il turbo-capitalismo sta distruggendo le nostre democrazie?

C’è una verità storica che merita di essere rimessa al centro del dibattito pubblico: il capitalismo non è nato contro le istituzioni liberali, ma grazie ad esse. Non è stato il frutto spontaneo dell’avidità o della semplice intraprendenza individuale; è cresciuto dentro un preciso orizzonte culturale e politico, quello dell’ideologia liberale e liberista che, tra Sei e Settecento, ha progressivamente posto un argine al potere assoluto e ha riconosciuto la libertà economica come espressione della dignità della persona.

Senza libertà di impresa, senza tutela giuridica dei contratti, senza garanzia della proprietà privata e senza una cornice di regole certe, il mercato non avrebbe mai potuto svilupparsi come lo abbiamo conosciuto. Il capitalismo ha avuto bisogno di tribunali indipendenti, di leggi stabili, di uno Stato non predatorio ma regolatore. Ha avuto bisogno, soprattutto, di un’idea forte di uomo: non suddito, ma cittadino; non oggetto del potere, ma soggetto titolare di diritti.

Il pensiero di John Locke, con la sua teoria dei diritti naturali e del limite al sovrano, e quello di Montesquieu, con la dottrina della separazione dei poteri, hanno contribuito a costruire quell’architettura istituzionale dentro cui il mercato ha potuto prosperare. A loro si è affiancata la riflessione economica di Adam Smith, convinto che l’iniziativa individuale, in un contesto di libertà regolata, potesse generare benessere diffuso.

Non si tratta di un dettaglio teorico. Il capitalismo occidentale è cresciuto insieme allo Stato di diritto, alla partecipazione democratica, alla progressiva estensione del suffragio. Mercato e democrazia, pur attraversati da conflitti e tensioni, si sono sostenuti reciprocamente. Il primo aveva bisogno della seconda per garantire stabilità, prevedibilità, legittimazione. La seconda trovava nel primo una fonte di crescita e di mobilità sociale.

Negli ultimi decenni, tuttavia, questa alleanza ha iniziato a mostrare segni di cedimento. La globalizzazione finanziaria, la rivoluzione tecnologica e l’interconnessione digitale hanno impresso al sistema economico un’accelerazione senza precedenti. È ciò che molti definiscono turbo-capitalismo: una dinamica di espansione rapidissima, spesso sganciata dai territori e dalle comunità politiche, che ha prodotto una concentrazione straordinaria di ricchezza e potere nelle mani di pochi attori globali.

Il punto critico non è soltanto la diseguaglianza, pur rilevante. È il fatto che questa concentrazione tende a modificare l’ambiente istituzionale che aveva reso possibile lo stesso sviluppo capitalistico. Quando il potere economico supera per scala e velocità il potere democratico, i vincoli giuridici e le procedure deliberative iniziano a essere percepiti come ostacoli. Le normative ambientali vengono vissute come freni alla competitività, le tutele del lavoro come rigidità superflue, il confronto parlamentare come una perdita di tempo.

In nome dell’efficienza si diffonde l’idea che i limiti siano un lusso. Ma qui emerge una torsione paradossale: il capitalismo, nato grazie al limite imposto al potere politico, finisce per considerare ogni limite come un nemico. Eppure senza limiti non c’è libertà, ma arbitrio; senza regole comuni non c’è mercato concorrenziale, ma dominio oligopolistico; senza istituzioni autonome non c’è democrazia, ma cattura del decisore pubblico.

È in questa frattura che si insinua il rischio di un’involuzione del modello liberale. Ci si può ritrovare, quasi senza accorgersene, in una configurazione che ricorda un sistema neo-feudale: pochi grandi centri di potere capaci di influenzare governi e opinioni pubbliche; alleanze asimmetriche in cui i più deboli diventano subordinati; cittadini formalmente titolari di diritti ma sostanzialmente impotenti di fronte a decisioni prese altrove.

Nel feudalesimo il signore era sciolto da vincoli effettivi e la fedeltà contava più del diritto. Se oggi le regole vengono aggirate in nome della forza economica, se la pressione dei grandi interessi riduce lo spazio della deliberazione democratica, se il cittadino scivola verso una condizione di sudditanza, allora il paragone non appare eccessivo.

Non si tratta di demonizzare il mercato, né di rimpiangere modelli dirigisti che la storia ha già giudicato. Si tratta, piuttosto, di ricordare che il capitalismo liberale ha funzionato quando è stato incardinato in istituzioni solide e in una cultura del limite. La libertà economica ha bisogno di un terreno giuridico stabile e di una cornice politica legittimata dal consenso.

Se questo equilibrio si spezza, il rischio è che il sistema che aveva promesso emancipazione si trasformi in una nuova gerarchia di poteri incontrollati. Difendere la democrazia costituzionale e lo Stato di diritto non significa ostacolare il mercato; significa preservare le condizioni che ne hanno reso possibile il successo. In fondo, il capitalismo può restare compatibile con la libertà solo se accetta di non essere assoluto.

pubblicato su il Cittadino del 6 marzo 2026

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