Per molte persone il nome di Heisenberg suonerà sconosciuto. Verrebbe quasi da ripetere la celebre battuta di don Abbondio: “Heisenberg, chi era costui?”. Eppure Werner Heisenberg è uno di quegli uomini che, senza clamore, hanno cambiato il nostro modo di guardare alla realtà.
Nel 1927 formulò il principio di indeterminazione. Una formula apparentemente tecnica, confinata nei manuali di fisica. In realtà un’idea capace di incrinare una visione del mondo consolidata da secoli. Il principio afferma qualcosa di molto semplice, anche se sorprendente: nel mondo microscopico non possiamo conoscere con precisione assoluta, nello stesso momento, sia dove si trova una particella sia come si sta muovendo. Più precisamente: più determiniamo con esattezza la posizione, meno possiamo determinare la velocità, e viceversa. E non è un difetto degli strumenti. È la struttura stessa della natura a impedirlo.
Per capirlo possiamo ricorrere a un’immagine. Immaginiamo una stanza completamente buia con una farfalla che vola dentro. Se accendiamo un flash potentissimo per vedere esattamente dove si trova, la luce la colpisce, la spaventa e ne altera la traiettoria. Se invece usiamo una luce tenue per non disturbarla, la vediamo solo in modo impreciso. Non possiamo avere insieme posizione perfetta e movimento perfetto. Ogni atto di osservazione comporta una perdita.
Sembra un dettaglio tecnico. Ma non lo è affatto. Fino ad allora si pensava che il mondo fosse, almeno in linea di principio, totalmente trasparente. Se non conosciamo qualcosa, è solo questione di tempo: strumenti più raffinati avrebbero colmato ogni lacuna. L’universo era immaginato come un grande meccanismo, regolato da leggi precise e interamente prevedibile.
Heisenberg spezza questa sicurezza. Introduce una parola scomoda: limite. Non un limite provvisorio, ma strutturale. Non tutto è conoscibile nello stesso modo e nello stesso momento. Il reale non è completamente disponibile alla nostra presa.
Ed è qui che affiora un’altra parola, spesso fraintesa: mistero. Non nel senso di magia o oscurità irrazionale. Ma nel senso che il reale non si lascia esaurire completamente dal nostro sguardo. C’è sempre un’eccedenza rispetto a ciò che possiamo misurare, calcolare, determinare.
Paradossalmente, questa scoperta non umilia la scienza. La purifica da ogni pretesa di onnipotenza. La rende più consapevole dei propri confini, e proprio per questo più rigorosa.
In ambito filosofico, una risonanza sorprendente si trova nel pensiero di Martin Heidegger. Per lui l’essere non è mai totalmente disponibile. Ogni manifestazione comporta insieme uno svelamento e un velamento. La verità non è possesso totale, ma evento in cui qualcosa si mostra e, nello stesso tempo, trattiene una parte di sé. Il mistero non è un difetto del sapere: è una dimensione costitutiva dell’essere.
Così, ciò che nasce come principio fisico diventa un’indicazione più ampia: il reale non è riducibile a oggetto calcolabile. Non tutto può essere trasformato in formula, numero, misura totale. C’è sempre un margine di indeterminazione, un orizzonte che si sposta, una profondità che resiste alla chiusura.
E questo cambia anche il nostro modo di stare al mondo. Se la realtà non è completamente dominabile, allora noi non siamo padroni assoluti di ciò che esiste. Non siamo sovrani di un universo perfettamente trasparente. Siamo piuttosto interlocutori, coinvolti in un dialogo in cui qualcosa ci precede e ci supera.
Il mistero, allora, non è un muro contro cui sbattere. È lo spazio che rende possibile la ricerca, il pensiero, la meraviglia. È ciò che impedisce alla realtà di ridursi a oggetto morto e la mantiene viva, inesauribile. Forse il nome di Heisenberg continuerà a suonare estraneo a molti. Ma la sua intuizione ci riguarda da vicino. Perché ci ricorda che la profondità del reale non è un problema da eliminare, bensì una ricchezza da abitare.
pubblicato su il Cittadino del 23 febbraio 2026.








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