come ti aizzo le folle…

Ieri, ascoltando la radio in macchina, ho avuto l’ennesimo esempio di quanto sia facile parlare alla pancia delle persone invece che alla loro testa.

Sento la nostra Presidente del Consiglio che più o meno dichiara: un cittadino algerino irregolare, con 23 condanne tra cui lesioni per aver picchiato una donna, non potrà essere trattenuto in un CPR; trasferito in Albania per il rimpatrio, secondo alcuni giudici non solo non sarà espulso, ma il Ministero dell’Interno dovrà risarcirlo con 700 euro. E la domanda retorica: come si può contrastare seriamente l’immigrazione illegale se chi viola ripetutamente la legge resta sul territorio e lo Stato viene sanzionato per aver cercato di applicarla?

Ora, diciamocelo: come non restare sconvolti? Un pluricondannato che torna in Italia, lo Stato che paga, i giudici che sembrano ostacolare l’espulsione. La reazione è immediata: rabbia. Senso di impotenza. L’idea che ci siano cavilli, “legulei”, burocrazie inutili che impediscono di fare ciò che appare semplicemente giusto. È un racconto potente, perché è costruito per esserlo.

Peccato che, pochi minuti dopo, arrivino anche i dettagli.

Questo cittadino algerino è arrivato in Italia nel 1999. Da allora ha collezionato 23 sentenze di condanna: reati contro la persona, il patrimonio, la pubblica amministrazione. È stato in carcere undici volte. È passato per tre centri di permanenza. Tra le condanne, anche una per lesioni personali nei confronti di una donna aggredita con calci alla testa. Un curriculum giudiziario pesantissimo. Dopo l’ennesimo reato, viene arrestato e detenuto in carcere. Sconta una breve pena. A quel punto, invece di essere trasferito come previsto al CPR di Gradisca d’Isonzo, viene mandato in Albania. Ma il trasferimento poggiava su un vizio di forma decisivo: mancava un provvedimento scritto e motivato, sia dell’autorità amministrativa sia di quella giudiziaria. Non un dettaglio burocratico. Non un capriccio. Un passaggio fondamentale. Ed è per questo che il 10 febbraio il Tribunale di Roma ha stabilito il rientro in Italia e disposto un risarcimento di 700 euro per il trattenimento illegittimo nel centro albanese.

Vista così, la storia cambia radicalmente.

Perché qui non si sta discutendo se quell’uomo sia innocente o colpevole. È stato condannato, e ha scontato pene. Il punto è un altro: lo Stato può limitare la libertà personale di qualcuno senza un atto formale, scritto e motivato dell’autorità competente? Se rispondiamo sì, stiamo scardinando l’ABC dello Stato di diritto. Il principio è antico, e ha un nome preciso: habeas corpus. La libertà personale può essere limitata solo nei casi e nei modi previsti dalla legge, con un controllo dell’autorità giudiziaria. Non importa chi tu sia. Non importa cosa tu abbia fatto. Se sei un criminale, verrai punito secondo la legge. Ma proprio perché sei un criminale, lo Stato non può permettersi di diventare arbitrario.

Quando la forma viene disprezzata come cavillo, quando le garanzie vengono trattate come ostacoli, il passo verso lo Stato di polizia è breve.

È qui che si vede la differenza tra parlare alla pancia e parlare alla testa. Raccontata in un modo, la vicenda è l’ennesima prova di giudici ideologici che proteggono delinquenti. Raccontata per intero, è la dimostrazione che le regole valgono per tutti, anche – e soprattutto – quando ci infastidiscono. Scaldare gli animi è facile. Basta selezionare i fatti, enfatizzare l’indignazione, porre una domanda retorica. Più difficile è spiegare che lo Stato di diritto non è un lusso per tempi tranquilli, ma una garanzia proprio nei casi più scomodi.

Perché uno Stato forte non è quello che calpesta le regole quando gli conviene. È quello che le rispetta sempre. Anche quando costa 700 euro.

PS: ma cosa ci faceva questo pluricondannato sul territorio italiano? Perchè lo Stato non lo ha ancora rimpatriato? Mah…

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