Le lezioni dell’haiku: la potenza del meno

Nell’arte giapponese dell’haiku si nasconde una verità sorprendente, e oggi più che mai necessaria: il meno può essere infinitamente più potente del più. L’haiku, con la sua struttura rigida e minimale – tre versi di cinque, sette e cinque sillabe – è una forma poetica antica che obbliga il poeta a un esercizio di precisione e profondità. Non c’è spazio per l’eccesso, né per il superfluo: ogni sillaba deve contenere significato, ogni parola deve essere scelta con intenzione.

Chi scrive un haiku si trova subito davanti a un bivio. Può riempire quei diciassette spazi con parole qualsiasi, affidandosi alla velocità e alla spontaneità. Oppure può fermarsi, osservare, sentire davvero, e selezionare solo le immagini e le parole davvero necessarie per dire ciò che vuole dire. È questo secondo cammino, più lento ma più consapevole, che conduce alle poesie più luminose, intense, memorabili. Perché è nella costrizione del limite che emerge l’essenziale.

L’haiku ci insegna una lezione fondamentale: quando tutto sembra volerci spingere a fare di più, dire di più, aggiungere, accumulare, espandere, a volte la vera forza sta nel togliere. Nel semplificare. Nel scegliere solo ciò che serve davvero. Non solo nella scrittura, ma nella vita. In un mondo in cui la comunicazione è diventata rapida, continua, affollata – fatta di post, messaggi, stimoli incessanti – l’haiku rappresenta una forma di resistenza silenziosa. Un invito a rallentare, a guardare con attenzione, a dire solo ciò che conta davvero.

Anche nel lavoro, nella creatività, nelle relazioni, questa piccola poesia ci offre un modello: imparare a scegliere, a sottrarre, a dare valore al vuoto tanto quanto al pieno. È nella pausa tra due parole, nel silenzio tra due note, che spesso si nasconde il significato più profondo.

L’haiku è molto più di una forma poetica: è una pratica di attenzione, un esercizio di presenza, una via verso l’essenziale. Ci insegna che non servono mille parole per raccontare un’emozione. A volte bastano diciassette sillabe per catturare un istante, per aprire uno spazio di bellezza, per farci sentire – anche solo per un attimo – in contatto con ciò che conta davvero.

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