Oltre la nostalgia: memoria, responsabilità e fiducia nel tempo presente

«Riflettere su ciò che insieme abbiamo conquistato è la premessa per poter guardare al futuro con fiducia e con rinnovato impegno comune. La consapevolezza di questa storia può conferirci forza per affrontare con serenità le sfide e le insidie del nostro tempo

Il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella può essere letto come un grande invito a ricordare. Non un esercizio di nostalgia, né una semplice rassegna di anniversari, ma un uso consapevole della memoria come strumento per abitare il presente. In vista degli ottant’anni della proclamazione della Repubblica, che celebreremo nel 2026, il Presidente ha ripercorso i passaggi fondamentali della nostra storia recente, mettendo in luce ciò che, nel tempo, ha tenuto insieme il Paese.

La memoria, nel discorso di Mattarella, non è un archivio da consultare all’occorrenza. È una pratica civile. Ricordare significa riconoscere il cammino fatto, le conquiste ottenute, ma anche le ferite ancora aperte. Il passato non viene chiuso in una cornice definitiva: resta aperto, capace di interpellare il presente e di orientare le scelte future.

Questa idea di memoria trova un curioso punto di contatto con il pensiero di Jacques Lacan. Per lo psicoanalista francese, il passato non determina automaticamente il presente. Non agisce come una causa meccanica che produce effetti inevitabili. La memoria non è una sequenza di fatti immutabili, ma una costruzione simbolica che prende forma attraverso il linguaggio. Ciò che ritorna dal passato, secondo Lacan, non lo fa mai in modo identico: torna come possibilità di rilettura, di cambiamento, di nuova comprensione.

È una differenza importante rispetto a Freud, che aveva messo in luce come ciò che non viene elaborato continui a ripresentarsi sotto forma di sintomo. In Freud, il rischio è che il passato, se rimosso, finisca per imporsi sul presente. Lacan sposta l’accento: il passato non ci condanna, a patto che venga simbolizzato, raccontato, messo in parola. In altre parole, ricordare non serve a restare prigionieri di ciò che è stato, ma a creare uno spazio di libertà.

Il discorso di Mattarella sembra muoversi proprio in questa direzione. Quando richiama eventi dolorosi della storia repubblicana — guerre, terrorismo, disuguaglianze — non lo fa per dire che siamo inevitabilmente il prodotto di quelle vicende. Non propone una lettura deterministica del nostro passato. Al contrario, invita a riconoscere la storia come un campo di responsabilità: ciò che è accaduto non può essere cambiato, ma il senso che gli attribuiamo sì.

La memoria civile evocata dal Presidente non è un destino che si impone, ma una possibilità che si apre. Non chiude l’identità nazionale in una narrazione rigida e rassicurante, ma la mantiene viva, incompiuta, attraversata da domande. È una memoria che non assolve automaticamente, ma neppure condanna senza appello. Chiede piuttosto di essere abitata, discussa, condivisa.

Lacan ricordava che nessun soggetto coincide pienamente con la propria storia. C’è sempre uno scarto, uno spazio aperto che rende possibile il desiderio e il cambiamento. Lo stesso vale per una comunità. Una società che fa memoria senza pretendere di chiudere il senso del proprio passato resta capace di futuro. Al contrario, una memoria usata per giustificare tutto o per spiegare tutto rischia di bloccare il presente, di trasformarlo in un destino già scritto.

Il discorso di fine anno, allora, può essere letto come un invito chiaro: ricordare non significa voltarsi indietro, ma creare le condizioni per andare avanti. Se ciò che non viene elaborato ritorna come sintomo, come insegna Freud, ciò che viene simbolizzato, come suggerisce Lacan, apre uno spazio di scelta. Ed è proprio in questo spazio che una democrazia può ritrovare energia, responsabilità e fiducia nel proprio futuro.

pubblicato su il Cittadino del 5 gennaio 2026

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