il discorso di Pedro

Ho letto con attenzione il messaggio del primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, sulla crisi mediorientale. E devo confessare che non sono rimasto sorpreso dalle sue parole — parole, peraltro, assolutamente ammirevoli. Ciò che mi ha davvero stupito è stato un altro fatto: che sia stato praticamente l’unico a pronunciarle con tanta chiarezza.

Mi sorprende che il mio presidente del Consiglio non abbia sentito il bisogno di dire qualcosa di simile. Mi meraviglia che altri governi europei non abbiano espresso la stessa posizione. E mi colpisce il silenzio, o la prudenza eccessiva, delle istituzioni dell’Unione Europea.

Perché, a ben vedere, Sánchez non ha detto nulla di rivoluzionario. Non ha pronunciato parole radicali o ideologiche. Non ha fatto un discorso “di sinistra”. Ha semplicemente espresso idee miti, piane, ragionevoli — quelle che dovrebbero stare naturalmente sulla bocca di qualsiasi democratico convinto. La posizione del governo spagnolo, ha detto, è chiara e coerente. La stessa adottata di fronte ad altri conflitti recenti: in primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale, che protegge tutti noi e soprattutto i più indifesi, la popolazione civile. In secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo attraverso conflitti e bombardamenti. E infine, no alla ripetizione degli errori del passato.

In fondo, ha riassunto tutto in poche parole semplicissime: no alla guerra.

E per spiegare perché, ha ricordato qualcosa che dovrebbe essere ovvio per chiunque abbia un minimo di memoria storica: ciò che accadde dopo la Iraq War. Quella guerra produsse un drastico aumento del terrorismo jihadista, alimentò una grave crisi migratoria nel Mediterraneo e contribuì a un aumento generalizzato dei prezzi dell’energia e quindi del costo della vita. Fu, in sostanza, il risultato delle decisioni prese dal cosiddetto “trio delle Azzorre” — tra cui l’allora primo ministro spagnolo José María Aznar — e consegnò agli europei un mondo più insicuro e una vita più difficile. Non serve una laurea in storia contemporanea per riconoscere che le cose sono andate così. Basta aver letto qualche giornale o ascoltato qualche telegiornale negli anni successivi.

Sánchez ha poi aggiunto una riflessione altrettanto semplice e altrettanto difficile da smentire: da una nuova guerra non nascerà un ordine internazionale più giusto. Non nasceranno salari più alti, né servizi pubblici migliori, né un ambiente più sano. Ciò che si intravede, piuttosto, è maggiore incertezza economica, un aumento del prezzo del petrolio e del gas, e quindi nuove pressioni sul costo della vita.

Per questo — ha spiegato — la Spagna si oppone a questo disastro. Perché i governi esistono per migliorare la vita delle persone, non per peggiorarla. E perché è inaccettabile che leader incapaci di risolvere i problemi reali usino il fumo della guerra per nascondere i propri fallimenti, mentre pochi — i soliti di sempre — continuano ad arricchirsi.

Sono gli unici a vincere quando il mondo smette di costruire ospedali per costruire missili.

La domanda che resta sospesa, a questo punto, è inevitabile: che cosa impedisce agli altri governi europei di assumere la stessa postura? Che cosa impedisce loro di mostrare la stessa libertà di giudizio, la stessa coerenza? Sánchez lo ha detto con parole limpide: non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità. È così che iniziano le grandi tragedie della storia. Per questo bisogna imparare dal passato e smettere di giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone.

La vera questione, ha ricordato, non è essere o meno “a favore degli ayatollah”. Nessuno lo è. La vera domanda è un’altra: stiamo dalla parte della legalità internazionale oppure no? Perché stare dalla parte della legalità significa stare dalla parte della pace.

Qualcuno, inevitabilmente, accuserà questa posizione di ingenuità. Ma forse l’ingenuità vera è un’altra: pensare che la violenza sia la soluzione. Credere che la democrazia possa nascere dalle macerie. O scambiare l’obbedienza cieca per una forma di leadership.

Dire no alla guerra, in realtà, non dovrebbe essere un atto di coraggio. Dovrebbe essere semplicemente il minimo indispensabile della politica in una democrazia.

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