non è un videogame!

Una delle cose che più mi fanno soffrire di questa fase della storia internazionale è la sensazione che, lentamente, ci stiamo abituando alla guerra. Non nel senso che la comprendiamo meglio o che ne percepiamo con maggiore lucidità le cause e le conseguenze. Piuttosto nel senso opposto: rischiamo di assuefarci alla sua presenza.

Ogni giorno ascoltiamo notizie di bombardamenti, di raid aerei, di operazioni militari raccontate attraverso cifre e statistiche. Centinaia di missili, migliaia di bombe, obiettivi colpiti con precisione chirurgica. I bollettini che arrivano dai governi – in particolare da quello americano e israeliano in queste settimane – hanno spesso un tono quasi entusiastico: ci parlano dei successi militari, dell’efficacia delle operazioni, della quantità di bersagli neutralizzati.

Non so se queste statistiche dovrebbero rassicurarci. Non so se dovrebbero farci sentire più sicuri rispetto all’andamento delle cose.

Quello che percepisco, ascoltandole, è piuttosto un rischio: perdere il contatto con la realtà concreta della guerra. Dietro ogni cifra, dietro ogni numero, dietro ogni bomba sganciata, ci sono luoghi abitati da persone reali. Non mappe militari o coordinate strategiche, ma quartieri, strade, case, scuole. Quando sentiamo parlare di bombardamenti su città dell’Iran o del Libano dovremmo ricordarci che quelle bombe non cadono su spazi astratti. Cadono su territori densamente popolati, su edifici dove vivono famiglie, su luoghi dove fino a poche ore prima qualcuno stava cucinando, studiando, lavorando, dormendo.

Per quanto possano essere precise le armi moderne la realtà è che quando si colpiscono aree urbane le vittime civili sono inevitabili. Quelli che con un linguaggio freddo vengono chiamati “danni collaterali” non sono un incidente imprevedibile: sono una conseguenza tragicamente prevedibile.

Lo dimostra una delle notizie più dolorose di questi giorni: l’uccisione di più di cento bambine in una scuola iraniana che aveva avuto l’unica sfortuna di trovarsi a pochi chilometri da una base militare. Una distanza che, nelle logiche della guerra moderna, è sufficiente per trasformare un luogo di vita in un luogo di morte. In diverse città dell’Iran e del Libano è in corso un esodo di dimensioni bibliche. Migliaia di persone stanno lasciando le loro case, cercando rifugio altrove, caricando su automobili e valigie quello che resta della loro vita quotidiana. E molti altri, semplicemente, non hanno la possibilità di fuggire. Rimangono lì, esposti alla minaccia costante dei bombardamenti, vivendo ogni giorno con la consapevolezza che il prossimo missile potrebbe cadere vicino alla loro casa.

Di fronte a tutto questo, il linguaggio dei bollettini militari appare ancora più distante.

Si parla di obiettivi strategici, di capacità offensive ridotte, di sistemi difensivi neutralizzati. Ma raramente si parla delle persone. Della loro paura. Della loro vita che si interrompe o che viene spezzata per sempre. Il rischio è che la guerra venga percepita come qualcosa di astratto, quasi un grande videogioco geopolitico. Un flusso di immagini, mappe, numeri, grafici. Una sequenza di eventi che scorrono sugli schermi dei nostri telefoni o nei servizi dei telegiornali.

In un videogioco le esplosioni sono spettacolari ma non fanno male a nessuno. I personaggi colpiti spariscono e il gioco ricomincia. Non ci sono famiglie distrutte, non ci sono corpi feriti, non ci sono bambini che non torneranno più a casa.

La guerra reale, invece, accade sulla carne viva delle persone.

Accade dentro le loro storie, dentro le loro case, dentro i loro progetti di vita. Interrompe il futuro, spezza relazioni, cancella anni di lavoro e di speranza nel giro di pochi secondi. La normalizzazione della violenza è forse il segnale più inquietante di tutti. Perché significa che abbiamo smesso di indignarci, di provare compassione, di sentire che ciò che accade a migliaia di chilometri da noi riguarda comunque la nostra umanità.

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