dove è finita l’America?

Leggi i giornali, ascolti i telegiornali, segui le notizie che arrivano dagli Stati Uniti e, quasi inevitabilmente, ti poni una domanda che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata impensabile: dove è finita l’America?

Dov’è l’America delle libertà, delle opportunità, dei diritti e delle responsabilità civili e sociali? Dov’è l’America che per decenni è stata percepita, nel bene e nel male, come un faro delle democrazie, un riferimento per l’Occidente e per molti Paesi che guardavano a essa come a un modello possibile, imperfetto ma vitale, di convivenza pluralista?

Oggi l’immagine che emerge dalle cronache appare profondamente diversa e inquietante. Si legge di un presidente che riconosce come unico limite il proprio volere e la propria moralità, che rivendica apertamente il diritto di appropriarsi di territori sovrani perché “necessari”, che in poche dichiarazioni è in grado di scuotere un ordine internazionale costruito con fatica nel secondo dopoguerra, proprio per evitare che la legge del più forte tornasse a governare il mondo. Un ordine fragile, certo, ma fondato sull’idea che la forza dovesse essere contenuta dal diritto, non celebrata come virtù.

Si racconta di una nazione che arriva a rapire il presidente di un altro Paese — per quanto autoritario e dittatoriale — non per avviare un percorso di democratizzazione o di tutela dei diritti umani, ma per sfruttarne le immense risorse petrolifere. Un gesto che parla il linguaggio brutale dell’interesse e del dominio, non quello del diritto internazionale o della responsabilità globale. È la logica coloniale che ritorna, senza più neppure il pudore delle giustificazioni morali.

Sul piano interno, le immagini sono forse ancora più disturbanti. Cittadini uccisi e arrestati arbitrariamente da uomini armati e mascherati, scene che evocano i momenti più bui della storia europea del Novecento. Bambini fermati e portati via, in un clima che riattiva memorie che speravamo definitivamente sepolte. Il dissenso politico viene etichettato come sovversione, chi non si allinea è automaticamente bollato come “militante di sinistra”, dunque anti-democratico, anti-patriottico, nemico interno. La complessità viene ridotta a slogan, la critica a tradimento.

In questo scenario, sembra affermarsi una nuova norma di convivenza: il sopruso come prassi, la violenza e la prepotenza come regola, il guadagno come unico criterio regolatore dei rapporti sociali e come valore dominante. Tutto ciò che non produce profitto immediato appare superfluo, sospetto, eliminabile. La politica smette di essere spazio di mediazione e diventa esercizio di forza; il diritto si piega all’interesse; la paura sostituisce la fiducia.

E allora la domanda ritorna, più insistente: dov’è finita l’America che, pur tra infinite contraddizioni, era stata un esperimento unico di integrazione, di mobilità sociale, di ricerca della felicità per tutti? Un’idea così radicale da essere iscritta persino nella propria Costituzione. Dov’è finita quell’America capace di pensarsi come promessa, non come minaccia, come possibilità aperta e non come fortezza assediata?

Guardando i notiziari, assistiamo a una trasformazione che fatichiamo a riconoscere. Un Paese che sembra aver smarrito la propria missione storica, che ha tradito i valori su cui aveva costruito la propria credibilità internazionale, che appare sempre meno affidabile come interlocutore e sempre più prevedibile come potenza guidata dal solo interesse. Non più garante di equilibri, ma fattore di instabilità; non più modello imperfetto bensì potenza cinica e autoreferenziale.

Dov’è finita l’America? Forse la risposta più onesta è che non è scomparsa del tutto, ma è divisa, lacerata, in conflitto con se stessa. Se l’America vuole essere ancora qualcosa di più di una parola vuota o di uno slogan nostalgico, dovrà ricordare una verità elementare che sembra aver dimenticato: la libertà non è fare ciò che si vuole, ma rispondere di ciò che si fa. Non è l’assenza di limiti, ma l’assunzione di responsabilità.

Forse l’America sopravvive ancora, ostinatamente, in quei cittadini che continuano a credere che la libertà non coincida con il dominio sull’altro, ma con la responsabilità verso l’altro. In chi difende i diritti anche quando non conviene, in chi protesta senza violenza, in chi continua a credere che la legge debba valere per tutti, soprattutto per chi governa. È lì, in quella resistenza civile spesso silenziosa e poco spettacolare, che potrebbe ancora nascondersi la possibilità di un futuro diverso.

pubblicato su il Cittadino del 28 gennaio 2026

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