piccoli eroi anonimi

Nel clima incattivito e spesso violento che domina il panorama della comunicazione contemporanea, dove il linguaggio del conflitto sembra aver preso il sopravvento su ogni altra forma di confronto, non è raro sentirsi smarriti. Le notizie che ci raggiungono quotidianamente appaiono quasi sempre segnate dalla polemica, dall’emergenza, dalla contrapposizione aspra. È come se il rumore sovrastasse tutto il resto, rendendo difficile distinguere ciò che davvero merita attenzione.

Eppure, in questo scenario, esistono notizie che chiedono di essere ascoltate con uno sguardo diverso. Notizie che meritano di essere custodite, non consumate in fretta. Sono come piccole oasi nel deserto comunicativo nel quale siamo immersi: presenze discrete ma vitali, capaci di offrire ristoro e orientamento.

L’oscurità della notte c’è, senza dubbio. Ma anche nella notte più fitta si accendono luci che indicano una direzione. Una di queste luci è rappresentata dalla recente nomina, da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, di numerosi cittadini insigniti dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Un elenco ampio e variegato, che include persone di età, provenienze, ruoli sociali e storie profondamente diverse tra loro.

Ciò che colpisce non è solo la quantità dei riconoscimenti, ma soprattutto la qualità delle storie che il Presidente ha voluto mettere in evidenza. Storie che, nel loro insieme, costituiscono un grande segno di speranza e di consolazione per il nostro Paese. Alcune sono segnate da un eroismo straordinario, evidente, drammatico. Altre, forse la maggior parte, raccontano una generosità più nascosta, ordinaria, quotidiana. Ed è proprio in questa normalità che risiede la loro forza.

C’è la storia di Giuseppe, poliziotto della questura di Firenze, che non ha esitato a intervenire sull’autostrada per prestare i primi soccorsi a un autobus inclinato e avvolto da una nube di fumo. E poi Giovanni, carabiniere fuori servizio, che in una serata come tante si è tuffato nel porto canale di Riccione per salvare una bambina in sedia a rotelle, traendola in salvo.

Accanto a questi gesti immediati e rischiosi, emergono storie che parlano di un impegno che attraversa confini geografici e morali. Come quella di Vito, chirurgo oculista, che ha preso parte alla missione Puglia-Bangui nella Repubblica Centrafricana, guidando con successo un’équipe medica che ha restituito la vista a più di 240 pazienti, molti dei quali bambini. C’è Valerio, già direttore del Sert di Trento, che anche dopo la pensione ha continuato a dedicare il proprio tempo e le proprie competenze alle persone più fragili, impegnandosi nel recupero dalle tossicodipendenze

E poi la storia di Tiziana, chirurgo plastico, primo medico volontario italiano a recarsi nella Striscia di Gaza, nell’ospedale Nasser. In un contesto segnato dalla guerra e dalla sofferenza estrema, ha operato anche bambini che avevano riportato ferite gravemente invalidanti, restituendo loro non solo funzionalità fisica, ma speranza.

Accanto a queste esperienze, ci sono vite intere spese nel silenzio. Come quelle di Ester e di suor Emma, che hanno dedicato anni al reinserimento e all’accompagnamento dei detenuti, operando come volontarie in diversi istituti penitenziari della penisola.

Che cosa hanno in comune tutte queste persone? Forse il fatto che in loro vibra una visione della vita nella quale la gratuità e la generosità non sono eccezioni, ma tratti distintivi. In un mondo che spesso fa della carriera un idolo e del denaro un valore assoluto, queste donne e questi uomini indicano atteggiamenti radicalmente diversi. Mostrano che esiste un altro modo di abitare la realtà, fondato sulla responsabilità, sulla cura, sulla relazione.

Voglio credere che queste persone non siano eccezioni isolate, ma la punta di un iceberg molto più vasto. Segni visibili di un movimento carsico che attraversa in profondità le relazioni sociali del nostro Paese. In Italia esiste un popolo silenzioso di volontari che ogni giorno sostiene comunità, quartieri, persone fragili. Un popolo che spesso supplisce alle mancanze a cui lo Stato non riesce a rispondere, mettendo il bene altrui prima del proprio.

Sono piccoli eroi anonimi, portatori di un forte senso del “noi”, capaci di riconoscere la bellezza della condivisione e del dono. Custodire le loro storie non è solo un atto di gratitudine: è un gesto politico e culturale. Perché ricordano a tutti noi che, anche nel rumore del conflitto, esiste un’Italia che resiste facendo il bene. E che vale la pena raccontarla.

pubblicato su il Cittadino del 5 febbraio 2026

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