L’apertura delle Olimpiadi francesi è stata l’ennesima occasione di scontro tra la sensibilità laica e quella cattolica: alcune espressioni artistiche, onestamente piuttosto discutibili, sono state recepite come offensive e blasfeme da una parte del mondo cattolico, che ha visto in esse un attacco e una dissacrazione di alcuni elementi costitutivi della propria fede. Forte è stata la reazione da parte dell’episcopato d’oltralpe e con esso di molte personalità, gruppi e numerosi protagonisti politici appartenenti all’area conservatrice.
Già molto è stato scritto e detto, quindi forse non è utile tornare nuovamente sulla cronaca degli eventi. Trovo invece più interessante tentare un breve ragionamento sui presupposti di questa diatriba, sullo sfondo culturale che ha generato il conflitto e sulle dinamiche più sotterranee, ma assai vitali, che hanno generato questo ennesimo confronto. Mi riferisco qui all’annoso tema della sessualità umana. In fondo, lo scandalo creato dalla rappresentazione queer dell’ultima cena non era tanto legato al tema scelto, ma ai suoi attori e protagonisti. È stato percepito come offensivo che a interpretare ruoli afferenti la sfera della sacralità fossero figuranti dall’aspetto equivoco, fluido e transessuale. Questo è uno dei campi di “battaglia” ricorrenti nell’era post-moderna tra cristiani e laici: quello del senso e del valore della sessualità. Se per il mondo religioso la sessualità è radicata nella biologia dei corpi come dato naturale e incontrovertibile, per il mondo laico essa è una scelta soggettiva dell’individuo, luogo di transizione, di determinazione libera e fluida.
Se esiste una frattura culturale profonda e apparentemente irriducibile tra diversi mondi, questa è proprio quella che si insinua nei profondi e imperscrutabili mondi che intercettano il vissuto sessuale. È forse il tema del corpo sessuato il confine più arduo da superare per una riconciliazione tra Chiesa e modernità.
Ritengo che sia quanto mai necessario oggi agire affinché si attui una “smilitarizzazione” del tema della sessualità: è davvero necessario che si abbandonino le armi, si ripongano le spade nei foderi e si cerchi un confronto e un dialogo che parta da posizioni aperte alla discussione e alla riflessione. Occorre abbandonare i reciproci integralismi, rinunciare a posizioni rigide e assiomatiche e tentare quanto meno di comprendere, di interrogarsi e di misurarsi con le ragioni dell’altro, nella convinzione che la Verità ci precede come un dato per noi mai pienamente sondabile e circoscrivibile: la Verità, anche per un credente, eccede sempre le certezze personali; essa trascende i dogmi che, giustamente, orientano il nostro cammino, e la sua comprensione è sempre un traguardo da raggiungere e mai un risultato di cui vantarsi.
Forse al mondo cattolico è chiesto di riconoscere che la sessualità umana è un dato complesso, frutto di misteriosi incroci di fattori biologici, psichici, sociali, educativi ed evolutivi e mai un dato statico scritto una volta per sempre nella carne. Occorre la fatica di riconoscere che l’uomo contemporaneo accoglie e onora solo quanto è in grado di assumere e scegliere con la propria coscienza e che approcci metafisici, naturalistici e oggettivistici, per quanto profondi e fecondi, rischiano di essere colti come violenti ed estrinseci. La sessualità umana esprime sempre, come ci insegna il Concilio, una dimensione procreativa e unitiva delle persone, sicché ogni atto eccede il semplice compito di continuare la specie ma si offre come atto pienamente umano, in cui la comunione dei corpi celebra l’incontro e l’unione delle esistenze. È davvero urgente abbandonare ogni atteggiamento discriminatorio e offensivo, che definisca come “contro-natura” orientamenti che la scienza e la psichiatria hanno pienamente e definitivamente escluso dalla lista delle psicopatologie. Riconoscere il vissuto sessuale dell’altro, nell’unicità della sua condizione e nella irrepetibilità della sua identità, è un passo necessario per potersi incontrare e parlare.
D’altra parte, al mondo laico è chiesto di assumere la sessualità in tutta la sua complessità biologica, psichica e spirituale, rinunciando a semplificazioni e banalizzazioni che tradiscono la pienezza dell’esperienza umana. Se è vero che la sessualità non è riducibile alla genitalità, è altrettanto vero che la nostra identità personale è radicalmente incarnata in un corpo che non possiamo disconoscere o dimenticare. La sessualità umana è una dimensione primariamente spirituale perché in essa emerge il senso profondo e complessivo che assegniamo alla nostra esistenza. Il corpo non è un semplice strumento biologico ma una dimensione costitutiva della nostra identità soggettiva: io non solo “ho” un corpo ma, forse primariamente, “sono” un corpo. In ultima analisi, questo mi pare il nocciolo fondante della questione: occorre riconoscere e onorare la dimensione di limite che è insita nella nostra sessualità. La differenza sessuale è la prima e la più originaria di tutte le differenze, la matrice di ogni diversità, che ci educa al senso del nostro limite, all’impossibilità di essere tutto, all’incapacità di determinarci in qualunque direzione o forma. La fluidità dei generi, sebbene espressione di una sessualità assunta personalmente, non può rinunciare alla percezione del limite che è iscritto nella carne e nella materia. Diventare chiunque si desideri, superare ogni limite e confine rischia di essere non un atto di libertà ma l’espressione di un narcisismo non pienamente umanizzante.
È fondamentale promuovere un dialogo rispettoso e aperto tra sensibilità differenti soprattutto su temi complessi come la sessualità. Solo abbandonando i pregiudizi e ascoltando le ragioni dell’altro, potremo costruire un terreno comune che valorizzi la dignità e l’unicità di ogni individuo, nella convinzione che la verità è un cammino condiviso, non un possesso esclusivo.









Lascia un commento