Chi ha anche solo lontanamente sperimentato un’autentica esperienza di fede, e in essa il dono gratuito e immeritato dell’amore di Dio, non può non provare oggi un profondo senso di ribrezzo di fronte all’uso che del nome di Dio viene fatto nel mondo contemporaneo. Un uso frequente, insistente, talvolta ossessivo, che sembra avere poco a che fare con l’esperienza viva della fede e molto con il bisogno umano di legittimazione, potere e dominio. Questo fenomeno non riguarda una sola tradizione religiosa. È una costante trasversale che attraversa, con forme e intensità diverse, tutte le grandi confessioni religiose.
Nell’ebraismo, ad esempio, assistiamo ai continui richiami biblici e all’esperienza fondativa del popolo di Israele, utilizzati dallo Stato di Israele per giustificare violenze, attacchi e uccisioni nei confronti del popolo palestinese, in nome di una presunta promessa divina circa la “Terra promessa”. Un Dio invocato non come mistero da ascoltare, ma come titolo di proprietà da far valere contro altri esseri umani.
Ma anche il cristianesimo non è immune da questa deriva. Basti pensare alla Chiesa ortodossa russa, che in nome della “ricostruzione spirituale” della Russia arriva a paragonare i soldati impegnati nella guerra in Ucraina al Maestro di Nazareth. Un accostamento che suona come una profanazione del cuore stesso del Vangelo, nel quale Gesù rifiuta ogni forma di violenza sacralizzata. E ancora, sempre in ambito cristiano, non possiamo dimenticare l’uso strumentale e integralista del nome di Dio da parte di settori della destra evangelica americana, che lo impiegano come stampella ideologica per giustificare politiche razziste, discriminatorie ed escludenti.
Lo stesso schema si ripresenta in modo drammatico in ambito islamico nella repressione oggi in corso in Iran, dove migliaia di giovani vengono incarcerati, torturati e uccisi in nome di una legge divina presentata come assoluta, violenta e settaria. Anche qui Dio diventa il sigillo sacro di un potere che non tollera dissenso.
Che cosa hanno in comune questi usi violenti del nome di Dio? Che cosa accomuna, pur nella differenza delle religioni, esperienze così lontane tra loro? Ciò che le unisce è l’idea di sentire Dio dalla propria parte, di possederlo, di poterlo arruolare a sostegno delle proprie scelte storiche e politiche. In questo modo ci si sente giustificati ad aggredire il fratello, a escluderlo, a negargli dignità e diritti.
Alla radice vi è la convinzione di essere depositari di una verità esclusiva ed escludente, di possedere un sapere su Dio talmente totale da poter essere imposto agli altri. Così la verità si trasforma in certezza, la conoscenza in arroganza, l’esperienza di Dio in un’arma da brandire contro chi è ritenuto eretico o infedele. Dio non è più il mistero che chiama alla conversione, ma un confine che separa, una bandiera sotto cui marciare.
Di fronte a questa forma di religione integralista, la risposta non può essere la rinuncia alla verità né la sua riduzione a puro relativismo. Il problema non è la verità in sé, ma il modo in cui la si abita. L’alternativa non è tra verità assoluta e verità relativa, bensì tra una verità posseduta e una verità dialogica.
La verità, se è davvero tale, ci precede e ci supera. Non è mai completamente racchiudibile in una dottrina, in un sistema, in una legge con cui tracciare confini e stabilire appartenenze tribali. La verità non è qualcosa che si brandisce, ma qualcosa che si riceve, sempre in modo fragile e vulnerabile.
Solo nella misura in cui sapremo accogliere una verità che nasce nell’incontro, nel dialogo, nella relazione autentica con il fratello, potremo abitare una fede davvero disarmata e disarmante. Una fede che non ha bisogno di difendersi con la violenza perché non teme la complessità, il dubbio, l’alterità. Una fede che non pretende di avere Dio dalla propria parte, ma accetta di camminare alla sua presenza, senza possederlo mai. Forse è proprio qui che si gioca oggi la credibilità della fede: non nella forza delle certezze, ma nel coraggio dell’ascolto. Non nel nome di Dio gridato contro qualcuno, ma nel suo nome sussurrato come invito alla responsabilità, alla giustizia e alla pace.
pubblicato come editoriale su il Cittadino del 22 gennaio 2026








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