la leadership secondo Sergio

La notizia, probabilmente, non è di quelle destinate a entrare nei libri di storia. Non cambierà gli equilibri geopolitici, non segnerà una svolta epocale. Eppure, dentro uno scenario politico sempre più incattivito, urlato, a tratti apertamente violento, mi è sembrata un piccolo segno positivo. Un dettaglio che non fa rumore, ma che dice qualcosa.

Mi riferisco ai giorni trascorsi dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Cortina d’Ampezzo in occasione delle Olimpiadi invernali.

A colpirmi non è stata tanto la presenza del Capo dello Stato. In fondo, da un certo punto di vista, potrebbe sembrare persino doverosa. Le grandi manifestazioni sportive sono anche momenti istituzionali, occasioni di rappresentanza. Nulla di sorprendente, dunque, nel vedere il Presidente tra gli atleti.

Quello che mi ha colpito davvero è stato lo stile.

Le parole, i gesti, il modo di stare prima, durante e dopo le gare. Una presenza mai ingombrante, mai esibita. Una postura discreta, quasi defilata. In un tempo in cui la politica sembra vivere di sovraesposizione permanente, di dichiarazioni aggressive, di battute taglienti, di polemiche continue, quella misura è sembrata quasi fuori tempo. E proprio per questo preziosa.

Arrivato a Casa Italia, Mattarella ha scherzato: «Tutto posso fare tranne appropriazione indebita…». Poi, con tono più serio, ha aggiunto: «Le medaglie sono degli atleti, sono fortunato io ad essere stato qui in questi giorni in cui hanno conquistato molte medaglie. Spero che continui, ma l’importante è che continui lo spirito con cui l’hanno fatto e lo stanno facendo: l’impegno per superare se stessi, il competere con lealtà e successo».

In queste parole c’è molto più di una formula di circostanza. C’è un’idea precisa di ruolo istituzionale. Il Presidente non si appropria del successo, non si mette al centro della scena, non trasforma le vittorie in un palcoscenico personale. Riconosce, semplicemente, che il merito è di chi ha lavorato, faticato, sudato per arrivare fin lì.

In un contesto politico in cui spesso si assiste al contrario — alla tendenza a occupare ogni spazio, a intestarsi ogni risultato, a parlare sopra chiunque — questa scelta di restare un passo indietro appare quasi rivoluzionaria. Non è debolezza, è autorevolezza; non è distanza, è rispetto.

Forse sarò un uomo di altri tempi, ma credo che questa volontà di lasciare spazio agli altri, di riconoscere i meriti quando vanno riconosciuti, di non occupare sempre completamente la scena, sia un tratto raro. E straordinario.

Nel nostro mondo troppo spesso segnato da toni aggressivi, da linguaggi al limite della violenza, da posture muscolari e divisive, vedere un uomo delle istituzioni scegliere la misura, la gentilezza, la sobrietà, non è un dettaglio irrilevante. È un segnale.

Non so se questo episodio passerà alla storia. Ma so che, dentro un clima pubblico spesso avvelenato, certe parole e certi gesti fanno respirare. E ricordano che esiste ancora un modo diverso di esercitare il potere: non occupando tutto lo spazio, ma custodendo lo spazio di tutti.

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