Arriva un momento nella vita in cui comprendi che la vera maturità umana non consiste nel fare di più, nel muoversi continuamente, nel rincorrere nuove possibilità o nuove versioni di sé. La maturità, a un certo punto, assume un volto molto più sobrio e insieme più esigente: la capacità di stare fermi.
Stare fermi non significa rinunciare alla vita o smettere di desiderare. Significa, piuttosto, accettare di abitare la propria vita così com’è, senza assecondare quella pulsione incessante che ci spinge a fare e a essere solo per trovarci sempre altrove. È la tentazione di riempire ogni spazio, ogni silenzio, ogni attesa, pur di non restare davvero con noi stessi.
Quando riesci a stare con te, quando impari a sopportare — e persino ad accogliere — il peso della tua presenza, allora accade qualcosa di decisivo. Non sei più in fuga. Non stai più scappando da ciò che senti, da ciò che sei, dalle tue fragilità e dalle tue domande. È lì che inizi a diventare una persona riconciliata.
Guardandoci attorno, è facile accorgersi di quante persone riempiano il proprio tempo di pensieri, preoccupazioni, azioni, progetti. Tutto sembra urgente, necessario, inevitabile. Ma spesso questa iperattività non è altro che una strategia raffinata per tenere la testa occupata, per non lasciare spazio a quel confronto silenzioso e talvolta scomodo con se stessi.
Rimanere è strano. Fa paura. Non è immediato. Eppure, forse, è proprio questa la forma più alta dell’essere: restare, sentire, riconoscere la propria identità senza maschere e senza distrazioni. Abitare se stessi, anche quando pesa, è un atto di profonda libertà.








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