Oggi viviamo in un’epoca in cui la cultura “woke” si è affermata come una delle narrative più influenti nel discorso pubblico, nei social media e nelle pratiche sociali. Il termine “woke”, che in inglese significa letteralmente “sveglio”, nasce come invito alla consapevolezza: essere svegli di fronte alle ingiustizie, alle discriminazioni e alle oppressioni. La cultura “woke”* si presenta come una cultura della sensibilità e della giustizia sociale, promuovendo il rispetto per la diversità e l’inclusione.
L’origine storica del termine risale al 1938, quando il cantante folk-blues Lead Belly usò l’espressione “stay woke, keep your eyes open” per sensibilizzare contro le ingiustizie razziali, in particolare in riferimento alla condanna dei “Scottsboro Boys”, nove giovani afroamericani accusati ingiustamente in Alabama. “Woke” significava allora vigilanza e impegno civile contro il razzismo strutturale.
Il concetto ha poi conosciuto una nuova stagione tra il 2010 e il 2013, con l’ascesa del movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti. In questo contesto, la cultura woke si è estesa oltre la questione razziale, inglobando tematiche legate al genere, all’orientamento sessuale, all’immigrazione e alla critica del capitalismo e dei rapporti di potere. Tuttavia, questa espansione ha comportato anche un mutamento: l’attenzione si è progressivamente spostata dalla lotta universale contro l’oppressione a un’enfasi sempre maggiore sull’identità, la rappresentanza e la memoria storica dei torti subiti da gruppi specifici.
Questa trasformazione ha sollevato diverse critiche, anche da parte di pensatori progressisti. Tra le voci più autorevoli spicca quella della filosofa statunitense Susan Neiman, direttrice dell’Einstein Forum e già docente di filosofia morale a Yale e Tel Aviv. Nel suo libro “Left Is Not Woke” (“La sinistra non è woke”, UTET, 2025), Neiman propone una critica severa del pensiero “woke”, accusandolo di aver abbandonato il principio fondamentale dell’universalismo morale.
Secondo Neiman, l’universalismo – l’idea che tutti gli esseri umani abbiano uguale valore morale, razionalità e diritto alla giustizia – è il fondamento delle battaglie progressiste, dall’abolizione della schiavitù al suffragio femminile. Questo principio ha permesso di affermare che uno schiavo africano ha lo stesso valore morale di un cittadino europeo, o che una donna ha gli stessi diritti di un uomo. Ma la deriva identitaria di parte della cultura “woke”, secondo Neiman, ha tradito questa visione. L’identità di gruppo è diventata il criterio di legittimità del discorso morale e politico: solo chi appartiene a una categoria “oppressa” può parlare con autorevolezza su certe tematiche. Agli altri non resta che ascoltare in silenzio.
Questa logica, secondo Neiman, non solo è illiberale, ma spezza il legame sociale, impedendo la costruzione di una solidarietà autentica e di una lotta comune. Ogni rivendicazione diventa frammentata, autoreferenziale, fondata su una competizione di sofferenze. Difendere l’universalismo non significa ignorare le differenze o negare le oppressioni storiche, ma rifiutare una visione tribale e settaria dell’identità. Significa riconoscere in ogni essere umano la stessa umanità che rivendichiamo per noi stessi.
In un tempo in cui la giustizia sociale rischia di ridursi a una somma di lotte parziali, segnate da logiche di esclusione e appartenenza, riaffermare il valore dell’universalismo è un atto profondamente radicale. Solo se torniamo a concepire la dignità come un bene comune, non come una proprietà di gruppo, potremo costruire una cultura davvero capace di unire, emancipare e trasformare la realtà.
Pubblicato su il Cittadino del 2 giugno 2025









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