Benedetti i pezzi mancanti

Benedetti quei pezzi di puzzle che non si trovano, quelli che mancano all’appello e lasciano il disegno incompleto, il quadro imperfetto. Quei piccoli frammenti che sembrano smarriti chissà dove e che ti impediscono di finire l’opera, di chiudere il lavoro, di raggiungere uno scopo in modo definitivo.

Benedette quelle tessere che non si fanno trovare, perché interrompono la pretesa di completezza, perché resistono al nostro bisogno di ordine, di controllo, di risultati chiari e conclusivi. Sono proprio quei tasselli mancanti a lasciare il quadro aperto, a custodire il senso dell’imperfezione che abita tutte le cose, a impedirci di scrivere la parola “fine” su ciò che è frutto del nostro impegno, delle nostre fatiche, delle nostre attese.

Quanto ci piacerebbe poter chiudere il cerchio, tracciare confini netti, definire traguardi inequivocabili. Quanto ci rassicura l’idea di un disegno completo, di una forma finalmente compiuta. E quanto, invece, ci disturbano quei dettagli che non tornano, quei particolari fuori posto che lasciano una sensazione di incompiutezza, di mancanza, di fragilità.

Eppure, forse, è proprio lì che si nasconde qualcosa di prezioso. Benedette siano quelle tessere mancanti perché ci educano alla provvisorietà, al valore dell’incompiuto, alla possibilità di non possedere tutto e subito. Ci insegnano a lasciare aperte le strade, a non sigillare la realtà dentro schemi troppo rigidi, a fare spazio a ciò che ancora deve venire.

Forse l’imperfezione non è un difetto da correggere, ma una forma di resistenza gentile. Un invito a continuare a cercare, a camminare, a restare in ascolto. Perché non tutto deve essere concluso per avere senso, e non tutto deve essere completo per essere vero.

A volte, sono proprio i pezzi mancanti a tenere vivo il desiderio.

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