Quelle mille braccia alzate nel quartiere Tuscolano, in via Acca Larenzia, creano una scena che lascia un’impressione profonda. Mille persone disposte in ordine militare e all’unisono gridano “presente!”: un evento che suscita interrogativi e preoccupazione. Per chi, come molti di noi, ha avuto la fortuna di conoscere il fascismo solo attraverso i libri di storia, è difficile comprendere come, alla fine del primo quarto del terzo millennio, si possano ancora inscenare riti e celebrazioni che evocano un periodo oscuro della nostra storia nazionale, caratterizzato da morte, soppressione delle libertà personali e sociali, violenza, razzismo, paura, guerra e devastazione.
Sembrano lunghe ombre del passato che minacciano ancora il presente, capitoli mai veramente chiusi della nostra storia, simili a virus mai completamente debellati che, riattivandosi, tornano a minacciare l’organismo. Questo desiderio di rivivere il passato, di pronunciare parole che pensavamo dimenticate, provoca una sorta di shock temporale, mettendoci di fronte a eventi che appartengono a decenni distanti nel tempo, di cui si occupano prevalentemente gli storici.
Eppure quell’adunanza, quelle gestualità, quei proclami dimostrano che talvolta il passato ritorna, forse in forma minoritaria e periferica, forse solo come evocazione nostalgica, forse come un non-luogo in cui far rivivere antichi incubi e nuovi desideri. Riappaiono rigurgiti di un passato oscuro, violento e rabbioso; ritorna la fascinazione per il plotone, per il corpo unito e compatto pronto alla battaglia; riaffiora il bisogno di appartenenza energica e virile, di identità aggressiva e bellicosa.
Il male riaffiora, emerge dalla superficie tranquilla della quotidianità, riacquista forza e vigore, ottenendo una certa visibilità e notorietà. Ci ricorda che ci sono malattie che non possiamo ignorare, che richiedono continua attenzione e vigilanza affinché il bene della libertà non ne sia contaminato.









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