Può un viaggio in taxi cambiare la vita?

Può un viaggio in taxi cambiare la vita di una persona?

È questa, in fondo, la scommessa narrativa del film Una notte a New York (1). Un film che parte da un gesto banale – salire su un taxi a tarda notte – e finisce per portarci molto più lontano di quanto immaginiamo.

È tardi. Si preme il primo tasto disponibile. Il taxi arriva. Così nasce l’incontro con Clark, un tassista che ha visto passare tante vite dal sedile anteriore, e che proprio per questo è diventato, senza proclami, un piccolo esperto di umanità. Il tragitto dovrebbe essere semplice: dall’aeroporto al cuore di Manhattan. Ma un incidente blocca il traffico, costringendo l’auto a una lunga sosta. E quello che doveva essere un breve spostamento diventa uno spazio sospeso.

Dentro quello spazio prende forma una conversazione.

All’inizio timida, poi sempre più densa. Minuto dopo minuto, parola dopo parola, il dialogo si approfondisce e si trasforma. Tra sguardi rapidi, silenzi carichi di significato e frasi dette quasi di nascosto, la giovane donna – appena rientrata dall’Oklahoma per far visita alla sorella – arriva a confidare a Clark la sua relazione clandestina con un uomo sposato.

Non è solo uno scambio di informazioni. È qualcosa di più vicino a una seduta terapeutica improvvisata, certamente auto-rivelativa. I due protagonisti cominciano a scavare, ciascuno nel proprio mondo interiore. La conversazione diventa quasi una gara silenziosa: chi riesce a spingersi un po’ più in là? Chi trova il coraggio di dire ciò che non ha mai detto?

Eppure, se ci pensiamo, “non accade nulla”. Non ci sono grandi eventi, svolte clamorose, colpi di scena spettacolari. Accade solo questo: una parola viene detta e un’altra viene ascoltata. Ma è proprio qui che il film trova la sua forza.

È un film a tratti lento, impegnativo, persino scomodo. Eppure racconta con sorprendente precisione il potere della parola: la sua capacità di aprire mondi, di svelare orizzonti, di scavare nell’animo umano alla ricerca di un’autenticità che spesso le nostre parole vuote cercano di mascherare.

Quando la donna arriva finalmente a Manhattan, non sappiamo davvero che cosa cambierà nella sua vita. Ma comprendiamo una cosa con chiarezza: durante quel viaggio è entrata in contatto con una parte essenziale di sé, con un nucleo caldo della propria esistenza che forse non aveva mai avuto il coraggio di guardare negli occhi.

Ed è qui che il film dice qualcosa di profondo anche a noi.

A volte la forza della parola nasce proprio nell’incontro con l’estraneo. Anzi, forse soprattutto lì. Con chi non conosciamo, con chi non ci giudica, con chi non ha nulla da perdere o da difendere. L’estraneità dell’interlocutore non diventa un limite, ma una risorsa: un acceleratore della rivelazione, un catalizzatore dello sguardo introspettivo di cui spesso abbiamo paura.

Forse non è il viaggio in sé a cambiare la vita. Forse è il coraggio di fermarsi, di ascoltare e di lasciarsi dire – anche solo per una notte – qualcosa di vero.

(1) Una notte a New York è il titolo italiano di Daddio, film drammatico statunitense del 2023 scritto e diretto da Christy Hall. Ambientato quasi interamente all’interno di un taxi che attraversa New York durante la notte, il film è interpretato da Sean Penn e Dakota Johnson.

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