Forse sono mille, qualcuno dice tremila, altre fonti azzardano più di diecimila. Il numero preciso non si conosce, e forse non è nemmeno questo il punto più importante.
Quando scorri i siti di informazione e incroci i volti giovani delle vittime della repressione iraniana di questi giorni, te ne accorgi subito: anche se fosse uno soltanto, sarebbe comunque uno di troppo.
Sconvolge pensare che quei volti e quei corpi, così pieni di futuro, siano ora rinchiusi in sacchi neri per cadaveri. Che esistenze giovani siano state spezzate in modo definitivo, che vite appena iniziate siano state interrotte prematuramente e con violenza. Sconvolge sapere che le loro famiglie, le persone che li amavano, non potranno più abbracciarli, ascoltarli, accompagnarli nella crescita.
Che Stato è quello che uccide i propri figli? Che potere è quello che stermina le future generazioni e annienta il proprio avvenire? Quale ideologia malata e delirante accetta il prezzo della strage dei propri giovani pur di conservare lo status quo, preservare il potere, difendere il controllo e il privilegio? Quale comunità umana può ancora tollerare tutto questo, convincendosi che le idee valgano più delle persone, che la religione possa essere ridotta a strumento di sottomissione e controllo, che lo Stato possa trasformarsi in un Leviatano così violento e autoritario da soffocare il dissenso, umiliare gli oppositori, annientare ogni possibilità di cambiamento?
Provo sgomento davanti a quei volti. Penso a giovani che stavano lottando per il proprio futuro, per la libertà, per le opportunità, per le aspirazioni più elementari. E vedo quelle speranze distrutte da una classe religiosa e politica che non ammette dissenso, che non accetta confronto, che in nome di una visione integralista — religiosa e politica insieme — è disposta a tutto, persino a sacrificare i propri figli.
Ed è forse questo l’aspetto più intollerabile: non solo la violenza esercitata, ma la convinzione di poterla giustificare. Di poterla considerare necessaria. Di poter continuare a governare sulle macerie delle vite spezzate, come se il futuro non fosse già stato irrimediabilmente compromesso.








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