Vieni fuori!

C’è un momento, nel capitolo undicesimo del Vangelo secondo Giovanni, in cui tutto si fa silenzio. Dopo il pianto, dopo le domande, dopo lo scandalo della morte, resta solo una voce. Non una spiegazione, non un ragionamento: una voce che attraversa l’aria e raggiunge un sepolcro. «Lazzaro!».

Prima ancora del comando, c’è il nome. È come se Gesù, davanti alla pietra che chiude la tomba, non vedesse un cadavere ma una relazione. Non vede la fine, ma un volto. Non vede la dissoluzione, ma una storia ancora custodita nel cuore del Padre. Chiamare per nome significa dire: tu non sei perduto. Tu non sei confuso nell’ombra indistinta della morte. Tu sei ancora tu.

Gesù non chiede che la vita torni: la chiama. Come se la vita gli appartenesse intimamente, come se la morte non fosse che una soglia provvisoria davanti alla sua parola. La sua comunione con il Padre non è oggetto di negoziazione: è il respiro stesso da cui nasce quella voce.

Poi il comando, semplice e disarmante: «Vieni fuori!». Non “rivivi”, non “risorgi”, ma esci. Esci dal luogo chiuso. Esci dall’isolamento. Esci dal silenzio che ti separa dagli altri. È un invito al movimento, alla relazione, alla luce. Il sepolcro non è solo una grotta di pietra. È ogni spazio in cui la speranza sembra finita. È ogni ferita che ci convince di non poter più amare. È ogni paura che ci immobilizza. È il luogo in cui smettiamo di parlare e di lasciarci raggiungere. Eppure la voce di Gesù non si ferma davanti alla pietra. Non teme l’odore della morte. Entra nel buio e chiama.

Mi chiedo quante volte anche noi abbiamo bisogno — o avremo bisogno — di ascoltare una voce che ci chiama fuori dai nostri sepolcri, dai luoghi, fisici o interiori, in cui ci sentiamo imprigionati. Anche noi abbiamo bisogno di qualcuno che pronunci il nostro nome e ci inviti, forse persino ci ordini, di tornare alla vita: di ricucire relazioni, di sanare ferite, di ritrovare ciò che pensavamo perduto.

La vita risponde alla voce che la conosce. Non nasce da uno sforzo, né da una tecnica, né da un’autosufficienza eroica. Nasce dall’essere chiamati. Nasce dal lasciarsi raggiungere da qualcuno. Forse ciascuno di noi attende, in una profondità nascosta, di sentire pronunciare il proprio nome così: non come un’etichetta, non come un ruolo, ma come una verità. Un nome detto con amore e con autorità, capace di ricordarci chi siamo anche quando lo abbiamo dimenticato. Un nome che ci restituisce a noi stessi.

«Vieni fuori» è allora una parola che attraversa i secoli. È rivolta a ogni chiusura, a ogni rassegnazione. È un invito esigente e dolce insieme: non restare nel luogo in cui ti sei adattato alla mancanza di vita. Fidati della voce che ti chiama. Muoviti verso di essa.

Nel racconto, Lazzaro esce ancora avvolto dalle bende. La vita è tornata, ma c’è un cammino da compiere. Forse è così anche per noi: quando rispondiamo a quella voce, non tutto si scioglie immediatamente. Ma il primo passo è fatto. Siamo fuori. Siamo di nuovo dentro una relazione.

E forse è proprio questa la rivelazione più profonda: la morte non ha l’ultima parola. L’ultima parola è una voce. Una voce che conosce il nostro nome, che non si rassegna alla nostra chiusura, che continua a chiamarci verso la luce.

Sta a noi ascoltarla. E trovare il coraggio di uscire.

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