La situazione politica, interna e internazionale, appare oggi profondamente inquietante. Le crisi si moltiplicano, i conflitti si radicalizzano, il linguaggio pubblico si fa sempre più aggressivo. E se si prova a cercare un minimo comun denominatore di questo scenario frammentato, un tratto emerge con forza: il rifiuto della legge.
Non della legge intesa semplicemente come insieme di norme giuridiche, ma della legge nel suo significato più profondo. Jacques Lacan offre, su questo punto, una chiave di lettura sorprendentemente attuale. Per Lacan la legge non nasce come comando esterno né come strumento di repressione. La legge è, prima di tutto, una struttura simbolica che introduce il limite. Non serve anzitutto a imporre obbedienza, ma a rendere possibile la convivenza.
La legge politica, infatti, può funzionare solo se poggia sulla capacità dei soggetti di riconoscere che il proprio desiderio non può essere assoluto. Quando questo riconoscimento viene meno, la legge istituzionale perde la sua funzione di mediazione e tende a trasformarsi in qualcos’altro: pura coercizione, controllo esterno, gestione della violenza.
Una buona legge, secondo il pensatore francese, non è quella che promette di soddisfare tutti, ma quella che stabilisce un limite comune. Il patto politico funziona solo quando i cittadini accettano una verità scomoda ma essenziale: non tutto è permesso, non tutto è garantito, non tutto è immediatamente esigibile. Questo non rappresenta un fallimento della democrazia; al contrario, ne costituisce la condizione di possibilità.
Una politica che promette il godimento totale (sicurezza assoluta, benessere senza rinunce, identità senza fratture) entra in quella che Lacan chiamerebbe una logica immaginaria. È una politica che seduce, semplifica, polarizza, ma che è destinata prima o poi a produrre frustrazione, delusione o violenza. Qui il pensiero di Lacan mostra tutta la sua attualità.
Molte derive populiste contemporanee possono essere lette proprio come un rifiuto del limite. La legge viene presentata non come garanzia simbolica, ma come ostacolo da abbattere in nome di un presunto “interesse del popolo”. Il leader populista si propone come colui che aggira la legge, parla “senza mediazioni”, promette soluzioni immediate e soddisfazioni totali. In questa dinamica, il limite non viene assunto, ma espulso.
E ciò che viene espulso dal simbolico — ci ricorda Lacan — ritorna nel reale. Ritorna sotto forma di conflitto permanente, di polarizzazione estrema, di violenza verbale e talvolta fisica. Il rifiuto della legge come limite condiviso non produce libertà, ma instabilità; non rafforza il legame sociale, ma lo consuma.
Forse una parte della crisi che stiamo vivendo nasce proprio da qui: dalla difficoltà, individuale e collettiva, di riconoscere che la legge non è il nemico della libertà, ma la sua condizione. Accettare il limite non significa rinunciare alla democrazia, ma renderla possibile.








Lascia un commento