la devozione di Carlo e degli altri…

In questi giorni la rete si è animata intorno al tema della canonizzazione di Carlo Acutis, il giovane beato divenuto simbolo di una santità “digitale” e presentato da molti come nuovo modello di spiritualità per le giovani generazioni. Al centro delle discussioni non c’è tanto la sua figura, quanto il modo in cui viene presentata e promossa, attraverso una narrazione agiografica che – secondo molti – tradisce una sensibilità religiosa piuttosto arretrata. Si ha l’impressione che, nella maniera in cui Carlo viene offerto all’attenzione della comunità, siano state ignorate, o quanto meno sottovalutate, alcune consapevolezze maturare negli ultimi decenni, specialmente sul fronte della comprensione dell’Eucaristia, e si sia ricaduti in una dimensione miracolistica, con un’accentuata attrazione per il prodigioso. Certo, alla base di questa esposizione c’è una passione sincera; tuttavia – questo sostengono alcuni – se la presentazione è quella oggi dominante, non mancano aspetti problematici

Non è mia intenzione entrare nel merito delle vicende o delle qualità personali di Carlo Acutis, ma credo che il dibattito sorto attorno a lui offra un’occasione preziosa per riflettere sul tema, oggi quanto mai attuale, della devozione. Intendo qui dare al termine devozione una accezione positiva: essa allude a quella ampia gamma di comportamenti, atteggiamenti, prassi, parole e gesti che esprimono la fede in maniera immediata e popolare, senza paura di includere anche elementi emotivi, tradizionali ed abitudinari.

Il Movimento liturgico, che ha preceduto e accompagnato il Concilio Vaticano II ha fortemente cercato di superare lo scollamento tra liturgia e devozione, intrecciando in modo più maturo la vita spirituale dei fedeli con il mistero celebrato. Questo intento è stato sancito come principio di riforma dal Vaticano II stesso, che ha ricollocato l’esperienza devozionale  all’interno della vita liturgica della Chiesa.

E tuttavia, scrive Giovanni Salmeri, “esaminando la situazione con un certo distacco storico ormai possibile, uno dei drammi del Concilio Vaticano II è esattamente questo: certamente è stato un decisivo capitolo della storia della Chiesa, è stato (indirettamente) un decisivo capitolo della storia della teologia, ma proprio per quel mondo occidentale dal quale traeva la maggior parte degli stimoli sociali e culturali non è stato un capitolo della storia della «devozione». Una “devotio conciliaris” non è sostanzialmente nata in Occidente, e ciò fa tanto più pensare quanto più si vede che questo era indubbiamente uno degli scopi del Concilio

Dal punto di vista del vissuto e della sensibilità religiosa, l’Occidente, travolto da una secolarizzazione ormai pervasive, ha assistito più ad un allontanamento che ad un rinnovamento. Si era teologicamente immaginato un’umanità desiderosa di partecipare attivamente al rito, mentre nei fatti si è prodotto spesso un esodo silenzioso ma massiccio dai banchi della Chiesa.

Se questo vale per l’intero popolo di Dio, è ancor più necessaria un’attenzione particolare quando ci si rivolge al mondo giovanile. Se infatti le forme di devozione proposte dalle nostre comunità riescono ancora, almeno in parte, a intercettare la sensibilità degli adulti e degli anziani, risultano invece quasi del tutto inaccessibili alle nuove generazioni.

Se assumiamo la devozione in senso positivo, come quell’agire immediato, popolare, universale, con cui si vive anche nella quotidianità l’esperienza del sacro – coinvolgendo emozioni, sentimenti, tradizioni – la domanda che si impone è: quali modelli “devozionali” offrono oggi le nostre comunità ai giovani? Quale figura di fede proponiamo loro, in grado di integrare maturità e sobrietà e resistere alle derive magiche, spiritualistiche o miracolistiche che rischiano di annacquare la radicalità evangelica?

Il dibattito sulla canonizzazione di Carlo Acutis ci mette davanti a una questione cruciale: essere in grado di offrire forme di devozioni credibili, capaci di parlare al cuore senza perdersi in ritorni nostalgici o in spettacolarizzazioni. L’alternativa è lasciare le nuove generazioni prive di autentici riferimenti, costrette a scegliere tra una fede “miracolosa” e l’indifferenza.

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