Una preghiera al termine del briefing con la stampa. È quanto accaduto il 10 marzo scorso e che ha visto protagonista il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth. Il politico ha concluso il suo intervento con un riferimento biblico tratto dal Salmo 144 seguito da una preghiera affinché Dio protegga i soldati americani e conceda loro «la piena vittoria su coloro che cercano di colpirli».
Il gesto, come era prevedibile, non è passato inosservato. Nella tradizione politica degli Stati Uniti i richiami religiosi non sono rari, ma quando la fede viene evocata in modo diretto per accompagnare un’azione militare, il terreno diventa inevitabilmente delicato. La questione non riguarda tanto la presenza del linguaggio religioso nello spazio pubblico, quanto l’idea che esso possa offrire una sorta di legittimazione morale o spirituale alla guerra.
La storia occidentale conosce molte stagioni in cui le imprese militari sono state interpretate come missioni affidate da Dio o come difesa di un ordine sacro. Tuttavia, nel mondo contemporaneo questa impostazione suscita un disagio crescente.
Lo ha ricordato più volte anche Papa Francesco, che nel suo magistero, spesso in dialogo con leader di altre religioni, ha denunciato con forza l’uso strumentale della fede per giustificare la violenza. Quando la religione diventa un’arma retorica per sostenere la guerra, ha detto più volte il pontefice, si entra in una forma di manipolazione che contraddice il cuore stesso dell’esperienza religiosa.
Anche negli Stati Uniti le parole di Hegseth hanno alimentato un dibattito acceso: a suscitare perplessità è il tentativo di collocare un conflitto dentro un orizzonte quasi sacro, come se potesse essere letto alla luce di una missione spirituale. Dietro questo tipo di discorso si intravede una combinazione ben riconoscibile: il patriottismo classico della retorica americana che si intreccia con un immaginario religioso profondamente radicato nella cultura del Paese. È un intreccio che affonda le sue radici in una lunga tradizione e che negli ultimi anni ha trovato nuova forza grazie alla crescita del movimento MAGA. Attorno ad esso si sono raccolti diversi gruppi evangelici che promuovono una sorta di rinascita cristiana con forti accenti nazionalisti e antiglobalisti, spesso affiancati da segmenti di un cattolicesimo politicamente conservatore.
Dentro questo quadro prende forma l’idea di un’America chiamata a difendere non soltanto interessi geopolitici, ma anche una civiltà: quella occidentale e cristiana. La politica estera, in questa prospettiva, può facilmente assumere i tratti di una missione storica.
Ed è proprio qui che emergono alcune tensioni difficili da ignorare.
Il cristianesimo, per sua natura, propone una visione universale dell’umanità. Al centro della sua antropologia c’è l’idea che ogni persona sia figlia di Dio e portatrice della stessa dignità. Questo principio, benché spesso disatteso nella storia, rimane uno dei fondamenti più radicali del messaggio cristiano. Quando la fede viene utilizzata per rafforzare identità nazionali o logiche di contrapposizione, questo universalismo rischia di essere sacrificato.
Quando si parla di guerra in termini religiosi, si sceglie di ignorare il messaggio che attraversa il Vangelo e che costituisce il centro della predicazione di Cristo: la pace, il perdono, la fraternità tra tutti gli uomini. Il Dio rivelato da Gesù è Padre di tutti, un Padre “che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti.” (Mt 5,45). Smarrire il senso di questa paternità universale di Dio e trasformalo in un condottiero che scende sul campo di battagli a favore di alcuni figli contro altri, mi pare un modo per tradire il senso profondo della rivelazione cristiana.
Il punto critico emerge quando il nome di Dio diviene la bandiera di una parte contro l’altra, di un fratello contro un altro fratello, di un figlio contro un altro figlio, come se la sua invocazione potesse garantire una sorta di investitura morale ai conflitti.
La questione, dunque, non è se la fede possa avere una voce nella sfera pubblica. La fede può offrire criteri etici, richiamare alla responsabilità, ricordare il valore inviolabile della vita umana. Ma quando diventa parte della retorica della guerra, perde la sua capacità profetica e finisce per confondersi con le logiche del potere.
E forse la domanda che rimane sullo sfondo di episodi come questo è semplice ma decisiva: se Dio debba essere invocato per vincere le guerre, oppure per ricordare agli uomini che nessuna guerra può cancellare quella fraternità universale che scaturisce dalla consapevolezza di essere tutti figli dello stesso Padre.
pubblicato su il Cittadino del 17 marzo 2026








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