Morika ed il mistero della vita

Una linea gialla sottile attraversa il verde della terra. È questo il dettaglio che mi ha colpito davanti alla recente decorazione nell’abside della chiesa della parrocchia di Sant’Alberto a Lodi. Una linea quasi impercettibile, eppure carica di significato: la traccia del Cielo che si insinua nel mondo ordinario, l’eternità che sorregge il tempo.

Gli iconografi, con mani sapienti, hanno ricomposto una visione: al centro il Cristo benedicente entro la mandorla, attorniato da dodici santi e dalla Vergine. Sopra di loro, il giallo oro dell’eternità. Sotto i loro piedi, il verde della terra. E in mezzo, quella zona blu che cuce Cielo e terra insieme. E poi vi è quella linea gialla che attraversa il verde, rompendo l’unità cromatica. Non è un dettaglio marginale. È, forse, l’intuizione che il Mistero non abita soltanto in alto, ma permea ogni fibra del quotidiano.

Guardando questa composizione, mi sono ritrovato a pensare a un filosofo giapponese contemporaneo, Masahiro Morioka, professore di filosofia ed etica alla Waseda University. Morioka sviluppa un’intuizione che gli iconografi di Lodi sembrano aver tradotto visivamente: la vita è mistero prima ancora di essere concetto. Non è una realtà che possiamo spiegare o dominare, ma qualcosa che ci accade, che ci attraversa silenziosamente.

Per Morioka, il “principio vitale” è una forza che sostiene ogni cosa vivente: il respiro umano, il filo d’erba, il corpo che guarisce, la luce che filtra da una finestra. Ogni momento ordinario è un frammento del mistero del vivere. Come scrive il filosofo giapponese: «Viviamo dentro un miracolo troppo familiare per accorgercene. Quando ci fermiamo a guardare con attenzione, anche una tazza di tè risplende del mistero della vita.»

Questa visione non è solipsismo estetico. È una radicale inversione di prospettiva rispetto a come la modernità ci ha insegnato a guardare il mondo. La società contemporanea ci ha abituati a considerare tutto come funzionale: ogni oggetto, gesto, emozione deve servire a qualcosa, produrre un risultato, essere “utile”. Questa visione strumentale ci ha resi ciechi al mistero. Ci muoviamo in un mondo dove le cose hanno perduto la loro densità di significato, ridotte a mere funzioni in una catena di utilità.

Ma Morioka suggerisce un’altra strada. Quando ci fermiamo, quando smettiamo di voler controllare e dominare, scopriamo che la vita è più profonda del suo scopo. «Quando incontriamo davvero la vita, anche un solo fiore diventa infinito,» scrive. Non è metafora. È una descrizione di ciò che accade quando l’attenzione si placa e il quotidiano si apre, mostrando qualcosa di più grande, qualcosa che non possiamo nominare ma che ci tocca profondamente.

Mi pare che quel piccolo dettaglio nell’abside di Sant’Alberto testimoni proprio questo. Il colore verde della terra, attraversato da quella linea gialla, ci dice che la dimensione del sacro non è assente dal mondo, non è relegata in un altrove inaccessibile. È presente, sottile ma visibile, proprio dove viviamo, camminiamo, respiriamo. La terra non è senza Cielo; il Cielo non abbandona la terra. C’è una continuità, una permeabilità fra i due ordini di realtà.

Questa è la “meraviglia immanente” di cui parla Morioka. Non è il sentimento suscitato da eventi straordinari o miracolose epifanie. È lo stupore che nasce dal semplice riconoscimento che il mondo è, che la vita accade, che ogni cosa contiene una scintilla di mistero.

Ma il pensiero di Morioka non rimane nel dominio estetico o contemplativo. Possiede una dimensione etica cruciale. Se ogni cosa vivente, anche la più umile e la più “ordinaria”, contiene il mistero della vita, allora nessuno può essere trattato come un mezzo. L’attenzione al piccolo diventa una forma di giustizia spirituale: verso se stessi, verso la natura, verso gli altri. Riconoscere l’infinito nel filo d’erba è già un atto di resistenza contro la barbarie strumentale della civiltà moderna.

Forse gli iconografi lo sapevano: quella linea gialla non è un ornamento. È una confessione: che il Mistero sostiene ogni cosa, che l’eternità non è un’altra dimensione ma una qualità presente qui e ora, che i piedi dei santi poggiano su una terra che non è profana ma intrinsecamente connessa al Cielo. La terra riceve consistenza, stabilità, ordine proprio da questa presenza invisibile ma operante del Mistero.

Albert Einstein, da scienziato, aveva compreso la stessa verità: «Ci sono due modi di vivere la vita: come se nulla fosse un miracolo, o come se tutto lo fosse.». È tutta questione di sguardo, di attenzione, di come decidiamo di incontrare il mondo.

pubblicato su il Cittadino del 6 Novembre 2025

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