproporzione è sotto gli occhi di tutti e non trova altra giustificazione se non nella convinzione che una vita israeliana non vale quanto una palestinese.

È questa, in fondo, la dinamica che sta muovendo il conflitto e che, ahimè, nessuna istituzione internazionale né alcuno stato riesce a mettere in discussione. La vita non ha lo stesso peso ovunque: ci sono vite e morti che valgono ed altre che hanno un valore assolutamente minore, una via di mezzo tra l’uomo e la bestia, verrebbe da dire.

È lacerante il pensiero che, all’alba del terzo millennio, vi sia ancora una ideologia ed un modo di guardare il mondo che tende a ridurre gli altri esseri umani a cose, a oggetti di poco valore, a materiale da usare in funzione dei propri fini. È doloroso pensare che questo avviene in quella Terra che ha saputo scrivere un testo come la Bibbia, secondo la quale la cura del straniero e della vedeva, ossia i più poveri tra poveri, sono al cuore di tutta la Legge. È straziante vedere fratelli che si ammazzano in nome di un pezzetto di terra, di una Terra che è stata promessa e donata come luogo di salvezza e di alleanza. È insopportabile pensare che si uccide ancora in nome di dio, che si usi il suo nome come diabolica giustificazione per immolare vittime ai nostri idoli.

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